236ª Seduta (antimeridiana)
Presidenza del Presidente
GIULIANO
La seduta inizia alle ore 10.
IN SEDE CONSULTIVA
(2814) Conversione in legge del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, recante disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria
(Parere alla 5a Commissione. Seguito e conclusione dell’esame. Parere favorevole con raccomandazione)
Prosegue l’esame, sospeso nella seduta di ieri.
Il senatore ROILO (PD) ritiene che la manovra si collochi in un contesto economico-finanziario drammatico: l’Italia, pur non trovandosi nelle condizioni della Grecia o della Spagna, è sicuramente un paese a rischio. La situazione poteva essere evitata, e la responsabilità è in questo senso ascrivibile agli otto anni di Governo della destra, di cui gli ultimi tre utilizzati per negare la crisi. Il Paese ha ora sicuramente bisogno di misure urgenti, mentre la manovra rinvia tutto al 2013-2014, con l’intento evidente di scaricare i problemi sul Governo che verrà; esattamente l’opposto di quanto auspicato dal Capo dello Stato nel suo appello di questi giorni.
È lo stesso approccio a rendere poco efficace la manovra: peraltro alla copertura reale mancano 15 miliardi, ciò che ne diminuisce la già scarsa credibilità. Il disegno di legge cerca di recuperare le risorse necessarie laddove è più facile reperirle, come già fatto nel 2010, agendo su pensioni, pubblico impiego, regioni, enti locali. Sulle pensioni si interviene senza nemmeno confrontarsi con le parti sociali e con lo scopo esclusivo di “far cassa”, colpendo i redditi medio bassi, in una sorta di patrimoniale al contrario. Anche per il pubblico impiego, si dispongono interventi iniqui, prorogando al 2014 il congelamento degli stipendi ed il blocco del turn over e senza affrontare i problemi annosi di efficienza e di produttività della pubblica amministrazione.
Su regioni ed enti locali, la manovra avrà effetto pesantemente negativo sui servizi essenziali, vanificando il federalismo fiscale.
Si tratta di una manovra classista, che rinvia nel tempo le riforme, non contempla misure serie per accelerare la ripresa e colpisce negativamente l’economia, operando unicamente attraverso il sistema dei tagli. Il riordino dei conti pubblici è sicuramente un obiettivo condivisibile, ma non certo perseguibile con misure recessive.
Il Capo dello Stato ha invitato ad approvare rapidamente la manovra appellandosi al senso di responsabilità delle forze politiche. Il partito Democratico di conseguenza collaborerà per l’approvazione rapida, presentando pochissimi emendamenti. Resta evidentemente fermo il giudizio negativo sulla manovra; peraltro, dopo la conversione del decreto-legge, il Paese ha bisogno di un nuovo Governo, in grado di affrontare l’emergenza economico-finanziaria e di porre in essere le condizioni a tal fine necessarie.
La senatrice SPADONI URBANI (PdL) rileva che il decreto-legge si basa sul principio di responsabilizzazione di tutti i livelli dello Stato, e riguarda tutti gli organi costituzionali e quelli di governo centrale e periferico. Attraverso tagli mirati e l’utilizzo selettivo delle risorse assegnate per mantenere lo stato sociale e favorire lo sviluppo, occorre raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2014, come indicato dall’Unione Europea e come il Governo si è impegnato a realizzare.
Viste le previsioni di crescita dei prossimi tre anni, ella ritiene strategica, al fine del raggiungimento dell’obiettivo del pareggio, la lotta ai grandi evasori fiscali, per i quali occorrono speciali misure di controllo e repressione.
Sul versante del risparmio, il provvedimento non ripete la scelta drastica dei tagli lineari, che pure ha avuto il merito di allontanare l’Italia dal rischio di speculazione finanziaria; un rischio che si poteva concretizzare visti gli ultimi movimenti dei mercati finanziari, ed è proprio per dare stabilità al mercato che si è deciso, con l’accordo dell’opposizione, di accelerare l’approvazione della manovra. L’Unione europea ha dettato dei saldi e dei tempi che vanno assolutamente rispettati e di cui tutti sono consapevoli.
I sacrifici richiesti non riguardano ricerca, beni culturali, scuola, università, fondi FAS e “5 per mille”.
Sui cosiddetti costi della politica rileva una volontà cieca di colpire i politici, anziché la concezione vecchia della politica partitica dei privilegi, delle duplicazioni, delle inefficienze, degli sprechi.
Si ispira indubbiamente al criterio di equità il mantenimento degli attuali salari e stipendi dei pubblici dipendenti. Ciò ha comportato altre misure, quali il blocco parziale del turn over degli statali e il blocco del rinnovo dei loro contratti collettivi fino al 31 dicembre 2014 (articolo 16, comma 1).
Ritiene equa ed importante, anche per le ricadute sui consumi, la tassazione agevolata, per il 2012, del salario accessorio nel settore privato legato alla contrattazione aziendale, che beneficia di uno sgravio dei contributi dovuti dal lavoratore e dal datore di lavoro (articolo 26). Si dichiara inoltre favorevole al graduale innalzamento dell’età delle donne a 65 anni come requisito pensionistico, tra il 2020 ed il 2032. L’allungamento della speranza di vita e il miglioramento della qualità della vita stessa suggerivano da tempo questa misura, che però va accompagnata da parità nei diritti e nei doveri attraverso una legislazione di supporto e dalla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
In merito al blocco dell’adeguamento ISTAT delle pensioni, circoscritto agli importi medio/alti e limitato nella sostanza e nel tempo, suggerisce un ammorbidimento, almeno per la fascia più bassa. (tra le tre e le cinque volte il minimo ISTAT).
Ritiene del pari positiva l’eliminazione del piccolo contenzioso previdenziale previsto dall’articolo 38 che dispone l’estinzione d’ufficio delle liti in materia previdenziale di valore inferiore ai cinquecento euro.
Il disegno di legge affronta anche il problema del lavoro giovanile e di chi è stato espulso dal mondo del lavoro, implementando la possibilità della creazione di lavoro autonomo. Viene poi prevista una tassazione forfetaria del 5 per cento, per cinque anni, la più conveniente d’Europa, per le imprese costituite dai giovani fino a 35 anni. La stessa agevolazione è concessa a chi ha perso il posto e decide di creare lavoro, trasformando gli ammortizzatori sociali in tutele sociali. La disposizione in parte si sovrappone a quanto disposto nel disegno di legge 2514, all’esame della Commissione e di cui è relatrice, ma non lo sostituisce. L’Atto Senato 2514, infatti, è riferito esclusivamente ai cassaintegrati e al regime fiscale privilegiato unisce semplificazioni, agevolazioni e deroghe che tutte insieme invitano il cassaintegrato a creare lavoro, evitando la disoccupazione, il lavoro nero, l’abusivismo, il sommerso, l’evasione fiscale. A favore dell’occupazione giovanile interviene anche l’articolo 29, facilitando l’ingresso nel mondo del lavoro attraverso l’intermediazione di scuola, università e comuni che metteranno in rete i curricula dei giovani. Questa intermediazione, interconnessa alla borsa continua nazionale del lavoro, può facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro.
Il senatore NEROZZI (PD) ribadisce la contrarietà del suo Gruppo nei confronti della manovra, confermando che unicamente per senso di responsabilità il PD ha acceduto ad una accelerazione dell’esame, in una situazione in cui la stessa maggioranza è apparsa assai confusa ed il Presidente del Consiglio è rimasto per giorni silenzioso, nonostante la particolare gravità del momento. Il provvedimento contiene misure del tutto incondivisibili. Particolarmente iniquo egli giudica l’intervento in materia di pensioni, che va a colpire una fascia particolarmente debole, nella quale si trovano molte donne sole o vedove. A quanto risulta, sembrerebbe possibile in sede parlamentare una correzione di tale intervento, che appare comunque frutto di un classismo inaccettabile.
Nella grave situazione economica attuale, il Governo richiede ulteriori sacrifici al pubblico impiego. Alcuni di essi, tuttavia, non sono necessari, come è il caso del blocco dei contratti. Si tratta di misure particolarmente odiose, ove si pensi che al contempo, ad esempio, non si eliminano alcuni uffici periferici dello Stato. Nel rievocare la vicenda riguardante un componente indicato per l’ARAN, invita il ministro Brunetta a praticare nei fatti quel rigore che sovente proclama a parole. Particolare preoccupazione esprime con riferimento al blocco del turn over, osservando che, soprattutto nelle regioni che abbiano operato in modo virtuoso nella sanità, il conseguente impoverimento delle strutture infermieristiche tecniche o del settore della pediatria – dove già si registrano carenze dovute ad una errata programmazione delle necessità – finisce col colpire i servizi e la qualità dei medesimi. L’iniquità della manovra e le disparità che essa crea rischiano a suo giudizio di dar luogo a forti tensioni sociali, di cui invita a non sottovalutare il pericolo.
La senatrice CARLINO (IdV) fa presente che, con il solo obiettivo di “fare cassa”, si sta imponendo al Parlamento una manovra ingiusta, iniqua, depressiva e che non risana neanche i conti pubblici. Sono evidenti gli squilibri, le disparità pesanti e la grave insostenibilità sociale in un provvedimento che inoltre non affronta né il problema del futuro previdenziale dei giovani, né quello del recupero del potere d’acquisto delle pensioni attuali. Consolidare le finanze pubbliche, senza gravare sempre sulle solite fasce deboli, lavoratori e pensionati, deve restare, a suo giudizio, una priorità.
Per senso di responsabilità, il Gruppo IDV ha convenuto di presentare pochi emendamenti, fermo restando il giudizio complessivo negativo sul provvedimento.
Per quanto riguarda le disposizioni in materia di lavoro e previdenza, il suo Gruppo suggerisce alcuni interventi di modifica che considera il minimo indispensabile. Anzitutto la sostituzione del comma 3 dell’articolo 18, che stabilisce il blocco del meccanismo di perequazione automatica delle fasce di pensione superiori a 3 volte il minimo con un contributo di solidarietà da parte dei percettori di vere pensioni privilegiate.
Assai grave e da sopprimere è poi la disposizione di cui all’articolo 37, in materia di contenzioso di lavoro, attraverso la quale si addossa ai lavoratori il pagamento di una quota che nella maggioranza dei casi comporterà un costo totale di 233 euro: una cifra importante, se si considerano le condizioni economiche di chi si trova costretto a ricorrere alla giustizia per la tutela di diritti.
Quanto, infine, all’unificazione degli enti previdenziali, si tratta invece di un intervento rilevante che, mediante una razionalizzazione della spesa, non solo può far reperire risorse utili per il miglioramento del sistema, ma permetterebbe di riordinare e di razionalizzare l’assetto e il funzionamento dello Stato sociale italiano.
Auspica infine che, con analogo senso di responsabilità, la maggioranza accolga le poche richieste di modifica presentate dai Gruppi dell’opposizione, onde rendere la manovra, ancorché poco efficace, per lo meno più equa nei confronti delle fasce più deboli del Paese.
La senatrice BLAZINA (PD) nel ricordare che il suo Gruppo va sottolineando dall’inizio della Legislatura l’insufficienza dei provvedimenti del Governo, non per catastrofismo, ma a seguito di una attenta ed oggettiva lettura dei dati, conviene sulla necessità di intervenire subito e in maniera efficace. La sua parte avrà dunque un atteggiamento di responsabilità, fermo restando il giudizio negativo sulla manovra; auspica pertanto che vengano accolti gli emendamenti migliorativi dell’ opposizione. Ancora una volta il Governo non corrisponde alle reali e gravi emergenze del Paese. Difatti molte necessarie misure sono posticipate, come è il caso delle incognite legate al disegno di legge delega per la riforma fiscale e assistenziale, recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri; mancano inoltre interventi complessivi, globali, strutturali; si accrescono la confusione, la precarietà, l’insicurezza.
Si sofferma in particolare sul comma 1 dell’articolo 18, che riguarda il progressivo innalzamento da 60 a 65 anni del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia nel settore privato e le lavoratrici autonome o parasubordinate. La misura, di per sé non negativa, andava tuttavia adottata diversamente, unitamente a misure di accompagnamento per la conciliazione, per la tutela della maternità, per l’equiparazione dei salari. Il comma 5, poi, contiene una disposizione incostituzionale, che va ad intaccare le poche certezze e gli affetti di soggetti già deboli, come anziani e badanti. Molto di più dovrebbe inoltre farsi per i giovani: oltre all’imprenditoria, essi andrebbero sostenuti con altri interventi che vadano soprattutto a diminuire la precarietà e a sostenerli per la famiglia e la casa. Ritiene incomprensibile la ratio dell’articolo 29 sulla liberalizzazione, che reputa del tutto inefficace, se non dannoso. Per le province, ribadisce che sarebbe più opportuno istituire lo sportello unico per l’impiego, come previsto nel disegno di legge n. 1110, a firma della senatrice Finocchiaro ed altri ed all’esame della Commissione. Nel segnalare l’esigenza di liberalizzare altri settori, ben più importanti, esprime perplessità sulle funzioni e sui compiti dell’Alta Commissione in materia di liberalizzazione dei servizi.
Ribadisce conclusivamente la propria contrarietà al decreto-legge, nell’opinione che l’obiettivo del pareggio di bilancio entro il 2014 potrebbe proficuamente essere conseguito attraverso il ricorso a strumenti diversi e comunque caratterizzati da equità.
Il senatore TREU (PD) ricorda che più volte in Commissione è emersa la necessità di accompagnare le misure di rigore finanziario con interventi di sostegno allo sviluppo ed adeguate politiche del lavoro. Interventi che sarebbero stati necessari anni fa e sono stati procrastinati, ora divengono inevitabili, ma soprattutto, a causa della situazione complessiva, assai più pesanti e difficili, richiedendo sacrifici ben più gravi e dolorosi. Inoltre, la sostanziale posposizione della operatività di grandi parti della manovra di stabilizzazione contenuta nel provvedimento di urgenza ne inficia la credibilità: per molti settori gli orizzonti della riforma non si vedono neanche in prospettiva e quel poco che viene qui operato risulta assai deludente nella sua inconsistenza. Tale è ad esempio il caso della delega per la riforma assistenziale, costruita in modo affatto inadeguato la conseguimento di obiettivi che pur sono di grandissimo rilievo, con enunciazioni evanescenti ed irresponsabili. Anche nelle condizioni date, alcuni riequilibri sarebbero invece doverosi. Evoca al riguardo gli interventi disposti in materia di pensioni e le misure di innalzamento dell’età pensionabile per le lavoratrici. Le misure avrebbero dovuto richiamarsi alla solidarietà intergenerazionale, mentre il decreto legge si limita ad un pallido sostegno al lavoro dei giovani. Del tutto inadeguata è poi la disposizione finalizzata allo sfoltimento delle controversie previdenziali. In materia il PD aveva avanzato una proposta organica; la misura in esame rischia invece di risultare controproducente, anziché semplificare, aprendo un contenzioso ancora più grave.
Il capitolo dedicato allo sviluppo risulta addirittura disarmante nella sua inconsistenza. Per queste ragioni, fermo restando l’atteggiamento di responsabilità in ragione del quale il Gruppo PD ha acceduto ad una accelerazione dei tempi di esame della manovra, ne ha tuttavia ben presenti le gravi iniquità e fa appello al buon senso della maggioranza per qualche ripensamento su taluni aspetti particolarmente odiosi o devastanti.
Nessun altro chiedendo di intervenire il presidente GIULIANO dichiara chiusa la discussione generale.
Il relatore ZANOLETTI (PdL) dà conto di una proposta di parere, favorevole con raccomandazione (vedi allegato).
Il senatore PASSONI (PD) si rammarica che la senatrice Spadoni Urbani non abbia avuto contezza delle misure e proposte alternative che l’opposizione, nel muovere critiche ai provvedimenti della maggioranza, ha avanzato nel corso della Legislatura. Anche in questi giorni, i parlamentari del PD hanno operato una scelta di responsabilità, necessitata dalle esigenze dei mercati, nell’auspicio che, superata la attuale fase emergenziale, possa aver luogo un dibattito più approfondito sulle loro proposte. Nell’annunciare il voto contrario del suo Gruppo alla proposta di parere del relatore, avverte che le considerazioni già evidenziate nel corso degli interventi dei componenti di Gruppo restano affidate ad una bozza di parere di segno contrario (vedi allegato), del quale dà conto nelle grandi linee. Le specifiche critiche nei confronti della manovra riguardano innanzitutto il fatto che essa, lungi dall’assumere l’obiettivo della crescita come asse centrale, contiene unicamente misure di “galleggiamento”, o inadeguate, quando non a carattere recessivo. Il provvedimento si limita a “fare cassa” ancora una volta attraverso le pensioni, senza alcun rispetto delle diversità esistenti. Egli dubita peraltro che l’innalzamento dell’età pensionabile delle lavoratrici del settore privato verrà garantito secondo lo scadenzario enunciato nel provvedimento, ritenendo più che plausibile una successiva rimodulazione. Nel richiamarsi alle considerazioni avanzate dai senatori Treu e Nerozzi, sottolinea che i tagli orizzontali hanno creato disparità e disuguaglianze. In particolare, il blocco del turn over del pubblico impiego, se non accompagnato da processi di riorganizzazione mirati della pubblica amministrazione, si rivelerà una tagliola che penalizzerà ulteriormente le fasce più deboli. Dopo aver rievocato la delicata vicenda dei lavoratori in somministrazione dell’INPS, esprime perplessità per l’assenza di una politica industriale e di sviluppo del Governo. Anche l’audizione dell’Amministratore delegato di Fincantieri, svoltasi ieri dinanzi alla Commissione, dimostra l’evidente crisi del settore e la “solitudine” delle aziende rispetto alla competizione internazionale.
L’impegno politico del PD è comunque di presentare e sostenere sui singoli punti specifiche iniziative legislative contenenti gli interventi necessari per una vera ripresa ed un reale sviluppo dell’economia del paese.
La senatrice CARLINO (IdV) si riporta alle considerazioni espresse in discussione generale, confermando il proprio voto contrario alla proposta di parere del relatore.
Ha la parola il senatore CASTRO (PdL) che, nell’annunciare il voto favorevole del gruppo PDL nei confronti della proposta del relatore, coglie l’occasione per ringraziare l’opposizione per l’atteggiamento di grande responsabilità e di intelligenza istituzionale, che ricorda le più belle pagine di storia repubblicana. Anticipa la massima disponibilità della sua parte nel ragionare successivamente su provvedimenti e misure che, superata l’attuale fase emergenziale, potranno essere adottati.
Anche il presidente GIULIANO evidenzia l’altissima prova di responsabilità che, nel corso dell’esame del provvedimento, stanno dando i senatori dei Gruppi di opposizione, ai quali esprime il proprio ringraziamento.
Presente il prescritto numero dei senatori, mette quindi ai voti la proposta di parere favorevole con raccomandazione formulata dal relatore, che è approvata, risultando conseguentemente precluso il voto sulla proposta alternativa a firma dei senatori Passoni ed altri.
INTEGRAZIONE DELL’ORDINE DEL GIORNO DELL’ODIERNA SEDUTA POMERIDIANA
Il PRESIDENTE propone di integrare l’ordine del giorno dell’odierna seduta pomeridiana con il seguito dell’esame dei disegni di legge nn. 784 e connessi, in materia di partecipazione delle donne alla vita economica e sociale.
Conviene la Commissione.
La seduta termina alle ore 11,30.
PARERE APPROVATO DALLA COMMISSIONE
SUL DISEGNO DI LEGGE N. 2814
La Commissione lavoro, previdenza sociale, esaminati gli interventi in materia di lavoro e previdenza sociale contenuti nel decreto-legge n. 98 del 2011,
considerate le disposizioni in materia previdenziale, contenute all’articolo 18, che prevedono un graduale percorso di allineamento dell’età pensionabile delle lavoratrici del settore privato ai livelli di quelli già previsti per il pubblico, un elevamento dei requisiti per i trattamenti pensionistici e per l’assegno sociale in relazione all’incremento della speranza di vita e un meccanismo di perequazione automatica delle pensioni previdenziali ed assistenziali, anche in termini di contenimento della spesa pensionistica e della relativa incidenza in rapporto al PIL;
valutate positivamente le agevolazioni in materia fiscale per la costituzione di nuove imprese da parte dei giovani (articolo 27) e la detassazione dei contratti di produttività per i lavoratori dipendenti del settore privato (articolo 26);
apprezzate le disposizioni contenute all’articolo 29, che recano modifiche alla disciplina su particolari regimi di autorizzazione allo svolgimento dell’attività di intermediazione in materia di lavoro, a cui vanno ad aggiungersi gli istituti di patronato e di assistenza sociale, nonché i consorzi universitari, in modo da realizzare una proficua interconnessione tra questi istituti e la borsa continua nazionale del lavoro;
esprime, per quanto di competenza, parere favorevole, con la seguente raccomandazione:
che sia diversamente modulata la perequazione automatica delle pensioni previdenziali ed assistenziali, di cui al comma 3 dell’articolo 18, in modo che vengano salvaguardate maggiormente le pensioni più basse.
SCHEMA DI PARERE PROPOSTO DAI SENATORI PASSONI, ROILO, TREU, GHEDINI, ADRAGNA, BLAZINA, ICHINO E NEROZZI SUL DISEGNO DI LEGGE N. 2814
La 11a Commissione lavoro e Previdenza Sociale,
esaminato, per le parti di competenza, il disegno di legge n. 2814, relativo alla conversione in legge del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, recante disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria;
Premesso che,
la manovra correttiva in esame, di importo pari a 5,3 milioni di euro per l’anno 2011, a 151,8 milioni di euro per l’anno 2012, a 17.876,9 milioni di euro per il 2013 e a 25.364,6 milioni di euro per l’anno 2014, si configura come una manovra ampiamente inadeguata rispetto alle esigenze del Paese e agli impegni assunti in sede europea, recessiva e fortemente iniqua;
gli effetti della manovra sono ampiamente al di sotto di quanto previsto nel DEF 2011, per un ammontare di oltre 15 miliardi di euro nel 2014, con ciò evidenziando la rinuncia del Governo al raggiungimento dell’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2014 ad appena due mesi dalla presentazione in sede europea del documento di economia e finanze 2011;
rispetto a quanto descritto e prospettato nel DEF 2011, la manovra non contiene alcuna significativa misura per lo sviluppo e la crescita. Nessuno degli interventi contenuti nel PNR e nessuna delle osservazioni correttive formulate dalla Commissione Europea lo scorso 12 giugno 2011, ha trovato piena traduzione operativa nella manovra correttiva, lasciando così il nostro sistema economico e produttivo senza un chiaro orizzonte di sviluppo;
la manovra, pertanto, si compone di soli tagli alla spesa pubblica e di non annunciate maggiori entrate (36 per cento del totale) e in quanto tale desta forti preoccupazioni per gli effetti che rischia di produrre. La componente dei tagli alla spesa pubblica ha una ricaduta diretta sul potere di acquisto delle famiglie, sui servizi sociali, sul livello delle prestazioni scolastiche, sanitarie e previdenziali, mentre dal lato delle entrate viene introdotta una patrimoniale che colpisce in misura sproporzionata i piccoli risparmiatori;
in linea con le politiche adottate fin dall’inizio della legislatura, il Governo conferma, pertanto, con questa manovra l’assoluta rinuncia al denominatore della crescita e della ricchezza e la reiterata volontà di ridurre l’ampiezza e la significatività del nostro stato sociale;
Constatato che,
i principali indicatori economici e di finanza pubblica del nostro Paese evidenziano un andamento certamente non positivo per l’anno in corso e le previsioni recentemente formulate da organismi internazionali e lo stesso DEF 2011 non prefigurano un significativo miglioramento dell’attuale situazione in rapporto al resto dei Paesi maggiormente sviluppati;
dal punto di vista della crescita economica, mentre i nostri principali competitors internazionali durante la crisi hanno registrato una minore riduzione percentuale del PIL, ora nella fase di piena ripresa economica registrano tassi di crescita molto superiori al nostro. La crescita mondiale è prevista nel 2011, secondo recenti rilevazioni del Fondo monetario internazionale, al 4,4 per cento. Nella media delle economie avanzate la crescita è prevista al 2,4 per cento. La Germania nel 2011, sempre secondo le stime del FMI, crescerà del 2,5 per cento e le stime per il 2012 prevedono una crescita del 2,1 per cento. Gli Stati Uniti crescerà del 2,8 per cento e per il 2012 le previsioni sono del 2,9 per cento. Il Giappone crescerà nel 2011 del 1,4 per cento e le stime per il 2012 prevedono una crescita del 2,1 per cento. La Francia crescerà del 1,6 per cento e per il 2012 le previsioni sono del 1,8 per cento. Per l’area euro la crescita del 2011 è prevista pari in media al 1,6 per cento, mentre per il 2012 si prevede una crescita del 1,8 per cento. Secondo le previsioni del Governo, l’Italia è ferma al 1,1 per cento nel 2011 e ad un 1,3 per cento per il 2012. Tali dati, tra l’altro, come più volte affermato dalla stessa Banca d’Italia appaiono estremamente ottimistici. Le ultime rilevazioni prevedono una crescita del PIL nazionale del 1 per cento;
in coincidenza con la bassa crescita, l’economia nazionale sconta, poi, una generale perdita di competitività. Da grande Paese industrializzato stiamo inesorabilmente scivolando nelle graduatorie internazionali di competitività;
nella classifica dei Paesi a più alta competitività, redatta dal World Economic Forum nel “Global competitivness Report 2010-2011” , l’Italia si attesta solo al 48° posto, superati da numerosi paesi in via di sviluppo e lontanissimi dai maggiori concorrenti europei (la Germania è 5^, la Gran Bretagna 12^ e la Francia 15^) e a distanza anche dall’Irlanda (29^) e dalla Spagna (42^), che pure registrano una forte caduta del loro prodotto interno lordo;
nella classifica “Global 500” redatta annualmente da Fortune, tenendo conto del valore complessivo della produzione di ciascuna impresa, nessuna impresa industriale italiana è presente tra le prime 15 imprese leader mondiali. Solo quattro imprese italiane (Generali 19^, Eni 24^, Enel 60^ e Fiat 85^) figurano tra le prime 100 del mondo e soltanto altre tre ( Unicredit Group 102^, Intesa San paolo 151^ e Telecom 181^) tra le prime 200. Di queste una soltanto produce beni di natura industriale. Solo per fare un sintetico raffronto gli Usa hanno 31 imprese tra le prime 100; la Germania ha 11 imprese fra le prime 100 e 17 tra le prime 200; la Francia 11 imprese tra le prime 100; la Gran Bretagna 10 fra le prime 100, così come il Giappone. In tale classifica siamo stati recentemente raggiunti da Cina e Corea del Sud ed altri Paesi si apprestano a superarci;
come evidenziato dal recente rapporto annuale dell’Istat, le imprese italiane registrano un forte arretramento nei principali settori competitivi (agricoltura, manifatturiero, servizi) in rapporto alle corrispondenti imprese del resto dei paesi UE; dato questo che si è fortemente ampliato nel periodo 2008-2010 in rapporto all’andamento medio registrato negli anni 2001-2007. Tale situazione evidenzia le difficoltà delle imprese italiane a reagire agli egli effetti della crisi e ad agganciare la ripresa in atto;
particolarmente preoccupante è il dato sulla produttività totale dei fattori. Fatta 100 la produttività del settore manifatturiero nel 1995, l’Italia si attesta oggi al 94,8, perdendo più di 5 punti. La Germania ne guadagna 30, salendo al 130,3, mentre la Francia sale al 126,3. Nei 10 anni compresi tra il 1994 ed il 2005 il prodotto per ora lavorata ha avuto un incremento dello 0,5 per cento, rispetto alla crescita del 2,1 per cento che aveva caratterizzato il decennio precedente. In generale, nel periodo 1995-2008 il contributo dato alla crescita dall’incremento di produttività è stato appena dell’11 per cento, rispetto ad una media del 46,3 dei Paesi dell’area dell’euro. Rispetto ai nostri principali partner europei, tra il 1998 e il 2008, il costo del lavoro per unità di prodotto nel settore privato è aumentato del 24 per cento in Italia, del 15 in Francia, mentre in Germania è diminuito;
tali divari riflettono soprattutto i diversi andamenti della produttività del lavoro: nel decennio 1998-2008, secondo i dati della Banca d’Italia, la produttività del fattore lavoro è aumentata del 22 per cento in Germania, del 18 per cento in Francia e solo del 3 per cento in Italia. Nello stesso periodo il costo nominale di un’ora lavorata è cresciuto in Italia del 29 per cento, del 20 per cento in Germania e meno che in Francia (37 per cento);
altro indicatore particolarmente indicativo della competitività complessiva di un sistema è rappresentato dall’andamento dello stock di investimenti diretti esteri (IDE) da e verso l’estero. Il nostro Paese registra un generale arretramento dei flussi di investimento diretto di imprese estere nel nostro territorio nel corso dell’ultimo decennio per le note ragioni di chiusura dei mercati, del peso fiscale e dell’arretratezza infrastrutturale. Tale dato evidenzia che nel nostro Paese non è stato costruito un ambiente favorevole alle imprese e fa comprendere le motivazioni delle crescenti difficoltà denunciate dalle grandi imprese internazionali nel mantenere in funzione gli stabilimenti produttivi esistenti;
al contempo, i dati sullo stock i IDE in uscita evidenziano la ridotta capacità delle imprese italiane nell’investimento attività all’estero per gli altrettanto noti deficit dimensionali e patrimoniali;
la dimensione media delle imprese italiane rimane ridotta nel confronto internazionale. In passato, quando l’innovazione era prevalentemente di processo, la piccola dimensione d’impresa poteva dare flessibilità al sistema produttivo, meglio se attraverso un’aggregazione in distretti. Oggi l’innovazione riguarda principalmente i prodotti e la loro diversificazione e per le imprese più piccole è sempre più difficile sfruttare le economie di scala e competere con successo nel mercato globale;
per effetto di tali mutamenti di mercato, nel corso degli ultimi anni sono scomparsi alcuni distretti produttivi che hanno rappresentato, in passato, l’eccellenza della produzione manifatturiera italiana nei mercati internazionali. In tale ambito, sono del tutto esemplificativi gli andamenti dei vari distretti del tessile-calzaturiero, degli elettrodomestici e dell’elettronica dove il Paese ha perso un numero consistente di imprese e di addetti. In tali ambiti, nel breve volgere di pochi anni, da Paese esportatore ci siamo trasformati in un Paese importatore. Tale trend si sta oggi diffondendo in altri distretti produttivi di eccellenza, tanto che persino quello della meccanica inizia a perdere ingenti commesse, ed interessa anche l’area del nord est dove migliaia d’imprese chiudono o delocalizzano le proprie attività;
la perdita di competitività complessiva del Paese è riflessa anche da un altro dato. La bilancia dei pagamenti è in costante perdita nel corso degli ultimi anni. Nel 1996 la bilancia dei pagamenti registrava un dato positivo del 3,2% in rapporto al PIL, gradualmente eroso nel corso degli anni fino a registrare un dato negativo pari al 3,2% del PIL nel 2009. A tale performance ha fortemente contribuito l’andamento del segmento dell’import e dell’export di merci, ovvero la bilancia commerciale. L’Eurostat ha recentemente certificato che l’Italia presenta una bilancia commerciale in progressivo peggioramento: nel 2010 si è registrato un deficit di 27,3 miliardi, nel 2009 era stato di 5,9 miliardi. Nel medesimo periodo, la Germania ha registrato un surplus di 152,4 miliardi nel 2010, seguita dall’Irlanda con 43,4 miliardi e Olanda 42,3 miliardi;
l’incapacità di mantenere alti livelli di competitività e la mancanza di attrazione del mercato interno si sta inesorabilmente riflettendo sull’andamento del mercato del lavoro;
la situazione del mercato del lavoro è molto preoccupante: secondo recenti rilevazioni Istat, il tasso di disoccupazione si attesterebbe nel primo trimestre del 2011 all’8,6 per cento. La disoccupazione colpisce in particolare i giovani, che sulla base dell’ultima rilevazione Istat del 1 luglio 2011, raggiunge il 29,6 per cento, con una punta del 40,6 per cento nel mezzogiorno. Nella stessa rilevazione emergono in tutta evidenza le difficoltà occupazionali delle donne che registrano un tasso di disoccupazione pari al 9,6 per cento (7,9 per cento per i maschi), con punte del 16,1 per cento nel Mezzogiorno. Fra le giovani del Mezzogiorno il tasso di disoccupazione raggiunge il 46,1 per cento;
nel primo trimestre 2011 il tasso di inattività della popolazione tra 15 e 64 anni si attesta al 37,8 per cento, due decimi di punto in più rispetto a un anno prima. Il risultato deriva dall’aumento dell’indicatore per gli uomini (dal 26,4 per cento al 26,9 per cento) e dalla discesa, di modesta entità, per le donne (dal 48,8 per cento al 48,6 per cento). Nel Nord l’indicatore rimane invariato al 30,5 per cento; nel Centro raggiunge il 33,9 per cento, otto decimi di punto in più rispetto al primo trimestre 2010. Nel Mezzogiorno, il tasso di inattività raggiunge il 49,4 per cento, con un lieve incremento tendenziale (+0,1 punti percentuali). al quale contribuisce la sola componente maschile. Nel Mezzogiorno, difatti, il tasso di inattività femminile risulta, per il secondo trimestre consecutivo, in discesa (dal 64,1 per cento del primo trimestre 2010 al 63,9 per cento). Il tasso di inattività della popolazione straniera tra 15 e 64 anni sale dal 27,8 per cento al 28,9 per cento; per le donne l’indicatore passa dal 39,5 per cento al 40,2 per cento; Il tasso di inattività dei giovani tra 15 e 24 anni sale al 72,1 per cento, dal 70,9 per cento del primo trimestre 2010. La crescita è diffusa nell’insieme del territorio nazionale, soprattutto tra gli uomini;
l’occupazione irregolare, stimata dall’Istat in circa il 12 per cento del totale delle unità di lavoro. Le riforme attuate, diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti la crisi, più che nei maggiori paesi dell’area dell’euro; ma senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità;
un contributo significativo all’andamento del sistema Paese è dato, poi, dall’accentuazione degli squilibri territoriali e dai cronici problemi del Mezzogiorno che dopo anni di costante riduzione del gap con le altre aree territoriali del Paese è tornato ora a regredire in tutti i fondamentali macroeconomici;
in sintesi, l’analisi del quadro macroeconomico attuale segnala una perdita strutturale di capacità competitiva del Paese, non interpretabile soltanto come un fatto ciclico ma al contrario come un deterioramento progressivo del capitale fisico imprese, del capitale sociale, dell’adeguatezza delle infrastrutture, del fattore lavoro e della mobilità sociale;
in parallelo all’andamento certamente non positivo dei fondamentali macroeconomici , la situazione della finanza pubblica è forse ancora più preoccupante di quella economica;
dal lato dei conti pubblici, i dati resi noti dal DEF 2011 evidenziano la situazione drammatica nella quale ci ritroviamo dopo anni di iniziative di contenimento della spesa pubblica e di costante rientro del debito pubblico verso la soglia del 100 per cento del PIL. In sintesi:
– il debito pubblico ha raggiunto è salito a livelli superiori a quelli registrati 15 anni fa e il suo volume globale è stato pari al 119 per cento nel 2010 e previsto al 120 per cento nel 2011 e al 119,4 nel 2012;
– il livello di indebitamento, malgrado l’assenza di interventi per lo sviluppo e le manovre correttive predisposte, ha comunque raggiunto il 4,6 per cento del PIL nel 2010 ed è previsto al 3,9 per cento nel 2011 e al 2,7 per cento nel 2012, per raggiungere progressivamente l’ottimistico obiettivo del pareggio di bilancio nel 2014;
– il saldo primario dopo aver registrato un disavanzo dello 0,7 per cento nel 2009 e dello 0,1 per cento nel 2010 è ottimisticamente previsto in progressivo avanzo fino a raggiungere il 5,2 per cento nel 2014 sempre in ragione della manovra recessiva in esame;
– la spesa corrente al netto degli interessi raggiunge nell’anno in corso il 42,5 per cento del PIL, superiore di ben 2,1 punti rispetto al 2008 nonostante i tagli lineari e gli altri risparmi di spesa e – ciò che è più grave – è programmata ben al di sopra del livello raggiunto nel 2008 anche nel 2012. Il totale delle spese complessive è previsto ad un livello superiore al 50,3 per cento nel 2011 e al 49,5 per cento nel 2012;
– le entrate sono previste in lieve aumento nel periodo considerato, per effetto, delle recenti misure adottate dal Governo e previste al 46,1 per cento nel 2011 e al 46,4 per cento nel 2012. A tale andamento contribuiscono Le entrate tributarie, considerate al netto di quelle in conto capitale, registrerebbero un evidente incremento;
– la pressione fiscale è prevista in crescita, nel 2011, fino al 42,5 per cento del PIL e al 42,7 per cento nel 2012;
tali dati evidenziano come le politiche dei tagli lineari, operati al di fuori di un contesto di revisione complessiva della spesa pubblica non siano stati in grado di garantire effettivi risparmi. La spesa fuori controllo ha alimentato, a sua volta, la crescita esponenziale del nostro debito pubblico che ha ormai raggiunto la soglia di 1.900 miliardi di euro. Dal 1 gennaio 2008 ad oggi registra una crescita media mensile del debito pubblico di 8,7 miliardi di euro, che equivalgono in soli cinque mesi all’intero ammontare della manovra correttiva in esame. Sul volume globale del debito paghiamo circa 80 miliardi di euro annui;
se a questo si aggiungono le problematiche dell’evasione fiscale, i risultati non possono che essere quelli appena descritti. L’evasione fiscale in Italia ha dimensioni patologiche, con una perdita di prodotto stimato superiore a 100 miliardi di euro l‘anno. Secondo l’Istat, il valore del sommerso economico è compreso tra il 16,3 per cento e il 17,5 per cento del prodotto interno loro, ovvero tra 255 e 275 miliardi di euro annui, costituendo di per sé un ostacolo non solo agli interventi di riforma fiscale e di riduzione della pressione fiscale, ma anche al corretto sviluppo dei mercati e alla equa redistribuzione del carico delle imposte tra le diverse categorie di contribuenti. L’evasione, pertanto, colpisce l’equità ed è fonte di concorrenza sleale, contribuendo a peggiorare l‘immagine e l’appetibilità del nostro sistema economico;
tale situazione, nonostante il recente annuncio di un consistente recupero di evasione fiscale, richiama evidenti responsabilità politiche e in tal senso non si può negare che nel corso degli ultimi anni ben poco è stato fatto. Quindici anni di produttività stagnante sono indice inequivocabile di fisco troppo pesante sul lavoro e sull’impresa, infrastrutture materiali e immateriali carenti, pubblica amministrazione inefficiente. Negli ultimi dieci anni, di cui ben otto governati dal centrodestra, tale consapevolezza non si è tradotta né in un discorso di verità al Paese, per suscitarne l’impegno e la riscossa, né in una coerente strategia di riforme strutturali;
appare del tutto evidente che, senza una forte inversione delle politiche economiche e di sviluppo e di quelle di riforma, il Paese rischia da un lato di non rispondere alle iniziative intraprese in sede UE in materia di governance europea, come attestato recentemente dall’UE, e, dall’altro, di restare indietro proprio nella fase in cui tutte le economie danno evidenti segnali di ripresa, bloccato da tassi di crescita troppo bassi e soprattutto senza un chiaro indirizzo di sviluppo industriale, con un tessuto produttivo ridimensionato, in particolare nella componente delle piccole e medie imprese, privo di adeguate risorse finanziarie e di merito di credito, esposto alla concorrenza sempre più aggressiva non solo dei concorrenti tradizionali ma dei nuovi attori dell’economia emergente, con un mercato del lavoro indebolito e privo di adeguati strumenti di sostegno e riqualificazione per i soggetti che perdono l’occupazione e con una forte distorsione nella distribuzione della ricchezza a discapito delle fasce più deboli della società. Proprio in tale ambito non si può ignorare la colossale regressione nella distribuzione del reddito e della ricchezza, causa primaria della grande stagnazione ora in atto. L’Italia è tra i Paesi europei a maggiore disuguaglianza di reddito e ricchezza e minore mobilità sociale, la quota della ricchezza nelle mani del decile più ricco delle famiglie è arrivata al 47 per cento, mentre dal 1993 al 2006 la quota di ricchezza detenuta dall’1 per cento più ricco delle famiglie è aumentata di 3 punti percentuali a svantaggio della variegata platea delle classi medie. In questo ambito, dal 2000 al 2010, si è registrata una perdita cumulata di potere d’acquisto dei salari lordi di fatto di 3.384 euro (solo nel 2002 e nel 2003 si sono persi oltre 6.000 euro) che, sommata alla mancata restituzione del fiscal drag, si traduce in 5.453 euro in meno per ogni lavoratore dipendente alla fine del decennio. La perdita cumulata calcolata sulle retribuzioni equivale a circa 44 miliardi di maggiori entrate complessivamente sottratte al potere d’acquisto dei salari. Questo spiega perché, nel decennio 2000-2010, le entrate fiscali da lavoro dipendente abbiano registrato una crescita reale (quindi al netto dell’inflazione) del 13,1 per cento a fronte di una flessione reale di tuttele altre entrate del -7,1 per cento. Nel periodo 2000-2008, a parità di potere d’acquisto, le retribuzioni lorde italiane sono cresciute solo del 2,3 per cento rispetto alla crescita reale delle retribuzioni lorde dei lavoratori inglesi del 17,40 per cento, francesi (11,1 per cento) e americani (4,5 per cento). Questo spiega anche come, in Italia, sempre a parità di potere d’acquisto, nonostante una dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto più sostenuta, le retribuzioni e lo stesso costo del lavoro risultino all’ultimo posto della classifica OCSE 2008;
considerato inoltre che
anche dal punto di vista degli interventi in materia di lavoro, formazione e distribuzione del reddito, politiche sociali gli interventi posti in essere con il decreto di correzione dei conti, disattendono, sia nei numeri che nella scelta delle misure, gli impegni assunti dal Governo con il Parlamento con l’approvazione del DEF e quelli assunti in sede europea con la presentazione del PNR, poiché non rispettano i saldi previsti dal primo e non pongono in atto nessuno degli interventi di riforma indicati, peraltro in maniera del tutto generica, nel secondo;
in particolare non vi è traccia di traduzione operativa delle linee indicate nel Piano triennale per il lavoro, nel Piano per l’Italia 2020; e l’unico intervento di natura fiscale riferibile al Piano Giovani risulta di efficacia limita e dubbia equità,
tutto ciò conferma, quand’anche ve ne fosse stato bisogno, un’impostazione che disconosce, nella filosofia e nelle scelte concretamente attuate, la necessità e la possibilità di intervenire sulla riduzione del debito attraverso misure di sviluppo che modifichino entrambi i termini del rapporto deficit/PIL;
infatti, nessuno dei provvedimenti adottati nel triennio di governo in tema di contrasto alla crisi, né da ultimo il Decreto che specificatamente intendeva affrontare il tema dello sviluppo, hanno assunto il tema della crescita come determinante per risolvere la crisi economica; soltanto tardivamente il Governo ha ammesso, con una mera presa d’atto, l’inadeguatezza della deleteria impostazione dei tagli orizzontali alla spesa pubblica, che ha prodotto in tre anni risultati paradossali rispetto all’obiettivo, determinando secondariamente pesanti ricadute sull’occupazione e, in generale, sulla coesione sociale, nonché sull’efficienza del funzionamento dello Stato e sulla qualità dei servizi;
il riferimento all’introduzione del metodo della spending review, appare formale e dilatorio, poiché pospone al triennio 2014-2016 l’introduzione degli interventi derivanti dalla nuova impostazione, il tutto a fronte della drammatica urgenza della rimodulazione della spesa e della piena disponibilità di analisi già svolte dal Governo precedente;
si è scelto deliberatamente di non intervenire sui problemi dell’assetto produttivo del nostro Paese, si è negata la necessità e l’utilità di una politica industriale e si è affrontata la crisi occupazionale scegliendo di gestire, peraltro in modo parziale, la contingenza, senza porsi il problema di un radicale cambiamento dell’assetto del mercato del lavoro e degli interventi di sostegno alla sua trasformazione; quando e laddove lo si è fatto, si è scelto il paradigma della limitazione, per estensione ed intensità, delle tutele, stigmatizzandole quale vincolo depressivo, invece di assumerle come strumento di promozione della qualità;
il fattore lavoro, tra i fattori produttivi, è stato e continua ad essere considerato quale fattore di rimodulazione passiva delle pressioni competitive, meramente compensativo del deficit di innovazione; si è trascurato, quando non esplicitamente negato il nesso tra qualità del lavoro, capacità competitiva e qualità dello sviluppo proprio di ogni Paese ad economia matura, enfatizzando ideologicamente la necessità di “contenere” le aspettative di “buona occupazione” e contribuendo di fatto a limitarla con una legislazione del lavoro sempre più precarizzante;
sono cresciute, in conseguenza di ciò, la segmentazione del mercato del lavoro e la frammentazione dell’occupazione, la precarietà è divenuta condizione strutturale e l’inoccupazione, sopratutto al sud e fra le donne, delinea una grave emergenza sociale;
è mancato qualsiasi intervento a sostegno dei redditi da lavoro e da pensione, fino a giungere addirittura a profilare il loro opposto proprio in questa manovra con gli interventi di contrazione imposti alle pensioni e la prospettazione di misure patrimoniali di assoluta iniquità;
si nega, quindi, ogni capacità di sostenere la crescita attraverso una quota di promozione della domanda interna, generando il progressivo impoverimento delle fasce di popolazione a medio e basso reddito, e la crescita contestuale della divaricazione nella distribuzione delle ricchezza;
considerato, conclusivamente e specificatamente che
l’unico intervento contenuto in manovra in termini di innovazione del mercato del lavoro, la cd “liberalizzazione” dei servizi per l’impiego, risulta confuso, di dubbia coerenza formale e di ancor più incerta efficacia, più dettato dalla volontà di affermare un principio, che da una elaborazione ponderata e condivisa con tutti gli attori del sistema, che possa garantirne l’azione sinergica, trasparente e chiaramente finalizzata; prova ne sia la costituzione ex post dell’Alta Commissione dedicata a formulare proposte sul merito;
sul sistema previdenziale, la cui riforma era stata definita come “compiuta ed epocale”, si interviene nuovamente, a distanza di un anno, assegnando nuovi obiettivi di risparmio di ingente portata, che gravano in modo intollerabile sulle categorie più esposte per entità, consistenza reddituale e condizione sociale;
i destinatari degli interventi di contenimento e blocco delle rivalutazioni sono, infatti, ex operai, impiegati e piccoli artigiani, oltre un quinto della popolazione quiescente, collocati nella fascia medio bassa e media dei contribuenti, in nuclei frequentemente monoreddito, che vedrebbero depressa la propria capacità economica proprio in una fase di tendenziale crescita inflattiva, con evidenti effetti di contrazione del potere d’acquisto e impoverimento relativo; la norma appare, pertanto, depressiva ed iniqua, tanto più se associata all’effetto dell’aumento dell’imposta di bollo sui depositi titoli che, apposta in termini orizzontali, colpisce in misura indiscriminata i piccoli risparmiatori;
al fine di attribuire ad un intervento, comunque iniquo e socialmente insostenibile, un profilo di maggiore giustizia, abbiamo proposto una rimodulazione della misura, introducendo il blocco della rivalutazione alle pensioni di importo superiore otto volte l’importo minimo e l’attribuzione di un contributo di solidarietà nella misura del 10 per cento alle pensioni che superino 13 volte il trattamento minimo, ivi compresi i vitalizi di parlamentari, consiglieri regionali e i trattamenti previdenziali e integrativi dei dirigenti e delle alte cariche pubbliche;
ancora, l’anticipo dell’aggancio automatico all’aspettativa di vita, reiterando un meccanismo che prescinde dai contenuti specifici della storia lavorativa e sommandosi agli interventi posti in campo con il DL 78/2010 di allungamento delle scansioni delle cd “finestre”, propone uno schema di accesso alla quiescenza del tutto spersonalizzato e sostanzialmente in contrasto con il complessivo principio di adeguatezza indicato dalla Commissione Europea;
il medesimo intervento, declinato in termini di genere, e sommato all’allungamento dell’età lavorativa delle donne del pubblico impiego intervenuta con i DL 78 del 2009 e del 2010, alla prospettazione al 2020 di un analogo intervento, seppur temporalmente dilatato, per le donne del privato e per le autonome ed alle misure dilatorie generaliste, produce una condizione paradossale ed inaccettabile.
Le donne, la cui condizione di discriminazione di fatto nel nostro Paese è dato acclarato, si troveranno in una condizione sempre più iniqua. Escluse o marginalizzate dal mercato del lavoro, con carriere discontinue per l’intrecciarsi di impieghi precari e distacchi subiti od obbligatoriamente scelti per poter sostenere la scelta della maternità e sopperire al deficit di condivisione degli impegni di cura e alla totale inadeguatezza di strumenti e misure idonee a sostenerne la condivisione degli impegni di cura e la conciliazione con il lavoro, la cui offerta è stata ulteriormente depressa anche in questa manovra dai tagli al welfare ed ai trasferimenti agli Enti Locali, continueranno a lavorare più degli uomini e più a lungo, senza perciò riceverne alcun vantaggio economico, nemmeno presuntivamente “compensativo”. Alcune, quelle della generazione del baby boom, si troveranno letteralmente ad “inseguire” l’età della quiescenza per effetto del combinato disposto tra allungamento delle “finestre”, aggancio all’aspettativa di vita, “scaletta” verso l’allineamento all’età pensionale degli uomini.
Incidentalmente va ricordato che l’appostazione al 2020 dell’intervento di “allineamento” previdenziale con compimento al 2032 è assai poco credibile, poiché finalizzato alla stabilizzazione dei conti previdenziali, la cui curva di sostenibilità si basa su una crescita media doppia rispetto a quella di fatto stimabile sulla base dei dati macroeconomici: è pertanto del tutto prevedibile un anticipo della misura da parte del Governo.
Il perdurare dell’assenza di investimenti sulle misure di conciliazione, aggravato dall’inqualificabile reiterazione dello “scippo” operato dal Governo delle risorse rinvenienti dai risparmi di spesa prodotti dall’innalzamento dell’età pensionabile delle donne del pubblico impiego, conferma definitivamente, quand’anche fosse stato necessario, che il Governo persiste nel proprio atteggiamento discriminatorio e, smentendo clamorosamente i propri impegni, rinuncia ad utilizzare una delle leve strategiche per lo sviluppo dell’Italia.
Le nostre proposte assumono la prospettiva diametralmente opposta, nella convinzione che si debba considerare la piena partecipazione delle donne alla vita economica del Paese come un diritto soggettivo ed un’opportunità collettiva irrinunciabile; chiediamo che tutti i risparmi ottenuti dall’aumento dell’età pensionabile delle donne, per il passato e per il futuro, siano restituiti alla previdenza delle donne, per garantire l’adeguatezza delle loro pensioni e destinati alla costituzione di un Fondo integralmente e concretamente dedicato a finanziare le politiche di condivisione e di conciliazione;
l’approccio discriminatorio della manovra e, a tratti, si direbbe guidato da un “pensiero coattivo” si rinviene anche in alcune norme finalizzate, nei dichiarata, a contrastare abusi o comportamenti presuntivamente tali, creano un contrasto stridente con la conservazione, quando non con l’ampliamento di taluni privilegi; ne richiamiamo soltanto alcune:
la reintroduzione dell’onerosità delle cause di lavoro e previdenziali, attraverso il cd “contributo unificato”, dichiaratamente finalizzata a deflazionare il contenzioso, colpisce in maniera più pesante ancora una volta i redditi più bassi e, conseguente, gli istanti più deboli: se ne chiede la soppressione;
per contro, la scandalosa deroga operata in favore del direttore generale dell’ISPESL, ente peraltro formalmente soppresso, al contenimento e livellamento dei trattamenti economici dei titolari di incarichi di vertice presso gli enti pubblici, si configura come vera e propria prebenda di cui si chiede l’immediato ritiro;
la norma, palesemente incostituzionale, che abbatte le pensioni in favore dei superstiti in ragione dei differenziali di età tra titolare e beneficiario (anche in questo caso l’effetto discriminatorio della norma meglio si interpreta declinandola in termini di genere!); il risparmio con cui viene cifrata, esorbitante rispetto alla casistica presumibile, fa, peraltro, emergere legittimamente il dubbio che essa si proponga come anticipazione di interventi ben più consistenti in materia di reversibilità;
analogamente, i nuovi e reiterati interventi rivolti alla revisione delle procedure per l’accertamento della condizione di disabilità, l’accentramento progressivo delle competenze in materia in capo all’INPS, che in sede di prima applicazione ha dato luogo ad un inaccettabile allungamento delle procedure di riconoscimento degli aventi diritto e di rilascio delle competenze dovute [incidentalmente si ricorda che alla Camera è in discussione una Mozione sul tema, sottoscritta da rappresentanti di tutti i Gruppi politici], l’introduzione dell’inappellabilità dei giudizi, oltre ad essere censurabili in se, appaiono prodromici agli interventi di riforma dell’assistenza, annunciati con la Delega al Governo;
da ultimo, proprio la presentazione di tale Delega, rappresenta fonte di vivissima preoccupazione e contrarietà. Dopo tre anni di tagli che hanno sostanzialmente azzerato il fondo per le politiche sociali, il fondo per la famiglia e cancellato il fondo per la non autosufficienza, nonché di insostenibili riduzione dei trasferimenti a Regioni ed Enti Locali che vanno ad incidere pesantemente sulla sanità e sul welfare territoriale, si annuncia la volontà di affrontare per delega un intervento di impatto potenzialmente devastante sull’equità e sulla coesione sociale, data sia la sensibilità degli ambiti di intervento sia l’entità dei risparmi che il Governo prospetta di realizzare con la sua attuazione. Entrambi gli elementi si propongono come esplicita rottura di un percorso, già interrotto nei fatti, di progressiva definizione ed attuazione dei diritti sociali di cittadinanza, punto qualificante ed irrinunciabile della riforma dell’assistenza operata con la L. 328/00.
Tutto ciò premesso e considerato,
esprime parere contrario.
237ª Seduta (pomeridiana)
Presidenza del Presidente
GIULIANO
Interviene il ministro del lavoro e delle politiche sociali Sacconi.
La seduta inizia alle ore 15.
IN SEDE REFERENTE
(173) CASSON ed altri. – Disposizioni a favore dei lavoratori e dei cittadini esposti ed ex esposti all’amianto e dei loro familiari, nonché delega al Governo per l’adozione del testo unico in materia di esposizione all’amianto
(2141) CASSON ed altri. – Disposizioni per la tutela e il riconoscimento di benefici previdenziali in favore dei lavoratori esposti all’amianto
(2210) CASSON ed altri. – Misure in favore dei lavoratori esposti all’amianto
(2573) BUGNANO ed altri. – Disposizioni a favore dei lavoratori e dei cittadini esposti all’amianto e dei loro familiari
(2753) BETTAMIO ed altri. – Delega al Governo per l’istituzione di un Fondo nazionale per le vittime dell’amianto, nonché disposizioni riguardanti le prestazioni sanitarie e la responsabilità penale e civile
(Seguito dell’esame congiunto e rinvio)
Prosegue l’esame congiunto dei disegni di legge in titolo, sospeso nella seduta del 6 luglio scorso.
Il ministro SACCONI segnala che la disciplina di tutela contro il rischio derivante dall’esposizione all’amianto è stata oggetto di numerosi interventi legislativi che, a partire dalla legge n. 257 del 1992, hanno riconosciuto specifici benefici in favore dei lavoratori esposti, ovvero colpiti da malattie causate da tale sostanza, accompagnando l’uscita dal mondo del lavoro di quanti erano impegnati in un ciclo produttivo non più sostenibile. Allo scopo di consentire l’attuazione di questi interventi di riforma sono state progressivamente stanziate a carico del bilancio dello Stato risorse nuove rispetto a quelle originariamente previste. In questo quadro, in base a dati forniti dall’INPS, gli oneri per i prepensionamenti correlati all’esposizione all’amianto ammontano a 1.303 milioni di euro per il 2008, 1.458 per il 2009 e 1.475 per il 2010. La vigente disciplina prevede inoltre l’erogazione di una prestazione economica aggiuntiva alla rendita INAIL percepita dai lavoratori per patologia asbesto-correlata dovuta all’esposizione all’amianto. Le prestazioni sono a carico del Fondo per le vittime dell’amianto. Il 13 aprile scorso è entrato in vigore il decreto ministeriale n. 30, che regolamenta il Fondo e ne disciplina l’organizzazione, il finanziamento e le modalità di erogazione della prestazione aggiuntiva e di riscossione delle addizionali. Il Fondo è istituito presso l’INAIL, con contabilità autonoma e separata; i beneficiari sono i lavoratori titolari di rendita diretta, anche unificata, ai quali sia stata riconosciuta – dall’INAIL e dal soppresso IPSEMA – una patologia asbesto-correlata per esposizione all’amianto e alla fibra fiberfax, nonché i loro familiari titolari di rendita a superstiti. Il beneficio consiste in una prestazione economica aggiuntiva alla rendita percepita, erogata d’ufficio dall’INAIL con decorrenza dal 1° gennaio 2008. Per quanto concerne il finanziamento del Fondo, la legge finanziaria 2008, all’articolo 1, comma 244, prevedeva l’applicazione di una addizionale sui premi assicurativi relativi ai settori delle attività lavorative comportanti esposizione all’amianto. A fronte di ciò, il Regolamento ha individuato, secondo un principio di mutualità, le imprese tenute al pagamento dell’addizionale in quelle che attualmente svolgono le stesse attività lavorative che hanno comportato il riconoscimento dei benefici previdenziali per esposizione all’amianto, di cui alla citata legge n. 257, per un numero di lavoratori uguale o superiore a 2.000 soggetti.
Sono state sollevate criticità in ordine ai percorsi applicativi della normativa: valga per tutte la vicenda di Genova, dove è in corso una indagine della Procura su certificazioni di esposizione all’amianto presumibilmente non corrispondenti alla realtà. L’indagine propone il tema di possibili abusi in relazione a politiche di prepensionamento che possano essere state praticate in alcune circostanze utilizzando impropriamente i benefici correlati all’esposizione all’amianto.
I disegni di legge in esame hanno l’obiettivo di ridefinire la platea dei beneficiari e incidono sulla natura e l’entità delle prestazioni, introducendo modalità di calcolo più favorevoli ai fini dell’accesso alla pensione. A giudizio del Ministro, allo stato non sussistono le condizioni per un’estensione dei soggetti beneficiari, trattandosi di oneri assai consistenti. Il compito del Governo è innanzitutto quello di garantire alle vittime di malattie absesto-correlate la piena tutela, prima di procedere ad ulteriori interventi normativi.
La senatrice BLAZINA (PD), ringraziato il Ministro per l’ampia messe di dati fornita, osserva che la presentazione delle iniziative legislative in esame testimonia di una esigenza di adeguamento avvertita nel Paese. I provvedimenti, peraltro, non si limitano ad un ampliamento della platea di beneficiari, ma affrontano una serie di problematiche tuttora attuali, come la presenza di amianto in moltissimi edifici pubblici e privati, che ha condotto ad individuare la presenza di malattie amianto-correlate in categorie diverse. Viene inoltre affrontato il tema del Fondo istituito nel 2009. Dopo aver ricordato che recentemente ha preso parte ad un incontro pubblico con i rappresentanti delle associazioni dei familiari delle vittime, nel corso del quale il sottosegretario Bellotti ha fatto una serie di aperture assai apprezzate, segnala che il Gruppo PD ritiene opportuno che la Commissione pervenga all’approvazione di un testo idoneo a dare risposta alle tantissime questioni ancora aperte, evitando che considerazioni inerenti alla copertura finanziaria impediscano l’approfondimento di questioni di tale delicatezza. Le aspettative da parte degli interessati sono tante e spesso il disallineamento della giurisprudenza in tema di risarcimenti provoca forte sconcerto.
Il ministro SACCONI ribadisce l’opinione che in Italia si sono verificati consistenti abusi nella fruizione di benefici connessi all’esposizione all’amianto, insistendo sull’esigenza di applicare la normativa vigente, più che di estenderla. Proprio al fine di rendere più facilmente accessibili i benefici da parte degli aventi diritto, prospetta la possibilità di predisporre un testo unico ricognitivo della normativa in materia.
Il seguito dell’esame congiunto è quindi rinviato.
(1009) Massimo GARAVAGLIA. – Norme in materia di bilancio dei sindacati e delle loro associazioni nonché in materia di trattenute sindacali
(1060) GIULIANO ed altri. – Norme per la redazione e la pubblicazione del rendiconto annuale di esercizio dei sindacati e delle loro associazioni
(1180) TREU ed altri. – Norme per la redazione e la pubblicazione del rendiconto annuale di esercizio dei sindacati e delle loro associazioni
(1685) PORETTI ed altri. – Disposizioni per l’attuazione dell’articolo 39 della Costituzione in materia di democrazia interna dei sindacati e norme in materia di finanziamenti pubblici e privati destinati ai medesimi soggetti. Delega al Governo per l’emanazione di un testo unico delle leggi concernenti l’organizzazione e il finanziamento dei sindacati
– e petizione n. 237 ad essi attinente
(Seguito dell’esame congiunto e rinvio)
Prosegue l’esame congiunto, sospeso nella seduta del 30 marzo scorso.
Il ministro SACCONI ricorda che il Governo si è sempre espresso con diffidenza nei confronti di una disciplina a carattere pubblicistico riguardante le associazioni sindacali. Egli non sarebbe invece contrario ad una legislazione “leggera”, che si limitasse ad indicare alcuni obblighi, anche in considerazione del regime di pubblicità riguardante la contabilità di Patronati e CAAF. Visti gli emendamenti proposti, anticipa il proprio orientamento favorevole nei confronti di quelli sottoscritti, rispettivamente, dai senatori Adragna e Castro, che sembrano muovere nell’ottica di una disciplina che, se ha da essere, ancorché non sollecitata dal Governo, non dovrebbe in ogni caso risultare invasiva, né comunque contenere sanzioni, ma unicamente responsabilizzare i soggetti interessati. In una società aperta, che intenda valorizzare la sussidiarietà, non sembra opportuna l’introduzione di elementi di rigidità che peraltro contraddirebbero le caratteristiche della stessa storia d’Italia. Inoltre, l’assoggettamento ad obblighi di tal fatta nei confronti delle organizzazioni sindacali rischierebbe di assumere connotazioni di tipo corporativo, con tutte le conseguenze del caso. In ogni caso, un’eventuale pubblicazione dei rendiconti annuali d’esercizio delle organizzazioni sindacali, ove posta in essere, non potrebbe che partire dall’ultimo anno.
Il presidente GIULIANO, dopo aver ricordato le vicende che portarono la Camera dei deputati ad approvare nella XIII legislatura il disegno di legge n. 4504, non reputa satisfattoria una legislazione leggera, ritenendo incomprensibile accordare ai sindacati un regime di favore, attesa la loro natura giuridica. Pur se attualmente pubblicati, i bilanci risultano molte volte redatti ad pompam, e comunque non in base alle regole europee. Considerato che le associazioni sindacali dispongono di un consistente patrimonio immobiliare, riterrebbe auspicabile introdurre un obbligo giuridico di rendicontazione e di pubblicità della medesima, che peraltro dovrebbe rappresentare un obiettivo auspicato dai sindacati medesimi.
Il senatore ROILO (PD) concorda con le considerazioni del Ministro, manifestando disponibilità a pervenire ad una legislazione soft, che soprattutto non contenga sanzioni, come peraltro prospettato nelle proposte di modifica presentate dal suo Gruppo al testo base.
Il senatore NEROZZI (PD) rileva l’esistenza di un problema rimasto finora estraneo al dibattito parlamentare, segnalando che, mentre le associazioni confederali redigono regolarmente i rispettivi rendiconti, esistono moltissimi sindacati di comodo che non lo fanno, ciò che provoca situazioni di concorrenza sleale sul piano della bilateralità, come segnalato anche dal movimento cooperativo. Riterrebbe opportuno pertanto intervenire a disciplinare questi profili.
Il senatore PASSONI (PD) ritiene che, sulla base di una scelta autonoma dei sindacati in favore della trasparenza, siano stati effettuati dei positivi passi in avanti. Non lo scandalizza dunque l’idea di una legislazione leggera finalizzata a consolidare tale situazione; ne auspica dunque una definizione, attraverso la previsione di bilanci redatti secondo i principi del codice civile e depositati al CNEL, evitando invece di imporre alle associazioni sindacali ulteriori e gravosi oneri.
Il relatore sui disegni di legge, senatore ZANOLETTI (PdL), ritiene possibile giungere a formulazioni che contemperino le pur diverse esigenze espresse dal Ministro e dal presidente Giuliano. Avanza tuttavia qualche perplessità in ordine alla possibilità di porre in essere una disciplina sprovvista di un apparato sanzionatorio, sia pure a carattere lieve.
Il ministro SACCONI esprime preliminarmente apprezzamento per la particolare sensibilità che ispira il disegno di legge n. 1060, a firma del presidente Giuliano, in piena continuità con una impostazione intellettuale che egli ha sempre perseguito. Ritiene tuttavia che in generale debba essere favorita la vitalità sociale quando si realizza in forme non profittevoli e che restano affidate alla libera determinazione delle persone, senza avvalersi di risorse pubbliche. Peraltro, una legislazione leggera, mutuata dalla soft law anglosassone, può a suo giudizio anche ricomprendere alcune disposizioni non accompagnate da sanzioni, ovvero corredate da sanzioni assimilabili a moral suasion.
Il seguito dell’esame congiunto è quindi rinviato.
(1337) NEROZZI ed altri. – Norme sulle rappresentanze sindacali unitarie nei luoghi di lavoro, sulla rappresentatività sindacale e sull’efficacia dei contratti collettivi di lavoro
(2435) CARLINO ed altri. – Norme in materia di rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro, rappresentatività delle organizzazioni sindacali ed efficacia dei contratti collettivi di lavoro
(Seguito dell’esame congiunto e rinvio)
Prosegue l’esame congiunto, sospeso nella seduta del 26 gennaio scorso.
Il Ministro richiama le considerazioni già espresse con riferimento ai disegni di legge nn. 1060 e connessi, in materia di bilanci dei sindacati, formulando l’auspicio che il Parlamento ne rispetti l’autonomia, limitandosi semmai ad interventi di sostegno ad essa. In questo quadro, auspica che la Commissione accantoni l’esame dei disegni di legge, anche alla luce dell’accordo interconfederale stipulato il 28 giugno scorso tra le parti, che ritiene rappresenti un positivo balzo in avanti delle relazioni industriali, e che risulterebbe mortificato ove si pervenisse ad una disciplina legislativa. Ricorda che l’accordo introduce regole in materia di misurazione della rappresentatività, basandola sui dati forniti dall’INPS ed affidando al CNEL il compito di costruire gli indici di rappresentatività delle confederazioni e delle organizzazioni sindacali.
Il senatore ROILO (PD), nel sottolineare la delicatezza estrema dell’argomento, ritiene opportuno ascoltare nuovamente i rappresentanti delle parti sociali, anche alla luce dell’accordo recentemente sottoscritto, atteso che, peraltro, tra essi erano già emerse opinioni non perfettamente collimanti. Visto il richiamo operato dal Ministro al rispetto dell’autonomia delle parti, evidenzia l’esistenza di una contraddizione con il disegno di legge n. 1473, in tema di sciopero nei servizi pubblici essenziali, d’iniziativa del Governo ed attualmente all’esame delle Commissioni riunite 1a e 11a.
Il senatore NEROZZI (PD) esprime forte dissenso rispetto alle considerazioni svolte dal Ministro, convenendo invece sull’opportunità di riascoltare le organizzazioni sindacali.
Il senatore PASSONI (PD) ritiene che una legislazione di sostegno rappresenti una scelta corretta, evidenziando che il disegno di legge n. 1337 intende appunto sollecitare su questo profilo l’attenzione del Paese e delle forze sociali. Condivide la proposta di ascoltare nuovamente sul punto i rappresentanti delle parti. Coglie l’occasione per sollecitare il Ministro a porre una maggiore attenzione nei confronti del Parlamento, rispondendo più sollecitamente agli atti di sindacato ispettivo.
Il senatore ICHINO (PD) ritiene evidente l’impatto dell’accordo interconfederale del 28 giugno sull’intera materia oggetto dei disegni di legge nn. 803, 964, 1307, 1531 e 2572 in materia di partecipazione dei lavoratori, all’esame delle Commissioni riunite 6a e 11a.
Il ministro SACCONI assicura innanzitutto il proprio impegno ai fini di una accelerazione dei tempi di risposta agli atti di sindacato ispettivo, che peraltro si è già registrata con riferimento alle interrogazioni a risposta scritta. Quanto ai disegni di legge in esame, ribadisce l’opportunità di rispettare pienamente l’autonomia dei soggetti, evidenziando che tutti i Governi che si sono fin qui succeduti, indipendentemente dalla loro coloritura politica, hanno costantemente cercato di promuovere la vitalità sociale. Ogni legislazione in tema di rappresentanza non può a suo giudizio che recepire le intese tra le parti sociali, evitando pericolosi irrigidimenti. Segnala che la bilateralità è e deve restare libera, ricordando che negli ultimi giorni sono state introdotte misure finalizzate appunto a contrastare le cooperative spurie. Quanto al profilo sollevato dal senatore Roilo e relativo ad una presunta contraddittorietà con la filosofia che sembra invece aver ispirato il Governo con riferimento al disegno di legge n. 1473, fa osservare che la notazione è destituita di fondamento, atteso che tale iniziativa legislativa è finalizzata a contemperare i legittimi interessi dei lavoratori e degli utenti. In tale materia egli non è comunque contrario ad una legislazione direttamente approvata dal Parlamento, senza far ricorso a deleghe al Governo: si tratta comunque di un problema da affrontare, regolamentando la possibilità data ad una organizzazione sindacale anche minore di condizionare la vita di molte persone.
Il seguito dell’esame congiunto è quindi rinviato.
(784) Vittoria FRANCO ed altri. – Misure urgenti a sostegno della partecipazione delle donne alla vita economica e sociale nonché deleghe al Governo in materia di tutela della maternità delle lavoratrici autonome e di rispetto della parità di genere
(1405) BUGNANO ed altri. – Misure urgenti volte a favorire l’integrazione della donna nel mercato del lavoro, fatto proprio dal Gruppo parlamentare Italia dei Valori, ai sensi dell’articolo 79, comma 1, del Regolamento
(1718) THALER AUSSERHOFER ed altri. – Modifiche all’articolo 1, comma 40, della legge 8 agosto 1995, n. 335, in materia di interventi a favore della donna lavoratrice
(1980) BIANCONI ed altri. – Disposizioni in materia di agevolazioni per la conciliazione dei tempi delle lavoratrici autonome appartenenti al settore dell’imprenditoria, del commercio, dell’artigianato e dell’agricoltura
(Seguito dell’esame congiunto e rinvio)
Prosegue l’esame congiunto, sospeso nella seduta del 15 marzo scorso.
Il ministro SACCONI fa ampio rinvio alle considerazioni già svolte nel corso del question time svoltosi nell’Aula del Senato il 30 giugno 2011. Pur condividendo gli obiettivi dei provvedimenti, ne sottolinea l’onerosità, ritenendo che molti degli aspetti cui le iniziative legislative hanno riguardo trovino collocazione e risposta nel disegno di legge di delega sul riordino della disciplina fiscali e delle prestazioni assistenziali, recentemente approvato dal Consiglio dei ministri e che ritiene la sede a ciò più idonea. Ulteriori misure nel campo sono peraltro contenute nel disegno di legge sulla stabilizzazione finanziaria (Atto Senato n. 2814), di cui auspica la tempestiva approvazione.
La senatrice GHEDINI (PD), dopo aver richiamato le considerazioni già svolte nel corso della seduta dell’Assemblea del 30 giugno scorso, ritiene importante che sull’argomento si svolga un confronto secondo modalità assolutamente esplicite e non rituali, come richiesto dal momento. Dopo aver evidenziato la complessità delle disposizioni contenute nel disegno di legge n. 784, di iniziativa del suo Gruppo, ritiene importante, ai fini dello sviluppo di un confronto reale, chiarire che cosa si intenda realmente per redistribuzione ed individuare le modalità attraverso le quali si intenda conseguirla, sottolineando che il disegno di legge delega per la riforma fiscale ed assistenziale cui il Ministro ha fatto riferimento non è all’esame della Commissione lavoro. Ritiene comunque che misure di compensazione nei confronti delle donne dovranno essere rese evidenti, più di quanto avvenuto, e comunque superando la logica finora perseguita, in base alla quale, anzi, gli interventi in materia previdenziale si sono basati sulla ulteriore solidarietà delle donne rispetto al sistema complessivo ed al riequilibrio del bilancio dello Stato. Auspica dunque che politiche di redistribuzione possano davvero essere poste in essere attraverso il disegno di legge delega per la riforma fiscale; sottolinea peraltro che le disposizioni di sostegno alle misure di conciliazione, lungi dal rappresentare interventi afferenti alla politica delle pari opportunità, costituiscono altrettante misure indispensabili per sostenere lo sviluppo.
Il ministro SACCONI ribadisce che il disegno di legge delega per la riforma fiscale e assistenziale rappresenta la sede più idonea per affrontare alcune tematiche di genere. Ricorda peraltro che anche nel cosiddetto decreto sviluppo (decreto-legge n. 70 del 2011, convertito, con modificazioni, nella legge 12 luglio 2011, n. 106) è presente una norma (articolo 8, comma 1) riguardante i contratti di inserimento a favore delle lavoratrici che non risultino occupate da oltre 6 mesi, coerentemente con la disciplina comunitaria.
La seduta termina alle ore 16,30.
20ª Seduta
Presidenza del Presidente
GIULIANO
Orario dalle ore 9,50 alle ore 9,55
La Sottocommissione ha adottato le seguenti deliberazioni per i provvedimenti deferiti:
alla 5a Commissione:
(2803) Rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato per l’esercizio finanziario 2010: rimessione alla sede plenaria;
(2804) Disposizioni per l’assestamento del bilancio dello Stato e dei bilanci delle Amministrazioni autonome per l’anno finanziario 2011: rimessione alla sede plenaria.
235ª Seduta
Presidenza del Presidente
GIULIANO
indi del Vice Presidente
TREU
Intervengono, ai sensi dell’articolo 48 del Regolamento, in rappresentanza della FINCANTIERI, il dottor Giuseppe Bono, amministratore delegato, il dottor Corrado Antonini, presidente, il dottor Marcello Sorrentino, direttore relazioni industriali, e il dottor Antonio Autorino, responsabile ufficio stampa.
La seduta inizia alle ore 15,25.
SULLA PUBBLICITÀ DEI LAVORI
Il presidente GIULIANO comunica che, ai sensi dell’articolo 33, comma 4, del Regolamento del Senato, sono state chieste l’attivazione dell’impianto audiovisivo a circuito chiuso e la trasmissione radiofonica e che la Presidenza del Senato ha fatto preventivamente conoscere il proprio assenso.
Poiché non vi sono osservazioni, tali forme di pubblicità sono dunque adottate per il prosieguo dei lavori.
Il PRESIDENTE avverte altresì che la pubblicità della seduta sarà inoltre assicurata attraverso la resocontazione stenografica.
La Commissione prende atto.
PROCEDURE INFORMATIVE
Seguito dell’indagine conoscitiva sulle conseguenze occupazionali derivanti dagli effetti della crisi economico-finanziaria: audizione di rappresentanti di FINCANTIERI
Riprende l’indagine conoscitiva, sospesa nella seduta del 28 giugno scorso.
Il dottor BONO inquadra l’attività di Fincanteri nel più ampio settore della cantieristica, da cui non può a suo giudizio prescindersi al fine di giudicare in modo compiuto ed obiettivo la situazione attuale. Espone quindi una serie di elementi riguardanti i lavoratori del comparto attualmente in cassa integrazione, pari al 25 per cento circa della forza impiegata. Il futuro non gli appare particolarmente roseo, visto il contesto economico-finanziario complessivo. La crisi, peraltro, accentua alcune diseconomie dipendenti dalle stesse caratteristiche infrastrutturali dei cantieri italiani, particolarmente numerosi rispetto ad altri paesi. E’ necessario un riordino ed un efficientamento dell’Azienda, la cui produttività non è tra le migliori del mondo. E’ intendimento di Fincantieri promuovere il ricorso ad ammortizzatori sociali e alla mobilità interna, implementando l’innovazione e la ricerca; ciò richiede il leale concorso di tutti gli attori in gioco – Governo, sindacati, parti sociali -, onde consentire alla cantieristica italiana di preservare la propria tradizione di eccellenza.
Il presidente GIULIANO ringrazia il dottor Bono per l’ampia esposizione.
Seguono quesiti dei senatori.
Il senatore TREU (PD) chiede chiarimenti in particolare sul destino dei siti che ospitano gli stabilimenti.
Anche il senatore NEROZZI (PD) domanda precisazioni sulle eventuali sinergie con i siti destinati alla produzione militare, sottolineando l’alto valore strategico della cantieristica e domandando se si pensi di decentrare talune produzioni in altri paesi.
La senatrice BLAZINA (PD) chiede di conoscere se un eventuale ridimensionamento di Fincantieri possa riguardare, in particolare, l’area del Nord Est e quale percentuale di occupati sia rappresentata da immigrati, al fine di comprenderne le possibili ripercussioni rispetto alla CIG e agli eventuali esuberi. Domanda inoltre un giudizio sulle cause della riduzione della produttività e sullo stato del confronto con le associazioni sindacali.
Il senatore ZANOLETTI (PdL) sollecita dati più precisi che consentano la comparazione con la situazione del comparto della cantieristica in altri paesi, ritenendo indispensabile una riorganizzazione di carattere generale.
Il senatore CASTRO (PdL), premesso che Fincantieri è una azienda leader a livello internazionale, osserva che a giudizio di taluni la strategia prospettata dal management in risposta alla crisi del settore risulterebbe eccessivamente timida e difensiva, sollecitando il dottor Bono ad una illustrazione delle caratteristiche e delle motivazioni del piano aziendale. Chiede inoltre quale sia il delta in termini economici tra il ridimensionamento della forza lavoro ovvero la sua conservazione. Domanda infine precisazioni in ordine al piano sociale ed alla sua capacità di governo dell’indotto.
Il senatore PASSONI (PD) ritiene che la situazione della cantieristica sia il frutto di una gestione maldestra e che la drammatizzazione della vicenda abbia causato eccessivo allarme nelle persone e nelle regioni interessate. Crede che questo danno di immagine vada recuperato, auspicando l’avvio di condizioni di riequilibrio.
Il presidente GIULIANO sollecita dati ulteriori relativamente alla forza lavoro ed ai riflessi della crisi di Fincantieri sull’indotto. Si sofferma in particolare sulla drammatica vicenda di Castellammare di Stabia, che rappresenta un problema aggiuntivo in un territorio già lacerato da tante criticità. Chiede altresì precisazioni in ordine alle commesse a carattere privato e militare e domanda considerazioni in ordine ad una riflessione critica interna sulla gestione aziendale.
A tutti risponde il dottor BONO, il quale rileva preliminarmente che una delle difficoltà è rappresentata dall’eccessivo individualismo dei singoli siti, che rende particolarmente problematico sentire Fincantieri come una azienda unica. Rammenta che nel 2006 aveva presentato un piano per la quotazione dell’Azienda e la delocalizzazione parziale, soprattutto per il settore off-shore, che tuttavia non è stato approvato. Nel contesto attuale, qualsiasi piano di ristrutturazione rischia di apparire “maldestro”. Peraltro, in periodo di crisi, tutte le deficienze rischiano di risultare esaltate. Va tuttavia ricordato che Fincantieri non è una azienda assistita. Per quanto riguarda il settore militare, ricorda che esso insiste su due cantieri, Riva Trigoso e Muggiano, distanti tra loro una cinquantina di chilometri ed oggi occupati appena al 40 per cento della capacità; per queste ragioni Fincantieri ha insistito per l’introduzione della lavorazione dei cosiddetti “mega-yacht”, che purtroppo è stata successivamente anch’essa toccata dalla crisi. Anche il settore delle esportazioni militari va esaminato tenendo conto che i grandi paesi richiedenti chiedono in cambio lo spostamento all’interno dei loro confini delle relative produzioni. Auspica che venga dato maggior credito al management aziendale, che ha stilato un piano assai aggressivo e con una scadenza temporale dovuta alla possibile ripresa del settore. Insiste che l’Azienda non ha debiti, ma anzi ha chiuso con un attivo di cassa, e che è il complesso dell’apparato industriale del Paese a dover essere riordinato. Sicuramente ciò comporterà una riduzione anche dell’indotto. Ritiene altresì che vadano affrontati in modo adeguato i temi dell’ apprendistato e del funzionamento delle scuole tecniche, segnalando infine l’incisività dell’assenteismo sui livelli di produttività.
Il dottor ANTONINI, presidente di Fincantieri, interloquisce brevemente per precisare che la questione della produzione dei cosiddetti “traghetti veloci” riguarda azienda diversa da Fincantieri.
Il senatore ROILO (PD) ritiene che le risposte fornite dal dottor Bono siano fonte di preoccupazione e chiede chiarimenti in ordine al piano alternativo presentato dal management dell’Azienda una volta ritirato quello iniziale, in seguito alle massicce proteste dei lavoratori.
Il dottor BONO ribadisce l’impossibilità di formulare giudizi prescindendo dall’esistenza di una crisi della domanda e dalla necessità di limitare i danni, sia dal punto di vista economico che, per quanto possibile, da quello sociale.
Il senatore PASSONI (PD) protesta vivacemente.
Il dottor ANTONINI ribadisce che la situazione di crisi riguarda l’intera Europa e che nessun paese europeo ha trovato soluzioni alternative.
Il PRESIDENTE ringrazia nuovamente gli intervenuti e dichiara conclusa l’audizione.
IN SEDE CONSULTIVA
(2814) Conversione in legge del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, recante disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria
(Parere alla 5ª Commissione. Esame e rinvio)
Il relatore ZANOLETTI (PdL) si sofferma sulle disposizioni del decreto-legge n. 98 del 2011 di interesse della Commissione.
Segnala in primo luogo l’articolo 18, concernente il settore previdenziale, il cui comma 1 dispone, a decorrere dal 1° gennaio 2020, un progressivo elevamento da 60 a 65 anni del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia e per il trattamento pensionistico liquidato esclusivamente con il sistema contributivo con riferimento alle lavoratrici dipendenti private ed a quelle autonome o cosiddette parasubordinate iscritte alle relative gestioni INPS. In base alla progressione, il requisito di 65 anni si applica a decorrere dal 1° gennaio 2032. Ai valori minimi occorre aggiungere gli incrementi generali, che opereranno ai sensi della normativa sull’adeguamento dei requisiti agli incrementi della speranza di vita, normativa modificata dal successivo comma 4.
Il comma 2 modifica invece la disciplina in materia di ammortizzatori sociali per i lavoratori non rientranti nell’ambito di applicazione dell’indennità di mobilità, mentre il comma 3 concerne la perequazione automatica delle pensioni previdenziali ed assistenziali, prevedendo che per il 2012 ed il 2013 (cioè, con riguardo agli anni di riferimento 2011 e 2012), l’indice di perequazione non si applichi per la fascia di importo dei trattamenti superiore a cinque volte il trattamento minimo INPS e si applichi nella misura del 45 per cento per la fascia di importo dei trattamenti compresa tra tre e cinque volte il predetto trattamento minimo.
Il comma 4 novella parzialmente la disciplina sull’elevamento dei requisiti per i trattamenti pensionistici e per l’assegno sociale in relazione all’incremento della speranza di vita. In base alle modifiche, le prime due decorrenze degli adeguamenti sono stabilite al 1° gennaio 2014 (anziché 1° gennaio 2015) ed al 1° gennaio 2016 (anziché 2019) . Di conseguenza, il terzo incremento, in base alla cadenza triennale già prevista, opererà a decorrere dal 1° gennaio 2019 (anziché dal 1° gennaio 2022). Resta fermo il principio che il primo adeguamento non possa consistere in un incremento superiore a 3 mesi.
Il comma 5 introduce, con riferimento ai trattamenti pensionistici in favore dei superstiti aventi decorrenza iniziale in data successiva al 31 dicembre 2011, un criterio di eventuale riduzione della misura per il caso in cui il matrimonio con il dante causa fosse stato contratto ad età del medesimo superiore a 70 anni e la differenza di età tra i coniugi fosse superiore a 20 anni.
I commi da 6 a 9 recano alcune norme di interpretazione autentica, concernenti i criteri di calcolo, vigenti in passato, della perequazione automatica dell’indennità integrativa speciale dei trattamenti pensionistici degli ex dipendenti pubblici.
Il comma 10 pone una norma di interpretazione autentica sul riparto degli oneri finanziari relativi alla corresponsione dei trattamenti pensionistici del personale di enti pubblici creditizi, per il quale fossero previste forme pensionistiche alternative al regime generale INPS.
Il comma 11 dispone che, in tutte le forme previdenziali obbligatorie di base gestite da soggetti di diritto privato, la contribuzione sia obbligatoria anche per i titolari di trattamento pensionistico, ove percepiscano redditi derivanti dallo svolgimento di attività professionali rientranti nel campo di applicazione di una di tali forme previdenziali. Con riferimento al periodo temporale in cui nelle forme pensionistiche obbligatorie di base non abbia trovato o non trovi applicazione tale principio, il successivo comma 12 specifica che i pensionati sono soggetti alla contribuzione presso la Gestione separata INPS.
Il comma 13 conferma che l’obbligo di iscrizione alla forma di previdenza gestita da ENASARCO non esclude in alcun caso l’obbligo di iscrizione alla gestione pensionistica INPS relativa agli esercenti attività commerciali.
In base al comma 14, il Ministero del lavoro, l’INPS, l’INAIL, l’Agenzia delle Entrate e gli enti di diritto privato di cui al comma 11 possono stipulare convenzioni per il contrasto dell’omissione ed evasione contributiva.
Il comma 15 demanda ad un decreto del Ministro del lavoro, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, la definizione delle disposizioni attuative dei commi da 11 a 14.
Il comma 16 prevede che dal 1° maggio 2011 i datori di lavoro siano tenuti alla contribuzione per i trattamenti economici di malattia corrisposti dall’INPS, anche qualora i datori corrispondano un’autonoma indennità di malattia.
Il comma 17 dispone la reviviscenza, con effetto retroattivo, dell’articolo 43 del decreto legislativo luogotenenziale n. 369 del 1944, che ha fatto salve le disposizioni contenute nei contratti collettivi e negli accordi economici delle organizzazioni sindacali fasciste.
In base al comma 18, la base di calcolo delle prestazioni temporanee degli operai agricoli a tempo determinato e la relativa base imponibile contributiva non comprendono le voci di trattamento di fine rapporto.
Il comma 19 reca una norma di interpretazione autentica, relativa ai dipendenti degli enti pubblici rientranti nella cosiddetta area del parastato, i quali fossero iscritti alle relative forme integrative della previdenza obbligatoria, forme poi soppresse a decorrere dal 1° ottobre 1999.
Il comma 20 prevede che a decorrere dal 1° ottobre 2011 la contribuzione al Fondo di previdenza per le persone che svolgono lavori di cura non retribuiti derivanti da responsabilità familiari possa essere effettuata anche tramite esercizi commerciali convenzionati.
Il comma 21 reca alcune norme sull’ente soppresso ISPESL, mentre quello successivo consente che le regioni affidino all’INPS, mediante la stipula di convenzioni, le funzioni relative all’accertamento dei requisiti sanitari in materia di invalidità civile, cecità civile, sordità civile, handicap e disabilità. Al riguardo, il relatore ricorda che, in base alla normativa vigente, ai fini degli accertamenti sanitari, le commissioni mediche delle ASL sono integrate da un medico dell’INPS, che, in ogni caso, effettua l’accertamento definitivo. Peraltro, i commi da 1 a 5 dell’articolo 14 del decreto-legge in esame attribuiscono alla COVIP il controllo sugli investimenti delle risorse finanziarie e sulla composizione del patrimonio degli enti di diritto privato che gestiscono forme previdenziali obbligatorie di base. In particolare, il comma 3 demanda ad un decreto ministeriale la definizione di disposizioni in materia di investimento delle risorse finanziarie degli enti in oggetto, di conflitti di interessi e di banca depositaria.
Il successivo articolo 26 concerne il regime fiscale e contributivo agevolato, per il 2012, relativo agli emolumenti retributivi previsti dagli accordi o contratti collettivi territoriali o aziendali e correlati a incrementi di produttività, qualità, redditività, innovazione, efficienza organizzativa, affidando al Governo la determinazione dei benefici entro il 31 dicembre 2011, sentite le parti sociali.
Dopo aver evidenziato i contenuti dell’articolo 27, chereca agevolazioni fiscali per favorire la costituzione di nuove imprese, in particolare da parte di giovani ovvero di coloro che perdono il lavoro, il relatore segnala che l’articolo 29, comma 1, novella la disciplina su particolari regimi di autorizzazione allo svolgimento dell’attività di intermediazione in materia di lavoro.
Illustra quindi l’articolo 37, comma 6, che modifica la disciplina sul contributo unificato dovuto nei processi per controversie in materia di previdenza ed assistenza obbligatorie e per controversie individuali di lavoro, ricordando che finora il contributo era richiesto solo per i giudizi presso la Corte di cassazione.
Infine, dà conto dei contenuti dell’articolo 38, che reca misure in materia di contenzioso previdenziale ed assistenziale, anche al fine di deflazionarlo e di contenere la durata dei relativi processi. In particolare, nota che i commi 5 e 6 riformulano la disciplina degli elenchi dei lavoratori agricoli, compilati e pubblicati a cura dell’INPS per consentire l’accertamento e il riscontro, ai fini previdenziali e contributivi, delle giornate di lavoro effettuate, sottolineando che la nuova disciplina è analoga a quella proposta dall’articolo 2 dell’Atto Senato n. 2147, all’ordine del giorno della Commissione e dall’articolo 15 dell’Atto Senato n. 2243-bis, all’esame della Commissione affari costituzionali.
Da ultimo, ricorda che il comma 2 dell’articolo 10del decreto-legge prevede che le amministrazioni centrali dello Stato assicurino, a decorrere dal 2012, una riduzione della spesa, in termini di saldo netto da finanziare e di indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni, corrispondente agli importi indicati nell’allegato C. Segnala infine la assoluta e inderogabile necessità di una rapida conversione del decreto.
Il presidente GIULIANO, dopo aver ringraziato il relatore per la doviziosa analisi degli aspetti di competenza del provvedimento, auspica la massima sollecitudine nell’espressione del parere, modulando a tal fine il dibattito.
Il senatore ROILO (PD), nel convenire con tale prospettiva, che va coniugata con una disamina attenta del provvedimento, chiede che la discussione si svolga nella seduta antimeridiana già convocata per domani, alle ore 10, onde pervenire nella tarda mattinata al voto del parere. Anticipa fin d’ora l’intenzione del proprio Gruppo di presentare una bozza di parere di minoranza.
Il senatore CASTRO (PdL) esprime la più ampia disponibilità del proprio Gruppo a proseguire il dibattito, ovvero rinviarlo alla seduta antimeridiana di domani della Commissione, entro la quale concludere in ogni caso l’esame.
La senatrice SPADONI URBANI (PdL) auspica che l’articolazione del dibattito consenta comunque ai senatori componenti di più Commissioni di poter prendere parte anche ai lavori degli altri Organi.
Il presidente GIULIANO, registrando con soddisfazione un clima di grande concordia e reciproca disponibilità, avverte che il dibattito sul provvedimento proseguirà nella seduta antimeridiana di domani, al fine di pervenire nella tarda mattinata alla votazione del parere della Commissione.
Il seguito dell’esame è quindi rinviato.
La seduta termina alle ore 17,15.


























