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Home - Approfondimenti - Interviste - Berta, vendendo le sue industrie l’Italia rinuncia a decidere le proprie strategie

Berta, vendendo le sue industrie l’Italia rinuncia a decidere le proprie strategie

di Nunzia Penelope
27 Marzo 2015
in Interviste

Di Nunzia Penelope

Con la vendita della Pirelli ai cinesi se ne va l’ennesimo pezzo di industria nazionale. C’è chi brinda, all’arrivo dei sospirati investimenti esteri, finalmente attratti dall’Italia. E chi, al contrario, denuncia l’ennesimo episodio di impoverimento del nostro tessuto produttivo, e definisce gli ormai innumerevoli acquisti di gioielli tricolori da parte di imprese estere un semplice ‘’shopping’’. Giuseppe Berta, docente di storia industriale e autore di un recente e bel saggio sull’industria del nord, è di questa seconda opinione: “E’ certamente solo shopping, altro che investimenti. Noi vendiamo, qualcuno compra. Eravamo produttori, siamo tornati mercanti. Se uno non capisce questo, e continua a parlare di investimenti esteri, è inutile perfino discutere. Siamo come nell’Italia del ‘500, quella di Franza o Spagna, purché’ se magna.

Quindi, lei  non crede che la vendita di Pirelli sia un affare per l’azienda e per il paese?
Tronchetti Provera ha saputo combinare una situazione utile per lui, certo non per la Pirelli, né per il paese. E del resto, è sempre stata la sua specialità, anche ai tempi di Telecom. Per il paese invece è un danno. Basta fare due considerazioni, che mi pare nessuno, però, stia facendo. La prima: un paese che non ha più il controllo sulle sue attività, sarà costretto a rinunciare per sempre ad avere una sua strategia industriale, produttiva, di crescita.  Dipenderà sempre dalle strategie di altri. La seconda, relativa proprio al caso Pirelli: abbiamo per anni deplorato l’Iri, lo stato imprenditore, e oggi cosa si profila?  Che il prossimo presidente della Pirelli sarà deciso dal comitato centrale del partito comunista cinese, dallo stato cinese. Statalizzazione, da parte  di altri. Le pare una bella cosa?

Ci restano poche altre grandi imprese, tra cui la Ferrero, che ha appena perso il suo fondatore. Come la vede, in prospettiva? Reggerà o perderemo anche la Nutella?
Me lo chiedo con preoccupazione. Ferrero ha un indebitamento crescente sulle attività internazionali. E questa è una tipica debolezza delle nostre imprese familiari, con l’internazionalizzazione senza leva finanziaria non si va avanti. Inoltre, Michele Ferrero teneva in piedi l’azienda con un sistema personalistico, diciamo artigianale, sia pure in grande stile. Ma per mandare avanti un gruppo così, oggi occorrerebbe un grosso manager, che al momento non c’è. Senza contare che non andare in Borsa, quando hai quelle dimensioni, è un assurdo.

Nei giorni scorsi Mario Draghi ha sollecitato ancora una volta le imprese italiane a crescere: piccolo non è bello, ha detto. Lei concorda?
Assolutamente si. Anche in questo sta la nostra debolezza. Lo sappiamo da decenni, ma  invece di crescere le nostre imprese diventano ogni anno più piccole. Per difetti diciamo genetici, in qualche modo, ma anche per un quadro politico che non ha mai creato le condizioni per la loro crescita.

Una volta c’era l’Iri e c’era la politica industriale, c’erano governi che se ne occupavano. Oggi non sembra che ci sia più nessuno in grado, o anche semplicemente interessato al tema. Cosa ci resterà? Diventeremo un paese di turismo, pizza e mandolini?
Guardi, alla fine, l’unica che si salva è la Fiat. L’accordo con Chrysler non è stata una vendita ma, appunto, un grande investimento, che sta dando ottimi risultati. E, guarda caso, grande operazione di politica industriale; fatta da Obama, però, non da un governo italiano.

Bel paradosso, visto che per anni abbiamo detto che la Fiat stava lasciando l’Italia. E in effetti, anche la Fiat si è trasferita, tra Londra,  Amsterdam, Detroit.
Ma le fabbriche sono qui, e sono le più belle d’Europa. Grugliasco, Melfi, tra breve anche Mirafiori: bellissime, moderne, efficienti, produttive. Sergio Marchionne ha  vinto la sua scommessa, e attenzione, che ancora non è finita. Tra poco dovrebbe presentare la nuova Alfa, e sarà un gran colpo. E in prospettiva ci sarà un ulteriore passo di consolidamento, un accordo con un’altra casa americana, probabilmente Gm. In tempi stretti, direi al massimo un paio di anni. A quel punto, Marchionne passerà giustamente alla storia come il manager che ha saputo creare qualcosa, un grande costruttore.

Altro paradosso non male: mentre Milano, la nostra capitale economica, crolla, Torino, che sembrava finita,  è destinata alla resurrezione.
Milano è entrata in una congiuntura negativa come mai prima d’ora. Anche nei simboli. Prima lo skyline dei nuovi grattacieli, simbolo della nuova Milano, venduti al Quatar. Poi la Pirelli, simbolo della Milano industriale, ai cinesi. E infine l’addio di Giuliano Pisapia proprio alla vigilia dell’Expo, simbolo del nostro futuro, della Milano che rinasce, della ripresa.   Ma se le piacciono i paradossi, gliene suggerisco un altro: presto ci troveremo a convivere con due modelli di capitalismo opposti, quello americano di Fiat- Fca, e quello cinese di Pirelli. Non male, no?

Milano e’ già sopravissuta a Tangentopoli, a Mani Pulite. Potrà uscirne anche questa volta?
Stavolta è peggio del 1992. Ai  tempi di Mani Pulite si era comunque messa in moto una reazione, la società civile,  la parte migliore dell’impresa, eccetera. Oggi non c’è niente di niente: si assiste stupefatti a quello che accade ma non si muove nulla. C’è solo il vuoto, su ogni fronte: della politica, degli amministratori, dell’élite economica e finanziaria.

Però rimane pur sempre l’Expo, che sta per aprire. Si prevede un grande successo, e soprattutto un fondamentale aggancio per la ripresa. Lei come la vede, al netto dei ritardi, degli scandali, e via dicendo?
Anche l’esposizione di Milano del 1906 iniziò male e con ritardi. Ma fu ugualmente uno strepitoso successo, per due motivi. Il primo, è che indicava la direzione di marcia di un paese che andava verso il progresso. Il secondo motivo è che c’era una fortissima volontà di partecipazione a quell’evento, a tutti i livelli della società. Non è un caso che la Cgil nasca nello stesso anno, e proprio grazie all’esposizione universale, un evento aggregante  anche per il mondo del lavoro. La confederazione organizzò addirittura una grande cucina popolare, per consentire ai non abbienti di potersi sfamare quando andavano in visita all’esposizione. Anche il sindacato guardava all’esposizione come a un simbolo di progresso, e voleva esserne parte. Non c’è bisogno che le spieghi quanta differenza c’è tra il 1906 e oggi, vero? Quanto alla ripresa: giro molto per l’Italia, soprattutto al Nord, e le posso dire che il clima che vedo, e sento, non è per niente quello trionfalistico di cui si parla sui media.

Nunzia Penelope

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