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Home - Approfondimenti - Analisi - In Magnifica Humanitas il richiamo alla dimensione sociale del lavoro

In Magnifica Humanitas il richiamo alla dimensione sociale del lavoro

di Adriano Fabris
27 Maggio 2026
in Analisi
La filastrocca di Hal

La Lettera Enciclica Magnifica Humanitas non è solo un documento che parla di intelligenza artificiale. In questo scritto la rivoluzione tecnologica è inserita all’interno di un discorso molto più ampio, che riguarda il modo in cui le tecnologie incidono sui rapporti sociali, trasformano la mentalità degli esseri umani, modificano le nostre relazioni con il mondo. Si tratta cioè di una Enciclica nella quale il tema del lavoro, come rapporto dell’essere umano nei confronti del creato, risulta centrale.

 

Sono due le immagini che si trovano all’inizio del testo. Entrambe rimandano a episodi biblici che, in maniere diverse si collegano ai temi della costruzione e dell’edificazione. Il primo si riferisce alla Torre di Babele, il secondo alla ricostruzione del Tempio di Gerusalemme a opera di Neemia. Mentre nel primo caso gli esseri umani vogliono erigere un edificio che sfidi ogni limite e sia espressione del loro potere, nel secondo Neemia coordina gli sforzi congiunti del popolo di Israele e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. Come va a finire, nei due casi, è ben noto. Oggi ci troviamo in una situazione analoga. Oggi siamo di fronte all’alternativa fra erigere una nuova Torre di Babele, con il rischio di produrre fraintendimenti e conflitti, oppure edificare una città in cui gli esseri umani possono cooperare pacificamente fra loro.

Proprio nell’ottica di questa alternativa si comprende perché la riflessione sull’intelligenza artificiale dev’essere inquadrata all’interno della Dottrina Sociale della Chiesa. Tanto più che la Magnifica Humanitas è pubblicata nel 135mo anniversario della Rerum Novarum, l’Enciclica redatta da quel Papa, Leone XIII, da cui l’attuale Pontefice ha voluto prendere il nome. Le res novae del nostro tempo, come viene detto, sono la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica. Esse sono da considerare soprattutto per le conseguenze del loro agire sulla vita concreta degli esseri umani. Sono da considerare, anche e soprattutto, nel loro impatto sul mondo del lavoro.

Ecco perché i primi due capitoli del documento sono dedicati alla Dottrina Sociale della Chiesa. Si tratta di una dottrina dinamica, nella quale il messaggio evangelico viene posto in relazione con i bisogni dell’umanità che di volta in volta s’impongono. Pur nel suo sviluppo storico, essa conserva un’ispirazione unitaria e rimane fedele ad alcuni principî di fondo. Sono l’uguale dignità di tutti gli esseri umani, il valore imprescindibile dei loro diritti, la destinazione universale dei beni comuni, la sussidiarietà, la solidarietà, la necessità di una giustizia sociale.

All’interno di questo sfondo si realizza nell’Enciclica il confronto con l’intelligenza artificiale. L’Enciclica mette in evidenza alcuni rischi insiti nei più recenti sviluppi tecnologici. Si tratta in particolare del pericolo che essi possano venir intesi come un mero strumento per l’esercizio del potere da parte di pochi e dell’idea che, proprio grazie a essi, l’essere umano possa oltrepassare i propri limiti, visto che questi limiti sono considerati unicamente come un impedimento all’esercizio di un incontrollato volere. Invece – la Magnifica Humanitas lo dice chiaramente – solo nel riconoscimento della finitezza e della creaturalità dell’essere umano vi è la possibilità di recuperare il suo vero ruolo nel mondo e di valorizzare la grandezza delle sue azioni. Soprattutto, però, l’Enciclica si sofferma, con abbondanza di esempi, sulle conseguenze di un uso non regolamentato dell’intelligenza artificiale. Esse sono, in particolare, la rinuncia alla possibilità che una verità sulle cose possa essere detta, la perdita di valore del lavoro e il venir meno del suo senso, la sostituzione della libertà umana con la dipendenza dalle tecnologie e la mercificazione di ogni essere, conseguente alla trasformazione di ogni essere in un dato manipolabile.

Il capitolo quarto, nello specifico, si concentra nella sua parte centrale su una riflessione che rivendica la dignità del lavoro nell’epoca della transizione digitale. L’assunto generale del discorso è che il lavoro non è un semplice strumento, ma è qualcosa che accresce la dignità della nostra vita intesa nel suo complesso. È proprio questo aspetto a essere minacciato dagli sviluppi tecnologici e dalle mutazioni nelle strutture produttive che essi comportano. C’è il rischio che vada perduta la portata sociale, e più in generale umana, dell’attività lavorativa. Il lavoro, come viene detto, resta infatti una dimensione fondamentale della nostra esperienza. Non è soltanto un mezzo di sostentamento, ma è un luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità.

Per evitare tale pericolo è necessario governare in anticipo la trasformazione. Ciò può essere fatto in tre modi. Una prima via praticabile è quella che consente di fissare criteri sociali per l’innovazione, evitando scelte che, favorendo un uso incontrollato delle tecnologie, producano disoccupazione ed esclusione sociale. La seconda strada è quella che promuove politiche attive di aggiornamento e di riqualificazione dei lavoratori. La terza comporta un cambiamento di mentalità: bisogna inserire fra gli indicatori di successo proprio la qualità e dignità del lavoro. Solo così l’innovazione non si farà complice di un incremento dell’ingiustizia sociale.

Tutto quanto abbiamo detto s’inserisce in una serie più ampia di azioni concrete che debbono essere urgentemente intraprese. L’ultimo capitolo dell’Enciclica propone uno scenario alternativo rispetto a quelli che possono profilarsi se l’intelligenza artificiale non viene governata. La base su cui tale scenario poggia è la centralità umana. Siamo noi coloro che sono chiamati a decidere se voler esprimere la propria potenza grazie alle tecnologie, e finire per esserne asserviti, oppure sviluppare quella cooperazione solidale che, sola, è in grado di garantire la pace. L’alternativa, in altre parole, è tra la cultura della potenza e la civiltà dell’amore. La prima si basa sulla normalizzazione della guerra, sull’uso della forza senza controllo, sulla volontà di sopraffazione camuffata da realismo politico. La seconda si compie nella prospettiva dei costruttori di pace: quella di coloro che sanno disarmare le parole e le azioni, prendersi concretamente le proprie responsabilità, promuovere la giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, rilanciare la prospettiva della mediazione e la pratica del dialogo. Non è solo una speranza, ma è un percorso inevitabile: posto che si voglia salvaguardare la magnifica humanitas che inabita ciascuno di noi.

Adriano Fabris

Adriano Fabris

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Filosofo

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