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Home - Approfondimenti - Analisi - Breakback e “la Grande Scommessa”

Breakback e “la Grande Scommessa”

di Fabio Franchi
9 Febbraio 2022
in Analisi
Quella ”Premessa” che cambio’  la contrattazione

E’ straordinario il dibattito che si è creato attorno alla ricerca di BreakBack, sintomo effettivo di come le confederazioni sindacali, come ha detto Mascini, per quanto percepite dall’esterno come “elefantiache”, siano al loro interno vitali, vive e in una costante tensione verso ciò che le circonda. Tale condizione è necessaria: in un mondo dinamico e fluido, dove le situazioni invece che essere ben definite e isolate tendono a compenetrarsi, rendendo maggiormente complessi i bisogni, gli appetiti e i paradigmi, una eventuale staticità, una continua riproposizione dello stesso modello rischierebbe progressivamente di vedere il sindacato escluso da quel mondo nel quale lo stesso vuole essere protagonista. Un mondo che il lavoro organizzato deve avere il coraggio di leggere e filtrare nella sua diversità rispetto al passato, indagandolo «come se fosse la prima volta», e che deve avere l’umiltà di non darlo per scontato nelle sue relazioni industriali, evitando così l’errore che bastino i fasti del passato e le relative concezioni a descriverlo.

Questo “esercizio” è strettamente legato a un dover essere della rappresentanza che non è avulsa dal contesto in cui si insinua. Sono banalità probabilmente, tanto se n’è detto e tanto ancora continuiamo a dirlo. Tuttavia, il dubbio di non parlarne abbastanza rimane in quanto da un confronto avuto con alcuni delegati sindacali abbiamo scorto ancora una certa decisione nel distinguere un aspetto tecnico e un aspetto politico nel sindacato, dove è tecnico tutto quello che riguarda i servizi e politico è quanto compete la rappresentanza, la contrattazione e via dicendo. Tale velleità, probabile retaggio del tempo che fu, continua a portare avanti quella “visione eroica” del sindacato, per usare le parole di Mimmo Carrieri, o, in alternativa, continua a farlo (il sindacato) rimanere “prigioniero degli infiniti stereotipi del mondo di ieri”, come ha scritto Paolo Feltrin, con il rischio di «non riflettere su una parte decisiva di se stesso e quindi di trasformarsi, di crescere o diminuire in modo non consapevole» (Carbognin, Castegnaro, 1980, vol. 1, cit. in Feltrin 2015) e, aggiungiamo noi, di continuare a narrare un mondo quale esso non è più o è solo in una parte.

Proprio partendo da queste riflessioni, alla Cisl Firenze Prato nel mese di giugno 2018 abbiamo deciso di raccogliere la sfida lanciata dalla Cisl Nazionale per la creazione dello sportello lavoro sul nostro territorio. Il ragionamento può essere sintetizzato nel modo seguente: il sindacato è deputato a raccontare il mondo del lavoro, da sempre lo fa e lo fa bene. Tuttavia, oggi il mondo del lavoro non è statico, come si diceva dianzi, è fluido e multiforme, tantoché alla classica rappresentazione del contratto a tempo indeterminato è possibile opporre un gran numero di contratti flessibili che contemplano al loro interno momenti di discontinuità (lavoro – non lavoro). Tanto per fare un inciso, sempre che ce ne sia bisogno, durante la pandemia sono stati persi un milione di posti di lavoro, perlopiù a tempo determinato o in somministrazione e oggi, che siamo nella fase cosiddetta di ripartenza, è la stessa flessibilità a fare da padrona. Partendo da qui abbiamo concordato che un sindacato che sa storicizzarsi e che vuole rimanere aderente al contesto in cui opera deve anche narrare e gestire in maniera sempre più articolata proprio l’altra componente e cioè il “non lavoro”.  Narrare il “non lavoro” non significa fare un’apologia di chi non vuole lavorare, significa semmai dare voce a chi lavoro non lo trova, a chi è sfiduciato, a chi ha difficoltà a capire come funziona, a chi ha una visione del mercato del lavoro di un’epoca diversa da quel che è oggi, a chi è suo malgrado discontinuo e chi è ai margini o addirittura espulso da quel mondo senza una concreta possibilità di entrarci o rientrarci. Narrare il non lavoro significa sostanzialmente allargare l’orizzonte e il perimetro dell’azione sindacale cercando di dare rappresentanza a un mondo di outsider che altrimenti non lo avrebbe, partendo da un luogo fisico dove riconoscersi.

Proseguendo il parallelismo con l’attività sindacale classica (attività che parte dai luoghi di lavoro), ci siamo chiesti quale potesse essere il luogo da cui partire per dialogare con il non lavoro. Cassata l’opzione di andare ogni mattina fuori dai centri per l’impiego, abbiamo, con la nostra scelta, risposto “involontariamente” alla corretta osservazione che Carrieri prima e Bellini e Gherardini poi hanno avanzato nelle loro riflessioni e cioè siamo partiti dalle numerose domande di disoccupazione che il nostro patronato ogni giorno compila (includendo anche le persone che, non titolari di alcun sussidio, spontaneamente chiedevano di essere ricevute da sportello lavoro).   Quello che abbiamo fatto è stato mettere a sistema un pezzo che già c’era con un aspetto nuovo, l’operare sul mercato del lavoro, e abbiamo, ma è tuttora work in progress, costruito sopra un’azione che ricalca esattamente quello che un sindacalista fa in un’azienda.

L’approccio è strettamente legato alla volontà della persona di rimettersi in gioco e l’attività si sviluppa tramite la modalità assembleare che se ha come scopo primario quello di informare e preparare tecnicamente a muoversi tra la domanda e l’offerta di lavoro, vuole anche progressivamente riabituare le persone a muoversi in collettività, nonostante l’obiettivo rimanga comunque individuale. Ritornare al punto centrale di relazionarsi l’un con l’altro in questo mondo  neoliberista dove a dominare è l’homo oeconomicus, con il proprio cinismo individualista, non solo vuole facilitare la strada ad una partecipazione sindacale del domani, ma rappresenta effettivamente anche un aspetto funzionale all’equilibrio personale durante la fase di non lavoro, vuoi per la condivisione del peso psicologico, vuoi per la mutuazione di buone pratiche o vuoi per l’ampliamento di opportunità di ciascuno tramite una solida rete di contatti informali.

Non è tutto però. Gestire da vicino il mercato del lavoro significa andare oltre la semplice teoria del suo funzionamento fino a toccare con mano come impatta nella vita delle persone e, per riprendere l’attività (positiva) di lobbying già citata da Feltrin, nel caso della Cisl significa divenire forza propulsiva nei confronti del legislatore per una riforma delle politiche attive e di servizi per l’impiego degna di questo nome. Non una banalità, se si pensa a quanto è disabituato il sindacato stesso, anche per motivazione esterne, a parlare praticamente di mercato del lavoro.

Per quanto ci riguarda, l’esperienza del modello Ghent è stato oggetto di interesse e di studio, suscitandoci un certo tipo di ammirazione. Pur in un contesto totalmente diverso, abbiamo cercato e stiamo cercando nel nostro piccolo di provare a mutuare quanto è mutuabile nel distinto sostrato di movimento. Ad un piccolo traguardo siamo arrivati, difatti il III congresso Felsa Cisl Toscana (federazione che segue il lavoro atipico, autonomo e somministrato), cofondatrice dello sportello lavoro sul territorio fiorentino e pratese, ha visto la partecipazione e l’elezione nel consiglio generale della federazione a livello regionale di alcuni delegati, esponenti del mondo di sportello lavoro e di chi è in disoccupazione oggi. Segno che qualcosa si è mosso e che la direzione è giusta.

Per concludere, ritornando al binomio servicing-organizing, partendo dallo spunto dei servizi «collettivizzanti» che è una buona sintesi nel designare un servizio «politico», l’aggettivo forse più amato dai sindacalisti, concordiamo nella proposta sostanziale di reimpostazione dell’approccio delle persone deputate ad erogare servizi nel sindacato (Lauria-Bellini-Gherardini), i tecnici per capirsi, anche se siamo meno fiduciosi sul risultato che si possa ottenere (per motivazioni organizzative).

La grande innovazione dei servizi collettivizzanti è, a parer nostro, non tanto in ciò che di nuovo viene offerto ma nella capacità di mettere insieme più segmenti, alcuni nuovi e alcuni tradizionali, inserendoli in un’ottica di politica sindacale di rappresentanza sindacale. E’ qui che deve emergere la capacità del sindacalista: utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione, per definizione asettici, per mantenere quella collettività a partire dal luogo di lavoro dove la collettività è più semplice da creare, mantenere quel filo e quell’abitudine al dialogo e al confronto evitando che la persona ceda all’illusione di arrivare più lontano da sola. Il servizio può essere lo strumento che sprona una persona a varcare le soglie del sindacato, ma deve subire una trasformazione che lo collettivizzi.  È solo in questo modo che si personalizza la burocrazia, si attenuano fenomeni di “free riding” e si combatte quel paradigma neoliberale dominante per cui l’individuo è mosso quasi esclusivamente dalle domande “mi conviene?” oppure “mi serve?”.

Ed è per questo che sportello lavoro, ma il ragionamento si potrebbe estendere anche ad altre opportunità, per noi è innanzitutto un modus operandi, il bagaglio che ogni buon sindacalista deve avere e che può sicuramente, come eterogenesi dei fini, andare anche ad arricchire l’approccio sindacale dinanzi ai tavoli di crisi aziendale (qua ci fermiamo perché rischiamo di andati fuori tema). L’idea di fondo è semplice, non c’è più tecnico e politico, non più servicing e organizing, la risposta ad un progressivo scomporsi della società in sfumature sempre più accentuate non può essere trovata in rigide distinzioni; la prospettiva presente e futura ci chiede di fare “quell’esercizio” che ci porta a scommettere sulla necessità di pensare sempre più in modo sistemico. Se noi “rompessimo” il sindacato oggi  e lo “ricostruissimo insieme domani”, valorizzando il suo ruolo tramite un insieme di servizi di fatto collettivizzanti in continuo movimento, lo trovereste un futuro utopico o distopico?

FABIO FRANCHI                                                                                                             ALESSIO NASONI

Segretario Generale                                                                                                          Sportello Lavoro Cisl Firenze/Prato

Ust Cisl Firenze Prato                                                                                                      Segretario Regionale Felsa Cisl Toscana

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