Il Diario del lavoro compie 25 anni. La prima notizia sul nostro giornale uscì nell’autunno del 2001, anche se la storia del Diario parte molto prima: dal 1982, quando Gino Giugni, il nostro maestro, decise di dare vita a una nuova rivista edita da Franco Angeli, che riportasse resoconti e commenti di quanto accadeva nel mondo delle relazioni industriali. Temi che si andavano intensificando, e seguire i diversi tavoli di trattative era sempre più difficile; di qui l’idea di un raccoglitore di notizie dove trovassero posto anche i commenti dei giuslavoristi. La rivista, quindicinale, si chiamava Lavoro Informazione. A dirigerla Gino chiamò una giornalista di grande tempra, Gianna Naccarelli. Ma Naccarelli dirigeva anche l’Agenzia Italia, e non ce la faceva con due impegni cosi importanti. Così dopo un anno mi passò la direzione, e andammo avanti tranquilli fino all’anno 2000.
Quando saltammo nel nuovo secolo ci accorgemmo, con crescente evidenza, che Internet aveva cambiato la nostra vita: le notizie correvano veloci e una rivista cartacea arrivava, quando andava bene, con un ritardo di almeno tre settimane. Era chiaro che dovevamo cambiare. La scelta fu dolorosa. Chiudemmo Lavoro informazione ma subito fondammo Il diario del lavoro, un quotidiano online, uno dei primissimi d’Italia, che ci consentiva di essere tempestivi e di “stare sulla notizia” come i tempi richiedevano. Da quel momento partì questa nostra avvincente avventura, arrivata oggi a un quarto di secolo.
I primi passi non furono facili. All’inizio degli anni Duemila internet era diffuso, ma molti sindacalisti e capi del personale, i nostri interlocutori, non avevano nemmeno il pc sulla scrivania. Io li andavo a trovare per chiedere loro di abbonarsi, e temevo un rifiuto. Ma non fu così: le risposte furono positive e numerose, tanto che riuscimmo a pareggiare i conti del giornale. Eppure, non erano tempi facili. In quel periodo, oltretutto, l’Italia visse una crisi economica che causò enormi difficoltà. E non era finita: pochi anni dopo, nel 2008, quando vedemmo i dipendenti della Lehman Brothers lasciare la sede della banca con gli scatoloni in mano, capimmo che era tramontata un’epoca.
Noi però non ci fermammo: proprio in quell’anno, nel 2008, compimmo un nuovo passo in avanti, lanciandoci nell’avventura dell’Annuario del lavoro. L’idea era di pubblicare, ogni anno, un volume di grandi dimensioni nel quale raccontare e commentare, con l’ausilio di una cinquantina di esperti, tutto quanto era accaduto nel mondo del lavoro nei dodici mesi. Era una mia idea fissa, da quando negli anni 80 Guido Baglioni, allora presidente del Cesos, uno dei centri studi della Cisl, sostenuto dal Cnel, decise di pubblicare un annuario del lavoro, e mi affidò il compito di riferire cosa facevano le grandi confederazioni datoriali, Confindustria in primis. Mi innamorai di questo lavoro, perché capivo che, riferendo anno dopo anno quanto accadeva, si usciva dal day by day, dalla cronaca e non dico che si arrivava alla storia, ma a una cronaca ragionata sì, e si capiva meglio quanto stava accadendo.
Il problema era che non avevo uno sponsor e stampare ogni anno migliaia di copie di un libro di 450 pagine non era uno scherzo. Non sapevo come comportarmi: la soluzione, come sempre, venne una notte in cui non riuscivo a dormire. Capii che non mi serviva uno sponsor, ma il sostegno di un gruppo di amici. Misi a punto il sommario del primo Annuario e lo feci leggere ai segretari generali delle confederazioni sindacali e ai direttori generali delle associazioni datoriali, Confindustria in primis, con questa richiesta: se volete che un libro del genere sia stampato, un libro che parla di voi, che racconta quanto avete fatto o farete, impegnatevi ad acquistarne 100 copie. Le risposte furono tante, e tutte positive. L’Annuario è andato avanti, è cresciuto, e proprio in questi giorni va in stampa l’edizione del 2026.
Qualche anno dopo ancora, nel 2014, compimmo un nuovo passo in avanti avviando la Scuola superiore di relazioni industriali. Con Mimmo Carrieri e l’Università La Sapienza mettemmo a punto il progetto di una Scuola in grado di ospitare tra i quaranta e i sessanta studenti per anno. I corsi, un vero master, prevedevano dodici giornate divise in quattro sessioni di tre giorni. Creammo anche un modello campus, in una località vicino a Roma, con studenti e docenti riuniti nello stesso luogo per tre giorni: per studiare ma anche mangiare, dormire, confrontarsi e chiacchierare, tutti assieme. Abbiamo scelto la formula della formazione congiunta, cioè mescolare persone che vengono da aziende, per lo più grandi, e altre che vengono dal sindacato, per abituarle a convivere, per farle conoscere, per facilitare poi il loro lavoro: su entrambi i fronti, i problemi sono gli stessi, il lavoro identico. Anche questa nostra iniziativa ha avuto fortuna, la Scuola ha oggi al suo attivo dodici anni di corsi a cui hanno preso parte centinaia di docenti e allievi, molti dei quali hanno poi fatto brillantissime carriere, nel sindacato come nelle aziende.
Adesso siamo arrivati a questo importante anniversario, i venticinque anni del Diario, da cui tutto è iniziato. Con una piccola redazione di giornalisti professionisti giovani e molto agguerriti, con alcuni eccellenti collaboratori e con un Comitato di garanti di altissimo livello, siamo a tutt’oggi un punto di riferimento per chi vuole capire cosa accade nel mondo del lavoro e delle relazioni industriali. Non ce lo diciamo da soli: ce lo riconoscono i nostri interlocutori, sindacati e imprese.
Per onorare questo compleanno importante, abbiamo deciso di organizzare per la mattina del 15 ottobre a Roma, al Tempio di Vibia Sabina e Adriano, un evento che ci assomigli, che rispecchi il senso del nostro lavoro. Ci saranno quindi due tavole rotonde, una più istituzionale con i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil, i vicepresidenti di Confindustria e Confcommercio e il presidente di Cida, per capire cosa è cambiato nel mondo del lavoro in questi anni. E poi una seconda, con alcuni esperti, per scandagliare il possibile futuro del lavoro negli anni a venire. Sarà una bella festa, siete tutti invitati. Vi aspettiamo.
Massimo Mascini




























