“L’aumento delle aliquote contributive per i collaboratori, che passeranno dal 27,72% attuale al 33% nel 2018, si scaricherà sui lavoratori perché le aziende, in assenza di un compenso minimo, cercheranno di lasciarlo inalterato facendo pagare l’aumento tutto al collaboratore.” Lo sostiene il leader del Nidil-Cgil, Filomena Trizio. “Per evitare – sostiene – che con l’aumento dell’aliquota ci rimettano i lavoratori come già accaduto in passato con gli altri aumenti dei contributi sarebbe necessario agganciare i compensi minimi dei collaboratori ai minimi salariali contrattuali per pari professionalità”. “In assenza dei compensi minimi – precisa – si rischia che il datore di lavoro faccia pagare tutto l’aumento al collaboratore. Su un compenso lordo di 1.200 euro adesso si paga il 27,72% di aliquota (teoricamente la ripartizione è 2/3 al datore di lavoro e un terzo al lavoratore) ovvero circa 330 euro. A regime nel 2018 l’aliquota passerà al 33% e quindi il contributo a 396 euro con un aumento di oltre 60 euro al mese”. “Il rischio – spiega Trizio – è che il datore di lavoro resti fermo sui 1.200 euro lordi e che il lavoratore prenda invece che 870 euro solo 810”.
“Gli iscritti – prosegue – alla gestione separata, secondo gli ultimi dati Inps riferiti al 2010, sono oltre 1,4 milioni per un reddito medio di 17.490 euro l’anno. Ma ci sono grandi differenze tra gli amministratori (condominio, consigli di amministrazione ecc) e i sindaci (circa 497.000 persone) che prendono in media compensi di 31.314 euro all’anno e i collaboratori a progetto (oltre 675.000 persone spesso in monocommittenza) che prendono in un anno in media circa 9.885 euro (quindi meno di 1.000 euro al mese)”. (LF)
























