“Contrattare per includere, partecipare per contare”: sono queste le parole d’ordine su cui è convocata la Conferenza di organizzazione della Cgil che si aprirà a Roma giovedì 17 settembre. Circa 900 delegati, per la precisione 921, si riuniranno quindi da domattina presso l’Auditorium Parco della Musica. Alle loro spalle, un centinaio di assemblee territoriali in cui è stato discusso il documento varato a Bologna lo scorso 14 marzo. Davanti a loro, in base allo slogan “Cambia il lavoro, cambiala Cgil”, il compito, a dir poco impegnativo, di tradurre in pratica lo scopo assegnato alla Conferenza dal documento stesso: “determinare un cambiamento profondo della nostra Organizzazione”, cioè della Cgil. Un cambiamento che sia “fondato sulla scelta di rafforzare la nostra democrazia rappresentativa”, nonché “la partecipazione attiva e consapevole” degli iscritti “alla vita dell’Organizzazione”.
Parole? Buoni propositi? Certamente. Ma forse, qualcosa di più. Perché in questi mesi un’idea concreta, volta a realizzare un’autoriforma almeno parziale che punti a rafforzare il proprio carattere democratico e, a tal uopo, la partecipazione dei lavoratori alla vita interna dell’organizzazione, la Cgil l’ha effettivamente formulata. Si tratta dell’idea esposta nel secondo capitolo del documento di Bologna, al punto 2.3., intitolato Assemblea generale.
Nel testo si può leggere che la Conferenza di Organizzazione “nel riconfermare la scelta della democrazia di mandato, assume il principio che i Segretari generali e le Segreterie siano eletti da organismi composti in maggioranza da attivisti/e dei luoghi di lavoro e delle Leghe Spi”. A tale scopo, in futuro i Congressi delle varie strutture della Cgil eleggeranno un nuovo organismo, l’Assemblea generale. Tale Assemblea, che da un punto di vista dimensionale non dovrà essere “superiore al doppio dei componenti del Comitato Direttivo che ne è parte integrante”, dovrà “essere composta in maggioranza da attivisti/e dei luoghi di lavoro e delle Leghe Spi, eletti con i medesimi criteri di rappresentanza e pluralismo adottati per l’elezione del Comitato Direttivo stesso”.
Ora si sa, il sindacalese, come ogni linguaggio formale (politichese, giuridichese, burocratese, ecc.) ha delle sue, forse ineliminabili, pesantezze. Ma, se il lettore si fa forza e arriva in fondo alla frase, dovrà ammettere che, dopo tutto, l’idea c’è ed è abbastanza chiara. In pratica, fino a oggi, i Congressi della Cgil eleggevano organismi dirigenti, detti in genere Comitati direttivi, che, a loro volta, eleggevano un Segretario generale e, su sua proposta, una Segreteria. In futuro, se la proposta di cui stiamo parlando sarà approvata, i Congressi eleggeranno non più un solo organismo dirigente, ma due. Da un lato, ci sarà il Comitato direttivo, che avrà compiti di indirizzo politico dell’organizzazione o della struttura locale o di categoria, riunendosi più volte all’anno. E l’Assemblea generale, che sarà composto in maggioranza da lavoratori in produzione (o pensionati, nel caso dello Spi) e non da funzionari sindacali, e che avrà il compito di eleggere Segretari generali e segreterie.
Lo scopo di tutto ciò è evidentemente quello di sburocratizzare il sindacato, ovvero quello di accrescere il peso dei lavoratori nella selezione dei gruppi dirigenti, diminuendo nel contempo quello dei funzionari sindacali. Ma tutto ciò, rifiutando ipotesi di democrazia diretta, e tentando di coniugare questo trasferimento parziale di potere verso la base degli iscritti con il mantenimento di uno schema fondato sulla democrazia delegata.
Per capire il senso politico di queste scelte, basta riandare con la memoria all’ultimo Congresso della Cgil, quello svoltosi a Rimini nel 2014. Congresso in cui si palesò da un lato una posizione sostenuta dal Segretario generale della Fiom, Landini, che, in prospettiva, pareva vagheggiare l’ipotesi di un Segretario generale della Cgil eletto direttamente dagli iscritti. Mentre, dall’altro, la allora rieletta Segretaria generale della Cgil, Camusso, sostenne che andava evitato uno schema che avrebbe finito per dare potere più alla rappresentazione mediatica di eventuali candidati che non agli iscritti in quanto tali, e che era dunque preferibile restare saldamente ancorati alla tradizione della stessa Cgil basata su un’idea di democrazia rappresentativa. Ovvero su un’idea per cui, tra un Congresso e l’altro, la sovranità viene trasferita dagli iscritti nelle assemblee elettive quali, in ultima analisi, sono i Comitati direttivi.
Da domani, dunque, appuntamento all’Auditorium di viale De Coubertin. Alle 10:30 è prevista la relazione introduttiva che sarà svolta da Nino Baseotto, il responsabile organizzativo della Cgil. Venerdì, in tarda mattinata, l’intervento conclusivo sarà tenuto da Susanna Camusso.
@Fernando_Liuzzi


























