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Home - Approfondimenti - Analisi - Autobiografia di una nazione che odia le donne: super istruite, ma sottoccupate e sottopagate, e da pensionate più povere degli uomini. I dati del rendiconto di genere del Civ Inps. La parità? tra 130 anni

Autobiografia di una nazione che odia le donne: super istruite, ma sottoccupate e sottopagate, e da pensionate più povere degli uomini. I dati del rendiconto di genere del Civ Inps. La parità? tra 130 anni

di Nunzia Penelope
25 Febbraio 2026
in Analisi
Gender gap e contratti: una “Rappresentante della Parità di Genere” per combattere le diseguaglianze in azienda

GENDER GAPDISPARITA' DI GENERE SUL LAVOROSALARIALE SALARIORETRIBUZIONE DIFFERENZEUE EU EUROPAUOMO DONNAMASCHIO FEMMINAREDDITOPAGAMENTOENTRATEMONETEFAMIGLIAFIGLIRISPARMI

ll caso ha voluto che, esattamente in contemporanea con la presentazione del Rendiconto di genere 2025 dell’Inps-Civ, poche centinaia di metri più in la, a Montecitorio, la maggioranza di governo stesse affossando la proposta di legge del centro sinistra sul congedo paritario tra madri e padri. Una sorta di congiunzione astrale sfavorevole per le donne, quella di martedì 24 febbraio. E quanto sfavorevole lo dimostrano i dati contenuti nel Rendiconto: che oltre a essere una lodevolissima iniziativa del presidente del Civ Roberto Ghiselli, arrivata alla terza edizione, è purtroppo anche una sorta di romanzo dell’orrore. La “biografia di una nazione” che le donne, evidentemente, le odia.  “Le diseguaglianze di genere – afferma il Rendiconto- non sono un tema marginale ma una questione strutturale, che condiziona lo sviluppo economico, la sostenibilità del welfare e la coesione sociale del nostro paese”. Osserva Ghiselli: “Qualcosa è migliorato, ma troppo poco. Se il trend resta questo, ci vorranno 130 anni per arrivare alla parità”.

Il dato da cui partire forse è questo: 206. È il numero delle donne che nel 2025 hanno usufruito di Quota 103 per andare in pensione anticipata: 206 donne, contro 5.437 uomini. Perché è importante questo dato, e perché può essere il paradigma che meglio riassume la situazione, è presto detto: le donne che hanno potuto usufruire di questa uscita anticipata sono cosi poche perché per loro è oggi difficilissimo, se non impossibile, raggiungere i requisiti necessari per accedere a quota 103. Ed è difficile perché le donne lavorano di meno, con carriere spezzate e con retribuzioni inferiori del 25% (altro dato del Rapporto) a quelle degli uomini, e dunque con contributi previdenziali inferiori. In sintesi: quelle 206 donne sono la rappresentazione plastica del gender gap.

Per questo, tornando alla congiunzione astrale negativa di cui sopra, sarebbe stato un grande aiuto, proprio in chiave anti gender gap, se il governo avesse deciso di appoggiare la proposta delle opposizioni sul congedo paritario, oggi totalmente sbilanciato: nel 2024, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini. E i tre miliardi annui necessari per il finanziamento della legge (costo certificato dalla Ragioneria e addotto dalla maggioranza per il niet: ‘’manca la copertura, non si può fare’’) sarebbero davvero poca roba rispetto a quanto le donne pagano la costante condizione di inferiorità nel mondo del lavoro. Che paga anche il paese stesso, rinunciando al loro apporto: ci sarà pure un motivo se ben il 42,4% delle donne in età lavorativa è classificato tra gli ‘’inattivi’’, (cioè persone senza lavoro ma che non lo cercano né lo vogliono), con gravi perdite di capitale umano, di produttività e di ricchezza.

Il succo è che oggi, per una donna italiana, lavorare è una impresa a perdere. Il Rendiconto chiarisce infatti che “sono ancora rilevanti le condizioni di svantaggio delle donne nell’ambito lavorativo, familiare e sociale”. Nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3% rispetto al 71,1% degli uomini. E le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42,2% del totale. Anche l’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto loro: nelle assunzioni a tempo indeterminato solo il 36,7% sono donne, a fronte del 63,3% di uomini, mentre sono quasi il 70%, le lavoratrici con un contratto a termine. Ed è prevalentemente donna anche il part time involontario, che riguarda per il 13,7% l’occupazione femminile, contro il 4,6% dei maschi.

Eppure, alla partenza, diciamo così, le cose vanno diversamente: sul piano dell’istruzione, anche nel 2024 le donne hanno superato gli uomini, sia tra i diplomati (52,6%) che tra i laureati (59,4%). Ma una volta uscite dal percorso di studi la posizione si ribalta. Non solo in termini di minori occasioni di lavoro ma anche di carriera: “i ruoli dirigenziali – osserva il report Inps- sono ricoperti da donne solo nel 21,8% dei casi, mentre tra i quadri rappresentano solo il 33,1%”. Queste differenze si amplificano poi al momento della pensione: non solo le donne non riescono ad accedere alle ormai peraltro ridottissime opportunità di uscita anticipata, osserva il Rendiconto del Civ Inps, ma percepiscono “assegni costantemente inferiori in tutte le gestioni’’, ‘’evidenziando un gap di genere estremamente marcato’’, con scarti, rispetto agli uomini, che viaggiano da un minimo del 30% a massimi che sfiorano il 50%. Povere da giovani, dunque, ma ancor più povere da vecchie.

La ragione principale di questo gap ha un nome, ed è “maternità”. Inutile girarci attorno. Una donna con figli è vista con preoccupazione dai datori. E sì ancora oggi: e sì, nel 2026. E ancora sì, nel paese che ha il più basso tasso di natalità d’Europa e il più basso tasso di donne al lavoro d’Europa. E questo malgrado il primo governo guidato da una donna, e che per primo ha fatto del rilancio della natalità il proprio mantra, istituendo perfino un ministero apposito. Ma qualcosa, si direbbe, non ha funzionato, se i dati sono quelli del Rendiconto Inps. L’economista Azzurra Rinaldi, commentandoli, riferisce che a una sua ex studentessa della Sapienza, durante un colloquio di lavoro, è stato chiesto se avesse ‘’impedimenti di qualche tipo, come per esempio un figlio”. Ma non solo. Una donna che lavora, ha spiegato la presidente del Cug Inps Maria Giovanna De Vivo, al primo figlio perde automaticamente il 16 per cento della propria retribuzione; mentre quella del padre aumenta del 40%. Altro dato curioso: le differenze sul part time fino ai trent’anni di età sono praticamente irrilevanti tra uomini e donne, ma nei decenni successivi la forbice si allarga enormemente e solo per le donne. È l’”effetto figli”, e non si recupera più. Eppure, osserva Valentina Ticca Bianchi, imprenditrice e presidente del Comitato Impresa Donna del Mimit, ‘’le donne sono il miglior investimento che un paese può fare: il nostro Pil, col loro apporto, crescerebbe di 7 punti”. Ma si tratta di un investimento che nessuno vuole realmente fare.

“La parità di genere nel lavoro non si realizza con interventi simbolici, ma con misure strutturali e misurabili”, ha osservato infatti Valeria Vittimberga, Direttrice generale dell’Inps, ricordando che per una reale uguaglianza occorre innanzitutto “rafforzare la trasparenza salariale obbligatoria nelle grandi aziende e consolidare la certificazione della parità di genere”, con premialità maggiori per le imprese che dimostrano risultati concreti nella riduzione del gender pay gap e nell’avanzamento professionale delle donne. Anche Vittimberga ritiene un punto centrale il riequilibrio dei congedi parentali: “serve una quota strutturale e significativa riservata ai padri – ha sottolineato – perché la redistribuzione del lavoro di cura è la condizione per non penalizzare le carriere femminili”. Vittimberga ha avanzato altre proposte concrete. Per esempio, tarare il piano nazionale per gli asili nido puntando sia su una copertura uniforme su tutto il territorio (miraggio fin qui mai raggiunto), sia su una particolare attenzione nei comuni con più bassa occupazione femminile. E ancora: crediti d’imposta per le aziende che aumentano la presenza femminile nei ruoli manageriali o che riducono in modo verificabile il divario retributivo; contrasto al precariato e al part-time involontario, promuovendo lo smart working come diritto negoziabile; ma anche “un monitoraggio obbligatorio delle progressioni di carriera dopo il rientro dal congedo”, proprio per evitare quell’effetto punitivo che colpisce la busta paga delle donne al rientro sul lavoro dopo la maternità.

Quanto alla sostenibilità finanziaria, per la Dg dell’Inps una parte delle risorse necessarie per le misure a favore di donne, lavoro e maternità potrebbe essere attinta dai fondi europei; ma Vittemberga ha ricordato anche che, a proposito di costi, “l’aumento stesso dell’occupazione femminile produce effetti diretti sulla base contributiva e imponibile fiscale. Non è solo una questione di equità, ma di crescita”. Volendo, insomma, si può. Ma volendo, appunto.

Per concludere, un dato generale: la popolazione italiana al 1° gennaio 2025 è composta da 58.943.464 abitanti, di cui il 51,1% donne e 48,9% uomini.

Come si diceva un tempo: ‘’siamo tante, siamo più della metà”. Ma forse non basta.

Nunzia Penelope

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