Trentacinque anni, originario del Mali, immigrato regolare. Alle cinque e mezza del mattino di sabato scorso Bakary Sako stava pedalando su piazza Fontana nella città vecchia di Taranto per andare a lavoro nei campi.
Due sedicenni, due diciassettenni e un ventunenne, italiani – anzi, tarantini della città vecchia -, studenti irregolari. Tra mezzanotte e le due e mezza questo gruppetto di amici è nella sala slot di un bar all’inizio di via Duomo a bere, giocare e compiacersi di due pistole estratte da uno di loro. Poi se ne vanno, passa del tempo e mentre la città si sveglia incrociano un uomo. Un subsahariano che costringono al muro col motorino e riempiono di insulti prima di sfrecciare via. Una dormita non è contemplata per smaltire l’adrenalina. Bakary Sako è un dono mandato dal cielo.
Il copione si ripete: lo vedono, lo puntano, lo accerchiano, ma stavolta arrivano pure le botte. Un massacro a cui la vittima cerca di sfuggire rifugiandosi in un bar da cui il proprietario lo invita a uscire e a cui assiste una ragazza che si associa all’omertà andandosene via senza chiamare le forze dell’ordine.
Per ora sono “futili motivi”, secondo gli inquirenti, quelli hanno spinto il gruppo a prendersi la vita di Bakary Sako con tre pugnalate all’addome sferrati da uno dei due sedicenni un coltello a serramanico. L’odio razziale non avrebbe ancora riscontro, sebbene i precedenti lascino margine all’accusa. E non sorprenderebbe la conferma, visto che nel 2026 ci ritroviamo in casa gente che grida alla remigrazione – è in corso il processo per la strage di Cutro, tra i cui indagati ci sono sei militari tra Guardia di Finanza e Guardia Costiera – o che tacitamente sostiene l’esistenza di una gerarchia razziale – quel razzismo “culturalista” di cui Tomaso Montanari ha scritto a proposito della nuova destra, dove la razza non si nomina più apertamente ma riaffiora nel lessico dell’identità, delle radici e della compatibilità culturale.
Di questa storia, però, colpisce anche la «vacuità morale, assenza di rispetto per gli altri e per la vita stessa» di cui parlano le inquirenti, che pure non prevedono criteri selettivi. Paradossalmente, infatti, la razza non c’entra, perché Bakary Sako era un uomo prima ancora che un immigrato regolare che lavorava nei campi. Questo gruppo è il risultato di un processo sociale e culturale cui tutti abbiamo contribuito e che pensare di poter arginare a colpi di decreti è un po’ come cercare di fermare l’acqua con le mani. Dare la colpa ai coltelli o ai film, ai contesti familiari o sociali, non aiuta e anzi, quattro fogli firmati dal Presidente della Repubblica sono meno efficaci di una giornalata sul muso di un cane indisciplinato. I ragazzi non temono la deterrenza dello Stato, perché non hanno nulla da perdere. Anzi.
«Fratello per sempre», «Sei il mio sangue», «Vita mia sempre con te», scrivono sui social i compari. Più un messaggio che sa di avvertimento: «Siamo nati e cresciuti insieme. Venuti dal buio, ci siamo creati una figura e una reputazione sulle nostre spalle. Il nostro obiettivo è ritrovarci l’uno con l’altro. Il carcere non ci separa, anzi imparate a nuotare che fuori gli squali sono tanti». È solo una questione di prede e predatori, un gioco per dimostrare quanto si vale nella giungla.
Questi ragazzi sentono di essere espulsi in partenza dalla civile convivenza e allora vale la pena – in tutti i sensi – rischiare pur di essere riconosciuti da qualcuno o qualcosa, in un contesto su misura che vive di regole proprie. Questo fatto di sangue, dunque, è stato una dimostrazione di forza in luogo di riferimenti istituzionali – Stato, famiglia, scuola – che non ci sono mai stati per loro, per cui l’unica cosa che conta è l’appartenenza testosteronica che richiama l’esigenza di un rito di iniziazione per sancire un’appartenenza.
È la dimostrazione del fallimento di una politica esclusivamente securitaria, punitiva, in cui la prevenzione attraverso presidi sociali non è contemplata. Invece dei metal detector nelle scuole, sarebbe più utile riuscire a trattenere i ragazzi tra i banchi con programmi di accompagnamento; invece di colpevolizzare gli insegnanti, metterli nelle condizioni di gestire al meglio le marginalità con indicazioni dirigenziali non verticistiche e integrazione dell’organico con figure specializzate; invece dei DASPO e delle multe ai genitori, sostiene il terzo settore per progetti di recupero sociale che accolgano e integrino i ragazzi a rischio. La collettività, il lavoro, la cultura sono gli unici antidoti possibili anche per far sì che l’orrore che si è abbattuto su Bakary Sako non si ripeta.
Non è un’utopia – o quantomeno lo è nella misura in cui non ci si può aspettare che tutto si risolva con un colpo di spugna – servono solo buona fede e volontà politica di non manipolare emergenze sociali ai fini ri ricerca del consenso. Più sicurezza non significa solo più polizia, ma qualcuno che si occupi indiscriminatamente del benessere minimo individuale e collettivo. La pratica del bastone non porta da nessuna parte.
Elettra Raffaela Melucci



























