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Home - Approfondimenti - Analisi - Assoluta parità degli interessi in campo

Assoluta parità degli interessi in campo

1 Agosto 2005
in Analisi

di Nicoletta Rocchi – Segretario confederale Cgil


Quando all’inizio degli anni ’90 si avviò la nuova strategia di accordi interconfederali che hanno segnato le relazioni industriali per oltre un decennio, l’Italia viveva una situazione difficilissima. La rappresenta politica era collassata, il sindacato, di fatto, svolgeva un ruolo di supplenza che lo aveva caricato di grandi responsabilità e di un protagonismo senza precedenti. Lo Stato era sull’orlo di una crisi finanziaria irreversibile: il debito pubblico era divorante, l’inflazione a due cifre, alimentata anche dalla spirale delle indicizzazioni diffuse,  falcidiava il potere d’acquisto delle retribuzioni e delle pensioni, i tassi di interesse, elevatissimi, rendevano il costo del debito assolutamente insostenibile. In tali condizioni, l’Italia rischiava l’ingresso nell’euro e, abbandonata a se stessa, l’inabissamento definitivo.
Tuttavia allora il Paese è riuscito a trovare le risorse intellettuali e morali per sottrarsi alla disfatta. L’accordo interconfederale del 23 luglio del 1993 è stato una pietra miliare in questa strategia. L’adozione della politica dei redditi e, in tale contesto, della politica salariale d’anticipo, è riuscita nell’intento di mettere sotto controllo l’inflazione, evitando nel contempo politiche deflattive che avrebbero compromesso la stabilità economica e la difesa dei livelli occupazionali.
Ora siamo di fronte a una nuova emergenza e a nuove priorità. Il Paese è di nuovo sotto scacco. Le politiche attuate nell’ultima legislatura hanno ottenuto l’encomiabile risultato di riproporre la crisi fiscale e dei conti pubblici unita a una recessione senza precedenti da molti anni. La nostra struttura economica non regge il confronto: schiacciata tra i nuovi competitori – a partire dei paesi asiatici – che la insidiano nelle sue produzioni tradizionali e gli altri Paesi compresi quelli continentali, che – prima di noi – hanno cominciato a battere la strada dell’innovazione. Dunque, malgrado sia riuscita nell’intento di rimanere agganciata all’Europa, l’Italia non ha saputo difendere la sua fetta di commercio internazionale. Tutti gli indicatori ci vedono agli ultimi posti nella graduatoria mondiale e la nostra economia, priva delle protezioni di cui godeva, è in gravissima afasia.
E’ la storia di occasioni perdute, di liberalizzazioni mai realmente perseguite, di privatizzazioni che hanno costituito rifugio per un capitalismo familiare in cerca di rendite di posizione, di rinuncia alla ricerca e all’innovazione, di accentramento della ricchezza e di impoverimento del lavoro dipendente, di ripiegamento complessivo.
Le imprese di servizi in Italia sono oggi i due terzi del totale e occupano ormai il 60% circa della forza lavoro. Sono imprese, se si escludono le grandi utilities, di piccolissime dimensioni, nella maggioranza dei casi imprese individuali, a basso valore aggiunto e a basso contenuto tecnologico.
Complessivamente, gran parte della nostra struttura economica è costituita da piccole e piccolissime  dimensioni e dalla crescita esponenziale di lavoro autonomo e di lavoro precario. Fenomeni che descrivono la difficoltà attuale e indicano la direzione di marcia che sarebbe necessaria per recuperare competitività. In primo luogo, crescita dimensionale e innovazione sono obiettivi strettamente interdipendenti e possono conciliarsi con le esigenze di adattabilità delle imprese e mercati sempre più ampi e variabili, senza tradursi, come sta avvenendo, in precarizzazione del lavoro. Il lavoro povero è un’altra faccia di imprese povere e arretrate.
Superare tutto ciò è oggi l’imperativo categorico. E, come alla base del 23 luglio ’93 c’era una politica dei redditi volta a ridurre l’inflazione e a guadagnare l’Europa, oggi tale imperativo è la svolta per imprimere l’innovazione necessaria ai nostri processi economici. Di questo devono essere consapevoli, prime fra tutti, le parti sociali. E se tale consapevolezza sembra esistere, occorre saperla tradurre in un’azione congiunta che indirizzi positivamente la politica economica e industriale. Lotta alla rendite, ovunque si annidino. Politica dei redditi con l’obiettivo di una redistribuzione più equa a favore di chi negli ultimi anni è stato penalizzato. Più Stato e più mercato. Nessuno statalismo di ritorno, ma un’azione del settore pubblico che sappia orientare, regolare, controllare, indurre innovazione, mettere a fattore comune le energie troppo disperse per fare da sole, agganciare i grandi progetti di ricerca europei, produrre sinergie sul territorio, investire in infrastrutture materiali e immateriali, democratizzare l’economia.
I grandi accordi interconfederali non si fanno tutti i giorni ma hanno senso se riescono a orientare – come  è avvenuto in passato – lunghe stagioni di relazioni sindacali. Per questo ritengo che l’occasione di rivedere l’accordo del 23 luglio ’93 vada colta in tutta la sua potenzialità per determinare le condizioni della svolta necessaria. Il modello contrattuale va riformato alla luce della nuova priorità, dei cambiamenti intervenuti nei modi di organizzare la produzione di beni e di servizi, del bisogno che abbiamo di innovarli profondamente in termini qualitativi. Credo esistano le condizioni per una sintesi proficua, in primo luogo fra le tre confederazioni, che non possono non porsi l’obiettivo di difendere e proiettare nel futuro la loro capacità di rappresentanza.
Si redistribuisce la ricchezza che si riesce a produrre. Si protegge l’autonomia contrattuale e dunque il ruolo che il sindacato confederale si è conquistato nella storia post-bellica del Paese, se si punta all’autorevolezza dei contratti. Ma contratti autorevoli, universalmente riconosciuti come fonte di diritto, sono tali solo se riescono a rappresentare la nuova complessità del lavoro e della produzione.
La centralità del Ccnl e il contestuale rafforzamento del secondo livello non sono obiettivi inconciliabili in un quadro di più avanzata democrazia economica e di partecipazione del lavoro alle strategie di impresa. Altrettanto perseguibile, e direi non più procrastinabile, è la riduzione del numero dei contratti, secondo l’esperienza già fatta con la contrattazione nei settori liberalizzati, e la loro rimodulazione per estenderne la copertura a fasce di imprese e di lavoratori che sono oggi scoperti. Insieme, sindacati dei lavoratori e controparti datoriali, dovrebbero rivendicare il loro spazio, oggi aggredito da una produzione legislativa tanto invasiva da risultare irrazionale.
C’è però una precondizione: il riconoscimento, da parte delle associazioni imprenditoriali, del ruolo del sindacato in quanto rappresentante di un soggetto, il lavoro, senza il quale ogni strategia di successo è preclusa. Non solo a parole i lavoratori debbono tornare ad essere risorsa centrale, misurabile in termini di efficienza e qualità e non esclusivamente in termini di costo. Il confronto dunque deve basarsi sul riconoscimento dell’assoluta parità degli interessi in campo. Così il Paese può ancora riuscire a farcela.

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