Questa mattina è stata pubblicata l’analisi mensile del Centro Studi Confindustria. Lo studio riporta le preoccupazioni dovute ad uno scenario economico globale non troppo favorevole, soprattutto dopo la strage di Parigi e l’intervento militare in Siria che ha generato paura e sfiducia diffusa in tutti i paesi europei. Ma uno dei principali problemi per l’economia mondiale rimane la deflazione che aggrava il peso dei debiti e sfavorisce gli acquisti. Tanti i paesi coinvolti nella dinamica deflattiva: nel 2015 sono saliti a 24 su 189, nel 2011 erano solo 2.
Deflazione – secondo l’analisi del centro studi di Confindustria – causata da un’ampia capacità produttiva inutilizza, dalla discesa delle quotazioni delle materie prime, dalla concorrenza globale e l’innovazione tecnologica. Nell’Eurozona infatti, la capacità produttiva inutilizzata è ancora sopra i livelli pre-crisi. Secondo l’indagine trimestrale della Commissione europea presso le imprese, nel 4° trimestre del 2015 la capacità produttiva inutilizzata sarà pari al 18,5% a differenza del 20,1% della media 2014. Anche in Italia sono ampie le risorse non impiegate, che creano una forte pressione negativa sulla dinamica dei prezzi. Il calo dei prezzi delle materie prime – secondo i dati riportati dallo studio – lo riscontriamo nei metalli (rame -22,8%, ferro -22,6%) e nei prodotti agricoli (mais -3,5%), nonostante l’impatto sui raccolti delle condizioni climatiche avverse in Sud America e Australia.
Ma ci sono anche aspetti positivi – presi in considerazione dal Centro studi di Confindustria – il calo del prezzo del petrolio e l’arretramento del tasso di cambio dell’euro che denotano un avanzamento dell’impulsi espansivi esistenti. L’offerta di petrolio resta abbondante, pur rallentata dai prezzi bassi che invece spingono i consumi: 1,7 mbg il surplus quest’anno. L’euro è sceso a 1,06 rispetto al dollaro. Ma il livello del cambio sconta sia il persistente gap di crescita dell’Eurozona rispetto agli Stati Uniti sia le attese di gran parte degli investitori di maggiore espansione della BCE e di inizio del rientro da parte della FED in dicembre. Purtroppo, i fragili e i volatili cambi dei paesi emergenti esportano deflazione nel resto del mondo che in Europa è in parte contrastato dalla debolezza della moneta unica. Il rublo russo -32,8% sulla moneta unica da luglio 2014, il real brasiliano -23,5% e la lira turca -3,9%.
In questo scenario l’Italia stenta ad avere segnali di ripresa così come evidenziano i dati del terzo trimestre 2015. Il PIL italiano è salito in estate per il 3° trimestre consecutivo, ma a ritmo attenuato: +0,2% congiunturale, dopo il +0,3% del 2° e il +0,4% del 1°. La variazione acquisita per il 2015 è di +0,6. L’attività industriale invece è salita dello 0,4% in ottobre. Negli USA il rallentamento del manifatturiero, causato dagli effetti sulle esportazioni della frenata delle economie emergenti e del dollaro forte, è più che compensato dall’ulteriore forte accelerazione dei servizi. Ma il motore trainante sono i consumi a cui contribuiscono perlopiù le famiglie. Nell’Est invece il Giappone è tornato in recessione mentre la Cina subisce la franata dell’output industriale.
Di seguito l’incipit dell’analisi mensile del Centro Studi Confindustria:
“Lo scenario economico globale non è più contrassegnato solo da fattori favorevoli. La frenata degli emergenti, che abbassa le stime per il commercio mondiale, la paura generata dagli attacchi terroristici, che alimenta una già elevata incertezza e modifica i piani di spesa, e l’escalation militare in Siria costituiscono venti che soffiano contro un’economia europea che non viaggia certo a pieni giri, soprattutto in alcuni paesi. Tuttavia, rimangono prevalenti gli impulsi fortemente espansivi da tempo inquadrati, che anzi si sono irrobustiti attraverso un ulteriore calo del prezzo del petrolio e il nuovo arretramento del tasso di cambio dell’euro. Nel Mondo intero e in molte sue singole parti l’insidia maggiore continua a rimanere la deflazione: 24 paesi registrano variazioni annue negative dei prezzi al consumo, contro 2 nel 2014. La deflazione depotenzia l’azione della politica monetaria, aggrava il peso dei debiti e induce il rinvio degli acquisti. L’ampia capacità produttiva inutilizzata (sotto forma in particolare di elevata disoccupazione), la generale discesa delle quotazioni delle materie prime (che riflettono e insieme trasmettono le pressioni al ribasso dei prezzi), le aspettative degli operatori e le ricadute della concorrenza globale e dell’innovazione tecnologica continuano a spingere all’ingiù la dinamica inflattiva. Ciò terrà a lungo bassi i tassi di interesse, anche negli USA dove la FED si accinge ad abbandonare la soglia zero del costo del denaro, e giustifica ulteriori allentamenti da parte della BCE. In Italia l’economia stenta a prendere quota, come indicano i deludenti dati del terzo trimestre (ma che fine ha fatto l’ottima annata turistica?), appesantiti dai contraccolpi della debole domanda estera. Comunque, la domanda interna è più vivace e i primi indicatori qualitativi autunnali (fiducia, PMI) sono in miglioramento rispetto all’estate. In attesa che si faccia sentire la spinta del contenuto espansivo della Legge di stabilità”



























