E' fatto. Dopo mesi di trattativa è finalmente arrivato l'accordo tra Governo, Cgil, Cisl e Uil sul superamento, oggi più sfumatamene chiamato "ammorbidimento", dello scalone previdenziale.
Non si tratta di un sinonimo, l'intesa raggiunta dopo 8 ore di trattativa notturna a Palazzo Chigi dà la sensazione di essere meno incisiva di quanto ci si potesse attendere.
Problemi di conti, certo, che non permettevano di fare di più. Va detto anche che il Governo ha messo mano ad altri problemi che da tempo aspettavano una risposta, come la riforma di un sistema di ammortizzatori sociali costruito sulla grande industria che non svolge più il suo compito di tutela nei confronti del punto debole del mercato del lavoro: i giovani precari. E non bisogna neanche dimenticare l'aumento delle pensioni basse, che da anni avevano l'esigenza di essere rivalutate.
Ma la riforma dello scalone, così come concordata, sembra una misura molto meno vicina a quanto chiesto dai sindacati. Il sistema delle quote, proposto dalla Cisl già durante la discussione sullo scalone, si caratterizzava per la sua elasticità che permetteva un mix di soluzioni diverse nella somma tra anni anagrafici e di contributi versati. L'inserimento di soglie minime, invece, lo irrigidisce fortemente, lasciando un elemento minimo di elasticità e incentrando gran parte del provvedimento sugli scalini. Al punto che, quando sono uscite le prime indiscrezioni notturne sul sistema misto di quote e scalini e, in particolare, sui requisiti minimi, la convinzione generale era che i sindacati non avrebbero mai potuto accettare. Ma l'hanno fatto, almeno Cgil, Cisl e Uil, gli unici presenti al tavolo. Sia Epifani che Angeletti non nascondono che avrebbero voluto di più dal Governo, ma i conti non lo permettevano. Il leader Cgil aspetta di vedere la proposta complessiva dell'Esecutivo per dare un giudizio finale. Poi la parola passerà ai lavoratori. Uno dei risultati più importanti ottenuti dalle organizzazioni dei lavoratori, insieme alla definizione dei lavori usuranti, è sulla revisione dei coefficienti di trasformazione, ferma fino al 2010, e con la possibilità per i sindacati di andare a incidere sui suoi effetti prima di quella data attraverso la commissione istituita ad hoc. Rimane ancora, in chi scrive, il dubbio che la soluzione individuata vada bene alle altre organizzazioni sindacali e, soprattutto, a Rifondazione comunista, e alla sua ala più estrema, e, per motivi opposti, a Emma Bonino. Del tutto eterogenea nell'accordo sulla previdenza è sembrata la misura che detassa il premio di produttività per i lavoratori. Un cavallo di battaglia di Angeletti che, non a caso, ieri era stato convocato dal Governo da solo.
Lunedì si dovrebbe firmare il documento che contiene tutte le norme fino ad ora concordate, più quelle sulla competitività ancora da definire. La detassazione della produttività dovrebbe essere fatta al posto della decontribuzione degli straordinari, fortemente voluta da Confindustria. Bisognerà vedere se le imprese si accontenteranno degli incentivi per la contrattazione di secondo livello. Se così non sarà, il Governo lunedì potrebbe trovarsi a gestire nuove tensioni.
Insomma, l'accordo è fatto, ma le nubi non si sono del tutto diradate. Il primo importante segnale distensivo è atteso già stamattina dal Consiglio dei ministri che dovrà votare l'intesa.
Giorgia Fattinnanzi


























