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Il Diario del Lavoro

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Home - Senato - Commissione Lavoro, previdenza sociale (Dai Resoconti Sommari)

Commissione Lavoro, previdenza sociale (Dai Resoconti Sommari)

10 Novembre 2010
in Senato

186ª Seduta (pomeridiana)

Presidenza del Presidente
GIULIANO

Interviene il ministro del lavoro e delle politiche sociali Sacconi.

La seduta inizia alle ore 14,25.

SULLA PUBBLICITA’ DEI LAVORI

Il presidente GIULIANO fa presente che per l’odierna audizione è pervenuta la richiesta, ai sensi dell’articolo 33, comma 4, del Regolamento, di attivazione dell’impianto audiovisivo, in modo da consentire la speciale forma di pubblicità della seduta ivi prevista e avverte che, ove la Commissione convenga nell’utilizzazione di tale forma di pubblicità dei lavori, il Presidente del Senato ha già preannunciato il proprio assenso.

Non facendosi osservazioni, detta forma di pubblicità viene adottata per il prosieguo dei lavori.

Il PRESIDENTE avverte altresì che la pubblicità della seduta sarà inoltre assicurata attraverso la resocontazione stenografica, che sarà resa disponibile in tempi rapidi.

La Commissione prende atto.

PROCEDURE INFORMATIVE

Audizione, ai sensi dell’articolo 46, comma 1, del Regolamento, del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sui contenuti del Libro Verde “Verso sistemi pensionistici adeguati, sostenibili e sicuri in Europa”

Il presidente GIULIANO ringrazia il Ministro per la sua cortese disponibilità ad illustrare alla Commissione i contenuti del Libro Verde e gli cede la parola.

Il ministro SACCONI ringrazia la Commissione per l’opportunità di esprimere alcune considerazioni sul Libro Verde, che rappresenta un testo di consultazione, elaborato su iniziativa congiunta di più commissari, e non presenta specifiche proposte di policy.
Il Governo italiano ha costituito un gruppo di lavoro congiunto dei tre ministeri interessati, quello del lavoro e delle politiche sociali, quello dell’economia e delle finanze e quello dello sviluppo economico, che si sta avvalendo dell’apporto delle diverse autorità di vigilanza e formulerà le risposte entro il 15 novembre. La rinnovata attenzione che l’Unione europea rivolge con il Libro Verde all’assetto dei sistemi pensionistici appare particolarmente tempestiva e coerente con lo sforzo verso una maggiore integrazione delle politiche economiche. Le pensioni si collocano, infatti, al punto d’incrocio tra le due linee di tensione che premono sul sistema economico e, più in generale, sull’assetto sociale.
Il Libro Verde sviluppa molte questioni di dimensione europea, come le quattro libertà, in particolare quelle di circolazione dei lavoratori e dei capitali. Si tratta spesso di questioni all’apparenza tecniche, che rinviano tuttavia all’effettiva realizzazione di un mercato del lavoro europeo davvero unico. Il suo cuore politico risiede nella prima parte, che si riferisce all’assetto complessivo dei conti previdenziali, alla sostenibilità del sistema, all’adeguatezza delle prestazioni, al rapporto tra fase attiva e fase quiescente della vita dei lavoratori.
Le differenti sezioni del Libro Verde relative alla sostenibilità delle finanze pubbliche e all’innalzamento dell’età effettiva di pensionamento mostrano che ciò che esso evoca come aspirazione in Italia è già divenuto legge ed in un clima di pace sociale, che si è giovato dell’atteggiamento responsabile di quasi tutte le parti e di un’opinione pubblica consapevole e matura; ciò ha permesso di evitare quell’esodo da terrore, che sovente è il prodotto di politiche di annuncio. Si tratta di un clima che stride, peraltro, con quello, definito nella scorsa legislatura, solo tre anni or sono, di un inopinato abbassamento dell’età di pensionamento. Ritiene dunque assai soddisfacente il riferimento esplicito nel quesito n. 3 a «meccanismi di adeguamento automatico all’evoluzione demografica per equilibrare la durata della vita attiva e quella della pensione», che corrisponde esattamente a quanto fatto dal Governo la scorsa estate, a partire dal 2015, per i lavoratori sia privati, sia pubblici, con una riforma che ha il pregio di poter operare automaticamente grazie a misure che non richiederanno a ogni passaggio un nuovo intervento legislativo e che garantiranno la necessaria flessibilità e tempestività. A questo primo intervento strutturale va aggiunto l’adeguamento dei coefficienti adottato all’inizio del 2010 dopo lunga attesa e l’adozione delle finestre “a scorrimento” introdotte con la manovra estiva; un intervento che, oltre a eliminare difformità di trattamento dovute a fattori puramente casuali, ha permesso di elevare ulteriormente l’età di pensionamento rispettivamente di 12 mesi per i lavoratori dipendenti e di 18 per gli autonomi rispetto alla tabella di marcia prevista dalla riforma del 2009.
Sottolinea conclusivamente che l’effetto delle riforme del Governo permetterà di giungere per gli uomini a 69 anni e 4 mesi per i dipendenti e a 69 anni e 10 mesi per gli autonomi nel 2050, nell’ipotesi delle attuali previsioni demografiche. Sia la revisione del regime delle decorrenze per il pensionamento ordinario di vecchiaia e anticipato, sia l’attuazione dell’adeguamento dei requisiti anagrafici all’aumento della speranza di vita comportano effetti strutturali. Il combinato dei due interventi comporta complessivamente una riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica in rapporto al PIL di circa 0,2 punti percentuali nel 2015, crescente fino a 0,5 punti percentuali nel 2030, per poi scendere attorno allo 0,4 nel 2040 e poi allo 0,1 nel 2045, agendo quindi sul tempo intermedio della cosiddetta “gobba”. Si sofferma infine sul cambiamento di approccio al ritiro dal lavoro, che è l’ultimo tema che traspare nel Libro Verde con riferimento all’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche, alla Strategia Europa 2020 e all’allungamento della vita attiva, sottolineando che la stabilità dei conti non comporta anche l’adeguatezza delle future prestazioni a garantire un tenore di vita consono, se non conforme allo stipendio che si è percepito nella fase finale della vita attiva. Se il problema è innanzitutto culturale, la vera riforma delle pensioni sarà la riforma del mercato del lavoro, dalla cui qualità, unitamente alle retribuzioni che un’impostazione più moderna saprà garantire, dipenderà quella delle pensioni.

Il presidente GIULIANO ringrazia nuovamente il Ministro per il suo intervento. Fornisce quindi al senatore ROILO (PD) chiarimenti in ordine alla tempistica della seduta odierna.

La senatrice GHEDINI (PD) ritiene sarebbe stato desiderabile che sui delicati temi posti dal Libro Verde si svolgesse un dibattito aperto e si rammarica che il Ministro abbia sostanzialmente chiuso il confronto prima ancora di aprirlo, tanto più che la situazione del sistema pensionistico evidenziata nel documento trova a suo giudizio in Italia riscontri non positivi. Il Libro Verde pone in stretta correlazione le scelte previdenziali con le politiche economiche, del lavoro e di welfare di ciascuno dei Paesi, alla luce di due vincoli precisi, adeguatezza e sostenibilità, alla quale, in particolare, occorre essenzialmente riportarsi in materia previdenziale. Nel richiamarsi alle considerazioni già svolte nel corso della seduta antimeridiana in sede di esame del Progetto di Programma nazionale di riforma, ribadisce la centralità della tematica della adeguatezza delle pensioni, in particolare per i giovani e le donne, atteso il tardivo ingresso nel mercato del lavoro e l’estrema precarizzazione dei rapporti. Diversamente da quanto testé affermato dal Ministro, il Progetto di Programma dà grande enfasi agli strumenti di precarizzazione del lavoro, con un ampio utilizzo dei contratti flessibili. Analoghe considerazioni ella svolge con riferimento alla consistenza delle retribuzioni, laddove l’Italia si attesta su uno dei livelli peggiori tra i Paesi europei. L’unico intervento considerato positivo è rappresentato dal collegamento con la crescita della produttività, dando risalto esclusivamente allo strumento della partecipazione agli utili aziendali da parte dei lavoratori ed alla contrattazione decentrata: strumenti validi, ma non da soli. Rileva quindi che, diversamente da quanto affermato, la riforma delle pensioni data da tempi assai antecedenti l’adozione del più volte citato decreto-legge n. 78, giacché prende le mosse dalla cosiddetta “riforma Dini”, da cui purtroppo non ha ereditato quella flessibilità di accesso alla quiescenza che effettivamente garantisce la libertà degli individui nella progettazione della propria vita personale e professionale.
Quanto alla necessità di garantire pari opportunità di genere, in questo settore a suo avviso le riforme promosse dal Governo in carica hanno determinato un grave pregiudizio ai danni delle donne, perseguendo una parificazione solo formale che è andata a detrimento delle complessive condizioni di sostenibilità della loro vita. Nell’ultimo biennio si sono così praticamente azzerate le conquiste degli anni precedenti, come testimonia la circostanza che il Piano nazionale per la conciliazione varato dal Governo Berlusconi stanzi appena 40 milioni di euro, vale a dire un terzo di quanto stanziato dal Governo Prodi solo per il piano degli asili nido, cui si aggiungevano misure di defiscalizzazione delle spese di cura e di sostegno all’imprenditoria femminile. Si è inoltre di fronte alla completa cancellazione del Fondo per la non autosufficienza. Analogamente risultano del tutto assenti le politiche finalizzate a garantire l’accesso all’occupazione dei giovani. Anche le scelte fatte per completare la stabilizzazione del sistema previdenziale, con l’allungamento delle cosiddette “finestre”, in assenza di una coerente rimodulazione dei coefficienti, costituiscono un vero e proprio furto di risorse ai danni di quei lavoratori che già avevano conseguito il diritto a pensione. Invita conclusivamente il Governo a riconsiderare assai attentamente le proprie politiche.

A giudizio della senatrice CARLINO (IdV) , pur se l’analisi della situazione della previdenza pensionistica, così come fotografata all’interno del documento della Commissione Europea, contiene dati oggettivi innegabili, le conseguenze da trarne devono andare in una direzione molto diversa da quella proposta, soprattutto alla luce della società e dell’economia italiane.
Innegabili sono l’invecchiamento della popolazione, l’innalzamento delle aspettative di vita e lo stato di profonda crisi in cui versa l’Italia come gli altri paesi europei, ma pensare che la cura possa essere un prolungamento per legge dell’età pensionabile è del tutto fuorviante. Il comportamento dei datori di lavoro purtroppo sta andando esattamente nella direzione opposta: si favorisce infatti il prepensionamento del lavoratore anziano, perché meno disponibile ai cambiamenti e meno adattabile alle variazioni (e sicuramente perché meno “precarizzabile”). Appare pertanto assurdo pensare di sanzionare il lavoratore che va in pensione prima dei tempi prestabiliti e di premiare quello che rimane a lavoro più a lungo, quando in realtà la cosa dipende prevalentemente dalle strategie di impresa. Analoghe critiche ella rivolge nei confronti delle misure proposte con riferimento ai lavoratori atipici.
Si sofferma quindi sull’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, già normalmente sottoccupate e sottopagate rispetto agli uomini e spesso costrette a rinunciare al lavoro o ad anticipare il pensionamento per sopperire alla totale assenza di misure di sostegno alla famiglia. Stigmatizza perciò l’azzeramento per il 2011 del Fondo nazionale per la non autosufficienza e le forti decurtazioni riguardanti il Fondo nazionale politiche sociali e il Fondo per le politiche familiari.
Infine, si sofferma sulle forme di previdenza complementare, sottolineando che i fondi pensione non potranno mai sostituire la previdenza pubblica, di cui al più potrebbero costituire una integrazione.

A giudizio del senatore PASSONI (PD) le politiche poste in essere dal Governo non hanno affrontato nodi cruciali, quali la crescita e la lotta alla precarietà del mercato del lavoro, perseguendo un approccio meramente matematico. Il tema del riordino complessivo del sistema previdenziale venne affrontato nel 1992, senza tuttavia immaginare che la questione della precarietà del lavoro avrebbe assunto successivamente connotati tanto drammatici. Oggi sarebbe dunque opportuno decidere quali politiche debbano essere messe in campo, secondo una visione prospettica della crescita immaginata e delle evoluzioni positive da garantire al tema della precarietà. Si tratta di due filoni che il Governo Berlusconi ha ignorato, quando non ha posto in essere misure di carattere peggiorativo. In particolare, il ministro Sacconi si è reso responsabile di una operazione senza precedenti, consentendo al Ministro dell’Economia di sottrarre risorse al sistema previdenziale, all’unico scopo di “fare cassa”. Occorre invece riportare l’Italia ad un tasso di crescita idoneo a riequilibrare il sistema, supportando ogni misura con interventi fiscali emergenziali, in modo da stimolare la crescita e condurre l’assetto produttivo all’altezza della competizione internazionale, sostituendo la flessibilità alla precarietà.

Il senatore CASTRO (PdL) ringrazia il Ministro per l’esposizione dei contenuti del Libro Verde e plaude alla circostanza che, rispetto a quei contenuti, il Governo si sia reso protagonista di una operazione di anticipazione, che fa sì che l’Italia oggi rappresenti il benchmark di riferimento nell’ambito della materia previdenziale e pensionistica a livello europeo. Nel ribadire l’esigenza di valorizzare la contrattazione, sottolinea la necessità di imboccare la direzione del superamento del sinallagma tradizionale, valorizzando la contrattazione di secondo livello. In particolare si sofferma sulle tematiche della previdenza complementare, chiedendo al Ministro quali strumenti ritenga più opportunamente utilizzabili per valorizzarla, se reputi opportuno dare risalto alla cosiddetta “solidarietà orizzontale”, nonché quale sia il suo giudizio in ordine alla giustapposizione tra fondi “chiusi” e “aperti”. Ritiene che la contrattazione aziendale possa dar luogo ad incrementi retributivi attraverso un recupero della produttività, ciò che rafforza lo spostamento del baricentro proprio in direzione di tale ultimo strumento, invitando l’opposizione a non indulgere in atteggiamenti contraddittori e nostalgici. Osserva altresì che, a fronte della “grande crisi” e della grave caduta del PIL, le misure adottate dal Governo in carica hanno consentito di mantenere il tasso di disoccupazione a livelli straordinariamente più bassi di quanto accaduto in passato e infinitamente migliori di quelli che l’Italia ha conosciuto a fronte di crisi di assai minore gravità. Di fatto, la strumentazione offerta dalla cosiddetta legge Biagi ha garantito una forte stabilizzazione, al contrario di quanto realizzato dall’Esecutivo nella scorsa legislatura. Invita infine l’opposizione ad astenersi dall’evocare nostalgicamente i contenuti della legge Dini, che ebbe conseguenze assai inique, ed invita conclusivamente a perseguire con tenacia la linea d’azione tracciata nel Libro Verde.

Il senatore NEROZZI (PD) rileva che il Libro Verde affronta la questione della compatibilità del sistema pensionistico in modo del tutto avulso dalle necessarie correlazioni con le tematiche degli ammortizzatori sociali e del livello dei salari. L’Italia deve molto alla riforma pensionistica operata con la legge Dini; ora però occorre affrontare innanzitutto il nodo dei giovani. In questo quadro la strada più idonea non può essere rappresentata dalla bilateralità, né è possibile slegare l’idea di flessibilità dalla consapevolezza che la gravosità del lavoro non è uguale in tutti i settori, né lo è la capacità lavorativa. La questione delle pensioni investe anche la qualità del lavoro e la valorizzazione del sistema produttivo. Stigmatizza infine l’affermazione del Ministro che la riforma pensionistica sia stata varata in assenza di conflitti, atteso che una società che elimini il conflitto ha in sé i germi dell’antagonismo nei confronti di ogni patto sociale ed il forte rischio di diventare ingovernabile. Non sempre la politica dei tagli costituisce la strada migliore: il conflitto regolato è il sale della democrazia.

Replicando agli intervenuti, il ministro SACCONI sottolinea l’esistenza di diversità di fondo in ordine alla valutazione della crisi ed al suo carattere strutturale, evidenziando che oramai occorrerà convivere con una diffidenza dei mercati finanziari nei confronti del debito pubblico, ai cui titoli non si riconosce più, come un tempo, la solvibilità dell’emittente. In Italia la sostenibilità dei sistemi previdenziali si realizza con riferimento alla variabile demografica, a prezzo di alti livelli contributivi. Reputa pertanto che le riforme votate, che egli non si è limitato a subire, fossero necessarie, e ribadisce che esse non sono state animate dall’unico scopo di “fare cassa”. Il Governo non ha agito unicamente sulla leva della previdenza, ma ha operato anche sull’altra grande voce rappresentata dalla spesa sanitaria, ciò che ha condotto al commissariamento di Regioni nelle quali ad elevati livelli di spesa corrispondeva un minor livello di prestazioni. Peraltro, la dimensione delle risorse destinate alle politiche sociali va al di là degli stanziamenti singoli: in questo senso le dimensioni del welfare sono assai più ampie e complessive di quanto disposto nei relativi Fondi ad hoc. Si sofferma altresì sulla grande attenzione del Governo nei confronti della condizione dei giovani, per i quali occorre deliberare percorsi occupazionali trasparenti, eliminando disoccupazione ed occupazione sommersa. Dopo aver ribadito che la promozione della riforma previdenziale richiede valutazioni attente, si sofferma infine sulle prospettive dei fondi aperti, che reputa interessanti, sottolineando l’esigenza di monitorare il sistema previdenziale soprattutto in relazione all’andamento medio dell’incremento del PIL.

Il presidente GIULIANO ringrazia nuovamente il Ministro per la sua ampia disponibilità ed i senatori intervenuti nel corso del dibattito, dichiarando conclusa l’audizione.


IN SEDE CONSULTIVA SU ATTI DEL GOVERNO

Schema di regolamento ministeriale recante istituzione del Fondo di solidarietà per il sostegno del reddito, dell’occupazione e della riconversione e riqualificazione professionale del personale dipendente delle imprese assicuratrici (n. 283)
(Parere al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, ai sensi dell’articolo 2, comma 28, della legge 23 dicembre 1996, n. 662. Seguito e conclusione dell’esame. Parere favorevole con osservazioni)

Riprende l’esame, sospeso nella seduta di ieri.

Il senatore ZANOLETTI (PdL) illustra uno schema di parere favorevole con osservazioni (vedi allegato).

La senatrice GHEDINI (PD) dichiara il voto favorevole del suo Gruppo.

La senatrice MARAVENTANO (LNP) esprime parimenti voto favorevole, precisando che tale è anche la posizione del Gruppo PdL.

Presente il prescritto numero di senatori, il presidente GIULIANO mette quindi ai voti la proposta testé illustrata, che è approvata.


La seduta termina alle ore 16,15.

PARERE APPROVATO DALLA COMMISSIONE
SULL’ATTO DEL GOVERNO N. 283

L’11a Commissione permanente del Senato, esaminato lo schema di regolamento ministeriale in titolo,
considerato che esso si colloca nell’ambito delle disciplina quadro concernente la possibile determinazione di un sistema di ammortizzatori sociali per gli enti e le aziende erogatori di servizi di pubblica utilità;
rilevato che il Fondo di solidarietà provvede in via ordinaria a contribuire al finanziamento di programmi formativi di riconversione o di riqualificazione professionale e al finanziamento di trattamenti specifici a favore dei lavoratori interessati da riduzione dell’orario di lavoro o da sospensione temporanea dell’attività lavorativa;
valutato positivamente che lo schema è stato inoltre concordato in sede di contrattazione sindacale;
esprime parere favorevole, con le seguenti osservazioni:
all’articolo 5, al comma 6, viene richiamato il comma 1 del medesimo articolo, mentre il riferimento esatto sembra essere il comma 2;
sempre all’articolo 5, è errata la numerazione dell’ultimo comma, che dovrebbe essere “7” invece di “4”;
all’articolo 6, al comma 3, andrebbe chiarito se la contribuzione straordinaria ivi prevista debba essere modulata, ai fini della copertura finanziaria della prestazione, anche in relazione all’eventuale carattere immediato dell’onere della prestazione stessa, nel caso in cui il lavoratore eserciti, ai sensi dell’articolo 5, comma 4, l’opzione di liquidazione in un’unica soluzione.

 

185ª Seduta (antimeridiana)

Presidenza del Presidente
GIULIANO

La seduta inizia alle ore 8,45.


IN SEDE CONSULTIVA

(Doc. CCXXXVI, n. 1) Progetto di Programma nazionale di riforma per l’attuazione della Strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva – Europa 2020
(Osservazioni alla 5a Commissione, ai sensi degli articoli 125 e 50 del Regolamento. Esame. Osservazioni favorevoli)

Il presidente relatore GIULIANO (PdL) rileva preliminarmente che il Documento si colloca nella fase transitoria della nuova strategia comunitaria “Europa 2020”; la versione finale del Programma italiano sarà presentata all’Unione europea ad aprile 2011 insieme con il Programma di stabilità. Nel Documento si specifica che la strategia comunitaria per il nuovo decennio è intesa a coniugare, di fronte alla recente crisi economica internazionale, la stabilità finanziaria ed il coordinamento delle politiche di riforma.
In particolare, la strategia fa riferimento a cinque obiettivi – riguardanti l’occupazione, la ricerca e l’innovazione, l’istruzione, l’energia e la povertà -, per ciascuno dei quali dev’essere individuato un obiettivo europeo e conseguenti obiettivi nazionali, coerenti con i relativi livelli di partenza. Tra gli obiettivi per l’Italia per il 2020, vengono prefissati un tasso di occupazione pari al 67-69 per cento, un livello di spesa per ricerca in rapporto al PIL pari all’1,53 per cento, un tasso di istruzione terziaria o equivalente pari al 26-27 per cento ed una riduzione, pari a 2,2 milioni, dei soggetti al di sotto della soglia della povertà.
Con specifico e diretto riguardo alla competenza della Commissione, il Presidente relatore osserva che, in merito alla spesa pensionistica, il Documento osserva che le misure adottate nel corso degli anni, nonché quelle introdotte con il decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, compensino in larga parte l’andamento negativo (cosiddetta “gobba pensionistica”) che si prospettava per i prossimi decenni; andamento dovuto all’incremento della speranza di vita ed al passaggio alla fase di quiescenza delle generazioni del baby boom. In particolare, secondo il Documento, il rapporto fra spesa pensionistica e PIL tenderà a ridursi, fino al 2025, rispetto ai valori attuali; nel periodo successivo al 2025, e fino al 2040-2045, il rapporto crescerà di nuovo, fino a conseguire un valore simile a quello attuale; nel periodo ancora successivo, il rapporto tenderà di nuovo a diminuire, in virtù sia del passaggio dal sistema di calcolo misto a quello contributivo integrale, sia della progressiva scomparsa dei pensionati appartenenti alle generazioni del baby boom.
Il Documento si sofferma sugli effetti finanziari delle misure pensionistiche di recente introdotte dal citato decreto-legge n. 78, che concernono la revisione del regime delle decorrenze dei trattamenti di vecchiaia e di anzianità e l’attuazione, a decorrere dal 2015, dell’adeguamento dei requisiti anagrafici per il pensionamento all’aumento della speranza di vita. Riguardo all’obiettivo del tasso di occupazione per il 2020, il Documento osserva che nella sua determinazione si è tenuto conto sia del dato di partenza (il tasso di occupazione nel 2009 è stato pari in Italia al 61,7 per cento), molto distante dal valore dell’obiettivo comunitario per il 2020 (pari al 75 per cento), sia dell’esigenza di conseguire miglioramenti anche sul fronte della produttività del lavoro e che potrebbero determinare effetti negativi in materia di occupazione.
Riguardo alle politiche in materia di lavoro, il Documento prospetta specifiche linee di intervento, che vanno dalla manutenzione del sistema degli ammortizzatori sociali alla lotta al lavoro irregolare e all’aumento della sicurezza sul lavoro, mediante un’azione di vigilanza selettiva, alcune modifiche delle regole vigenti e la valorizzazione di istituti atipici (come il lavoro intermittente ed il lavoro accessorio), dal decentramento della regolazione e l’attuazione del principio della sussidiarietà, attraverso la definizione dello Statuto dei Lavori allo sviluppo della contrattazione collettiva decentrata (territoriale ed aziendale) e della bilateralità nella gestione dei servizi per il lavoro, dallo sviluppo delle competenze per l’occupabilità ed il reimpiego, mediante la revisione del sistema della formazione professionale ed una maggiore diffusione dell’apprendistato e dei tirocini, all’incremento del tasso di occupazione femminile, in particolare in virtù di incentivi mirati all’assunzione nel Mezzogiorno, alla conciliazione tra lavoro e vita privata e alla promozione delle pari opportunità nell’accesso al lavoro.
Riguardo ai finanziamenti comunitari, il Documento ricorda che 3,5 miliardi di euro sono dedicati all’obiettivo lavoro e occupazione e 3,9 all’inclusione sociale. Di questi ultimi, 2,4 miliardi sono destinati a favorire l’inclusione nel mercato del lavoro delle donne e dei soggetti svantaggiati, quali migranti e minoranze etniche. In merito, il Documento osserva infine che gli interventi attualmente attivati in materia di lavoro e occupazione sono per lo più volti all’attuazione di misure attive e preventive ed in seconda istanza ad azioni di ammodernamento e rafforzamento delle istituzioni del mercato del lavoro.

Si apre la discussione generale.

Il senatore ROILO (PD) sottolinea preliminarmente che il Governo italiano dovrà presentare all’Unione europea la prima versione del proprio Piano nazionale delle riforme il prossimo 12 novembre, in ottemperanza agli impegni assunti insieme agli altri Paesi dell’Unione, ma che, mentre in questi ultimi si è svolta al riguardo una discussione ampia ed approfondita, in Italia ad un documento rilevante come quello in esame vengono dedicati tempi estremamente ridotti. Eppure sono in questione temi rilevantissimi, quali la fissazione dei meccanismi economici con i quali governare l’Europa e cercare di garantire quella stabilità che resta da conseguire, non essendo ancora terminati gli effetti della “grande crisi”. Due sono le direttrici caldeggiate a livello europeo, l’esigenza della stabilità e la realizzazione di una politica di riforme; ed è rispetto proprio a questo secondo elemento che il Documento risulta essere totalmente carente. Larghe insufficienze sono altresì riscontrabili su profili specifici. Innanzitutto sulle pensioni, dove il Documento si limita a descrivere i provvedimenti adottati dal Governo, talora con misure anche assurde, come per i lavoratori in mobilità. Il disegno di legge cosiddetto “collegato lavoro”, lungamente dibattuto alle Camere, viene presentato come una grande riforma, dimenticandone gli effetti fortemente penalizzanti dei diritti dei lavoratori. Manca qualsiasi accenno alla riforma degli ammortizzatori sociali, pure invocata come una necessità dal Governatore della Banca d’Italia. Vengono del tutto ignorate le problematiche della disoccupazione e del sistematico ricorso alla cassa integrazione, segnatamente a quella straordinaria; in ordine al crescente tasso di disoccupazione ed al bassissimo tasso di occupazione, il Documento contiene poi solo intendimenti assolutamente generici. Si tratta conclusivamente di un progetto del tutto inadeguato, sul quale la contrarietà del Gruppo PD è pertanto forte e netta.

Il senatore TREU (PD) stigmatizza fortemente il modo con il quale il Governo affronta un tema che mette in gioco il futuro e i tempi ridotti riservati al dibattito sul Documento, sia nelle Commissioni che in Aula. Il Progetto di Programma dovrebbe avere ampio respiro strategico, e invece proprio sotto questo profilo si presenta gracilissimo. Anche laddove vengono tracciate indicazioni, esse sono comunque largamente al di sotto degli obiettivi europei, mentre sarebbe invece stata opportuna e necessaria qualche riflessione sulle ragioni della evidente sfasatura rispetto agli obiettivi della strategia di Lisbona. Nel Documento si fa addirittura riferimento ad una presunta stabilizzazione del mercato del lavoro, le cui condizioni, al contrario, quest’anno sono semmai peggiorate e di certo non sembrano destinate ad una stabilizzazione. Altre affermazioni, quali ad esempio l’individuazione del declino della competitività come problema principale del Paese, risentono probabilmente delle modalità di “confezione” del Documento stesso, che sotto molti profili è chiaramente il frutto di collazioni non sempre accuratamente coordinate. Anche sul tema delicato, della politica industriale del Paese si riscontra una mera elencazione di titoli ed una totale assenza di visione complessiva, analogamente a quanto si riscontra in ordine alle modalità con le quali i singoli appostamenti di spesa dovrebbero rapportarsi agli obiettivi specifici. Talora si riscontrano persino sciatterie verbali, come è il caso, ad esempio, del riferimento ad una “manutenzione” degli ammortizzatori sociali. Trattando del Fondo sociale europeo, si dimentica che esso è stato fortemente decurtato per effetto degli ammortizzatori in deroga; nel capitolo dedicato alle pensioni si riportano tabelle del tutto inattuali, omettendo ogni riferimento al tema della adeguatezza delle pensioni medesime. Manca qualsiasi traccia di percorsi e strategie con le quali si intenda apportare dei correttivi in prospettiva. In modo del tutto sommario, sostanzialmente con mere enunciazioni di principio, ci si riferisce alla necessità di fronteggiare i tagli alle università, di sorreggere la ricerca, di operare per l’inclusione sociale e la lotta alla povertà, di tutelare l’ambiente. Si tratta sostanzialmente di un documento sciatto, privo di visione di insieme e del tutto carente sul piano dei contenuti, che andrebbe totalmente riscritto.

La senatrice CARLINO (IdV) si associa alle critiche espresse dai senatori Roilo e Treu, ribadendo che l’Esecutivo Berlusconi non ha minimamente operato per riformare il mercato del lavoro, creare nuovi sistemi di protezione sociale, accrescere la concorrenza delle imprese, tutelare i consumatori, ridurre la spesa corrente ed il debito pubblico, combattere la povertà diffusa, accrescere la capacità innovativa del sistema e favorire la crescita dimensionale delle piccole imprese. Insieme ad una ripresa troppo lenta dell’economia, la disoccupazione resta il vero problema dell’Italia, soprattutto nel Sud. Per tornare a crescere, serve un serio piano di risanamento della finanza pubblica che fissi obiettivi credibili di riduzione del deficit. Per questo motivo, il suo Gruppo intende presentare oggi ai fini della discussione in Assemblea sul Documento una proposta di mozione, contenente misure specifiche per stimolare l’economia e dare sollievo alle famiglie. Allo stato, il giudizio sul Progetto di Programma nazionale presentato dal Governo non può che essere dunque fortemente negativo.

Nessun altro chiedendo la parola, chiusa la discussione generale, il presidente relatore GIULIANO (PdL) illustra una bozza di osservazioni favorevoli (vedi allegato).

La senatrice GHEDINI (PD) interviene per dichiarare il voto contrario del proprio Gruppo su tale proposta e per illustrare una proposta di parere contrario, a firma dei senatori Roilo ed altri (vedi allegato).
Rileva infatti che il Documento in esame si limita a descrivere una serie di dati, senza tuttavia metterli in correlazione con i tassi di crescita, di produttività e di sviluppo che si riscontrano negli altri Paesi europei. Manca qualsiasi riferimento alle misure specifiche che invece saranno necessarie una volta attraversata la crisi.
L’incapacità dell’Italia di mantenere alti i livelli di competitività si sta inesorabilmente riflettendo sull’andamento del mercato del lavoro, come è testimoniato dalla drammatica situazione del mercato stesso. Di fatto, i livelli di disoccupazione registrano una perfomance peggiore rispetto agli altri Paesi d’Europa, soprattutto per quanto concerne i lavoratori ultracinquantacinquenni. Gli stessi obiettivi occupazionali indicati nel Documento appaiono difficilmente raggiungibili, in assenza di politiche mirate. Il Documento affida il recupero del potere di acquisto dei salari esclusivamente al salario di produttività, perseguendo una strategia irrealistica ed in carenza di una previsione esplicita degli incentivi negoziali e fiscali a sostegno. Temi delicatissimi, quali quello della partecipazione dei lavoratori agli utili aziendali e della riduzione del cuneo fiscale, risultano appena accennati e manca qualsivoglia riferimento agli strumenti destinati a perseguire tali obiettivi. Con riferimento alla spesa pensionistica, si afferma che la stabilizzazione sarebbe avvenuta per effetto delle misure contenute nel citato decreto-legge n. 78, mentre le curve sono riferibili alle riforme messe in atto fin dal 1995. La relativa proiezione realizzata sui dati risulta pertanto assolutamente falsata. La necessità di valutare l’adeguatezza dei redditi da pensione viene appena accennata, senza specificarne gli strumenti. Mancano del tutto interventi destinati alla riduzione della precarietà. Quanto alle misure destinate a colmare le differenze di genere, per gli interventi destinati alle politiche per la conciliazione vengono stanziati quaranta milioni di euro, di cui dieci destinati ai servizi di prima infanzia, a fronte dello stanziamento di centoventi milioni contenuto nel Piano stilato dal precedente Governo. Il differenziale macroscopico tra i due stanziamenti è di per sé dimostrazione evidente della inadeguatezza della misura. Il Documento appare complessivamente carente di strategie, sia in materia di riforma di ammortizzatori sociali e misure necessarie a garantire il superamento del divario territoriale, sia con riferimento alle politiche destinate a favorire la ripresa dello sviluppo della competitività e il mantenimento della coesione sociale. Si configura pertanto come l’ennesima occasione mancata da parte del Governo per rendere espliciti gli scenari a medio termine della politica nazionale in relazione al quadro europeo. Non vengono previste iniziative per l’inclusione nel mercato del lavoro di giovani e donne, né interventi di welfare a supporto della conciliazione e dei carichi di cura. Viene infine pretermessa qualsiasi valutazione della qualità del sistema previdenziale. Sono queste le ragioni a fondamento della proposta di osservazioni contrarie.

Il senatore CASTRO (PdL) interviene brevemente, anche a nome del Gruppo Lega Nord, per riaffermare la piena adesione alle linee portanti ed alle articolazioni concrete del Progetto di Programma in esame e per annunciare voto favorevole alla proposta del Presidente relatore.
Reputa pretestuoso e fuorviante che l’opposizione giudichi insoddisfacenti gli interventi del Governo Berlusconi, che invece hanno consentito il recupero di ben due punti rispetto al PIL, mantenendo pienamente la coesione sociale nel Paese, diversamente da quanto avvenuto in altri Paesi europei, e che ignori come il mercato del lavoro in Italia abbia potuto reggere ad una crisi gravissima, nella quale, purtuttavia, le misure poste in essere dall’Esecutivo in carica sono riuscite a contenere il tasso di disoccupazione.

Presente il prescritto numero dei senatori, il presidente relatore GIULIANO (PdL) mette quindi ai voti la proposta di osservazioni favorevoli da lui formulata, che è approvata.
Risulta di conseguenza preclusa la votazione sulla proposta di osservazioni contrarie sottoscritta dai senatori Roilo ed altri.

La seduta termina alle ore 9,30.

OSSERVAZIONI APPROVATE DALLA COMMISSIONE
SUL DOCUMENTO CCXXXVI, N. 1

La Commissione lavoro, previdenza sociale,
esaminato il progetto di Programma nazionale di riforma;
premesso che esso si colloca nella fase della strategia comunitaria “Europa 2020”, intesa a coniugare la stabilità finanziaria ed il coordinamento delle politiche di riforma;
considerato che le misure recentemente adottate in materia pensionistica (decreto-legge n. 78 del 2010) hanno compensato l’andamento negativo che si era prospettato per i prossimi decenni;
valutato che in prospettiva il rapporto tra spesa pensionistica e PIL si ridurrà rispetto agli attuali valori, nella misura di 1 punto percentuale nell’intero periodo 2015-2035;
rilevato che nel Documento l’obiettivo del tasso di occupazione per il 2020 è fissato al 67-69 per cento e che le linee di intervento prospettate riguardano la manutenzione del sistema degli ammortizzatori sociali, la lotta al lavoro irregolare e l’incremento del tasso di occupazione delle donne;

esprime, per quanto di competenza, osservazioni favorevoli.

SCHEMA DI OSSERVAZIONI PROPOSTE DAI SENATORI ROILO, ADRAGNA, BLAZINA, GHEDINI, ICHINO, NEROZZI, PASSONI E TREU
SUL DOCUMENTO CCXXXVI, N. 1

Il Senato
Premesso che,
il Governo italiano, il prossimo 12 novembre, dovrà presentare in sede di UE la prima versione del proprio Piano nazionale delle riforme (PNR), in ottemperanza agli impegni assunti in tale sede insieme al resto dei Paesi membri dell’Unione relativi alla nuova governance europea;
tale importante adempimento si inserisce nel quadro delle iniziative assunte dall’UE per affrontare, con nuovi e più adeguati strumenti, gli squilibri macroeconomici e di finanza pubblica dei Paesi membri e per prevenire l’insorgere di situazioni di intervento emergenziale, come nel caso della Grecia, che hanno fortemente destabilizzato l’Unione europea durante la fase più acuta della recente crisi finanziaria internazionale;
le nuove procedure di governance europea, che hanno preso avvio con il Consiglio europeo del 17 e 18 giugno scorso e successivamente definite dalla Commissione lo scorso 29 settembre con l’approvazione di cinque proposte di regolamento e di una direttiva, prevedono un più approfondito coordinamento programmatico delle politiche economiche e di bilancio dei Paesi membri, la cui attuazione pratica si avrà, a partire dall’anno 2011, nell’ambito del cosiddetto “Semestre europeo”;
la nuova governance europea prenderà avvio, pertanto, a metà aprile 2011, con la presentazione contestuale da parte di tutti gli stati membri, della versione definitiva dei National Reform Program (Piani nazionali di riforma, PNR) e degli Stability Program (Programmi di stabilità, PS), tenendo conto delle linee guida dettate dal Consiglio europeo nei mesi precedenti;
ìl PNR approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 5 novembre e ora all’esame del Senato assume, quindi, un ruolo strategico relativamente al futuro scenario macro-economico del nostro Paese e al contributo del nostro Paese alla stabilità e alla crescita dell‘area comunitaria;
al contempo, gli obiettivi e i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita rappresentano, da subito, un vincolo di notevole importanza per il nostro Paese con ricadute sulle scelte di finanza pubblica che potranno essere adottate nel prossimo futuro;
in particolare, per rafforzare la disciplina del PSC, la Commissione ha proposto l’obbligo per gli Stati di convergere verso l’obiettivo del pareggio di bilancio con un miglioramento annuale dei saldi pari ad almeno lo 0,5 per cento, l’obbligo per gli Stati con un debito superiore al 60 per cento del PIL di ridurlo di almeno 1/20 della differenza rispetto alla soglia del 60 per cento, nuove sanzioni finanziarie a carico degli Stati che non rispettino la parte preventiva o correttiva del PSC;
tali criteri, seppure destinati ad essere parzialmente attenuati ed affiancati da altri parametri, prefigurano per il nostro Paese, aggiustamenti economici e di finanza pubblica più ampi di quanto finora previsto. La dimensione dei sacrifici che saranno richiesti a cittadini ed imprese sarà molto elevata e tale da richiedere da subito un’ampia discussione politica ed una condivisione degli obiettivi, svincolata dalla logica del brevissimo periodo;
Considerato che,
la situazione economica e finanziaria del nostro Paese è molto preoccupante e le iniziative finora assunte dal Governo hanno rappresentato una risposta debole e del tutto inadeguata alle aspettative dell’intero tessuto sociale e produttivo del Paese;
gli indicatori macro e microeconomici evidenziano, per il nostro Paese, un andamento negativo in rapporto al resto dei Paesi maggiormente sviluppati. Dal punto di vista della crescita economica, i nostri principali competitors internazionali durante la crisi hanno registrato una minore riduzione percentuale del PIL e ora nella fase di ripresa economica registrano tassi di crescita molto superiori al nostro. La crescita mondiale è prevista al 4,4 per cento ed è prevista attestarsi al 4 per cento nel 2011. La Germania nel 2010 cresce del 3,4 per cento e le stime per il 2011 prevedono una crescita del 2 per cento. Gli Stati Uniti crescono del 2,9 per cento e per il 2011 le previsioni sono del 2,5 per cento. Il Giappone cresce del 2,7 per cento e le stime per il 2011 prevedono una crescita del 2,5 per cento. La Francia cresce del 1,6 per cento e per il 2011 le previsioni sono del 2,5 per cento. Per l’area euro la crescita del 2010 è pari in media al 1,6 per cento, mentre per il 2011 si prevede una crescita del 1,8 per cento. L’Italia è ferma, purtroppo ad un 1,2 per cento nel 2010 e ad un 1,3 per cento per il 2011 e tali dati, tra l’altro, come più volte affermato dalla stessa Banca d’Italia appaiono estremamente ottimistici;
in coincidenza con la bassa crescita, l’economia nazionale sconta, poi, una generale perdita di competitività. Da grande Paese industrializzato stiamo inesorabilmente scivolando nelle graduatorie internazionali di competitività;
nella classifica dei Paesi a più alta competitività, recentemente redatta dal World Economic Forum, l’Italia si attesta solo al 48° posto. Rispetto al 2008, siamo stati superati da numerosi paesi in via di sviluppo e restiamo lontanissimi dai maggiori concorrenti europei (la Germania è 7^, la Gran Bretagna 13^ e la Francia 16^) e a forte distanza anche dalla Spagna (33^), che pure ha subito una forte caduta del prodotto interno lordo;
nessuna impresa industriale è presente tra le prime 20 imprese leader mondiali. Nella classifica redatta annualmente da Fortune, tenendo conto del valore complessivo della produzione di ciascuna impresa, solo tre imprese italiane (Generali 21^, Eni 27^ e Fiat 79^) figurano tra le prime 100 del mondo e soltanto altre due ( Enel 132^ e Telecom 141^) tra le prime 200. Di queste una soltanto produce beni di natura industriale. Solo per fare un sintetico raffronto gli Usa hanno 31 imprese tra le prime 100 ; la Germania ha 14 imprese fra le prime 100 e 19 tra le prime 200; la Francia 11 imprese tra le prime 100; la Gran Bretagna 10 fra le prime 100; il Giappone ha 9 imprese fra le prime 100; l’Olanda 4 tra le prime 100. In tale classifica siamo stati recentemente raggiunti da Cina e Corea del Sud ed altri Paesi si apprestano a superarci;
come evidenziato dal recente rapporto annuale dell’Istat, le imprese italiane registrano un forte arretramento nei principali settori competitivi (agricoltura, manifatturiero, servizi) in rapporto alle corrispondenti imprese del resto dei paesi UE; dato questo che si è fortemente ampliato nel periodo 2008-2009 in rapporto all’andamento medio registrato negli anni 2001-2007. Tale situazione evidenzia le difficoltà delle imprese italiane a reagire agli egli effetti della crisi e ad agganciare la ripresa in atto;
particolarmente preoccupante è il dato sulla produttività totale dei fattori. Fatta 100 la produttività del settore manifatturiero nel 1995, l’Italia si attesta oggi al 94,8, perdendo più di 5 punti. La Germania ne guadagna 30, salendo al 130,3, mentre la Francia sale al 126,3. Nei 10 anni compresi tra il 1994 ed il 2005 il prodotto per ora lavorata ha avuto un incremento dello 0,5 per cento, rispetto alla crescita del 2,1 per cento che aveva caratterizzato il decennio precedente. In generale, nel periodo 1995-2008 il contributo dato alla crescita dall’incremento di produttività è stato appena dell’11 per cento, rispetto ad una media del 46,3 dei Paesi dell’area dell’euro;
rispetto ai nostri principali partner europei, tra il 1998 e il 2008, il costo del lavoro per unità di prodotto nel settore privato è aumentato del 24 per cento in Italia, del 15 in Francia, mentre in Germania è diminuito;
tali divari riflettono soprattutto i diversi andamenti della produttività del lavoro: nel decennio 1998-2008, secondo i dati della Banca d’Italia, la produttività del fattore lavoro è aumentata del 22 per cento in Germania, del 18 per cento in Francia e solo del 3 per cento in Italia. Nello stesso periodo il costo nominale di un’ora lavorata è cresciuto in Italia del 29 per cento, del 20 per cento in Germania e meno che in Francia (37 per cento);
altro indicatore particolarmente indicativo della competitività complessiva di un sistema è rappresentato dall’andamento dello stock di investimenti diretti esteri (IDE) da e verso l’estero. Il nostro Paese registra un generale arretramento dei flussi di investimento diretto di imprese estere nel nostro territorio nel corso dell’ultimo decennio per le note ragioni di chiusura dei mercati, del peso fiscale e dell’arretratezza infrastrutturale. Tale dato evidenzia che nel nostro Paese non è stato costruito un ambiente favorevole alle imprese e fa comprendere le motivazioni delle crescenti difficoltà denunciate dalle grandi imprese internazionali nel mantenere in funzione gli stabilimenti produttivi esistenti;
al contempo, i dati sullo stock i IDE in uscita evidenziano la ridotta capacità delle imprese italiane nell’investimento attività all’estero per gli altrettanto noti deficit dimensionali e patrimoniali.
la dimensione media delle imprese italiane rimane ridotta nel confronto internazionale. In passato, quando l’innovazione era prevalentemente di processo, la piccola dimensione d’impresa poteva dare flessibilità al sistema produttivo, meglio se attraverso un’aggregazione in distretti. Oggi l’innovazione riguarda principalmente i prodotti e la loro diversificazione e per le imprese più piccole è sempre più difficile sfruttare le economie di scala e competere con successo nel mercato globale;
per effetto di tali mutamenti di mercato, nel corso degli ultimi anni sono scomparsi alcuni distretti produttivi che hanno rappresentato, in passato, l’eccellenza della produzione manifatturiera italiana nei mercati internazionali. In tale ambito, sono del tutto esemplificativi gli andamenti dei vari distretti del tessile-calzaturiero, degli elettrodomestici e dell’elettronica dove il Paese ha perso un numero consistente di imprese e di addetti. In tali ambiti, nel breve volgere di pochi anni, da Paese esportatore ci siamo trasformati in un Paese importatore Tale trend si sta oggi diffondendo in altri distretti di eccellenza, fra cui anche quello della meccanica, ed interessa anche l’area del nord est dove migliaia d’imprese chiudono o delocalizzano le proprie attività;
la perdita di competitività complessiva del Paese è riflessa anche da un altro dato. La bilancia dei pagamenti è in costante perdita nel corso degli ultimi anni. Nel 1996 la bilancia dei pagamenti registrava un dato positivo del 3,2 per cento in rapporto al PIL, gradualmente eroso nel corso degli anni fino a registrare un dato negativo pari al 3,2 per cento del PIL nel 2009. A tale performance ha fortemente contribuito l’andamento del segmento dell’import e dell’export di merci, ovvero la bilancia commerciale. L’Eurostat ha recentemente certificato che l’Italia presenta una bilancia commerciale in progressivo peggioramento: si passa dal -3,9 per cento del periodo da gennaio a maggio 2009 a un -11,2 per cento da gennaio a maggio 2010. Nello stesso periodo la Germania ha registrato un surplus commerciale di 60 miliardi di euro. Tale dato evidenzia che da Paese esportatore ci siamo trasformati in Paese importatore di merci;
l’incapacità di mantenere alti livelli di competitività e la mancanza di attrazione del mercato interno si sta inesorabilmente riflettendo sull’andamento del mercato del lavoro;
la situazione del mercato del lavoro è alquanto drammatica: secondo la DFP 2011-2013, il tasso di disoccupazione si attesterebbe a fine 2010 all’8,7 per cento rimanendo su tale livello anche per l’anno 2011. Tuttavia, la Banca d’Italia ha recentemente corretto tale dato all’11 per cento, conteggiando nella disoccupazione anche i lavoratori cassintegrati, i quali difficilmente torneranno ad occupare il proprio posto di lavoro o troveranno nuovi posti di lavoro e gli inattivi;
il dato relativo a questi ultimi appare particolarmente drammatico: si tratta di 15 milioni di persone, prevalentemente giovani, donne e, lavoratori maturi;

la disoccupazione colpisce in particolare i giovani, che sulla base dell’ultima rilevazione Istat del 23 settembre 2010, raggiunge il 27,9 per cento, con una punta del 39,3 per cento nel mezzogiorno. Nella stessa rilevazione emergono in tutta evidenza le difficoltà occupazionali delle donne che registrano un tasso di disoccupazione pari al 9,4 per cento (7,6 per cento per i maschi), con punte del 16,4 per cento nel Mezzogiorno. Fra le giovani del Mezzogiorno il tasso di disoccupazione raggiunge il 40,3 per cento;
l’occupazione irregolare, stimata dall’Istat in circa il 12 per cento del totale delle unità di lavoro. Le riforme attuate, diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti la crisi, più che nei maggiori paesi dell’area dell’euro; ma senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità;
L’obiettivo del tasso di occupazione al 75 per cento indicato dalla UE appare, per tutte queste ragioni, lontanissimo, a partire dall’attuale 57,2 per cento, in riduzione di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; anche la sua rimodulazione al 67-69 per cento in ragione dei bassi livelli di partenza appare difficilmente raggiungibile; essa implicherebbe infatti una crescita di occupati di quasi 2 milioni e 7centomila unità nel periodo, a fronte di centinaia di migliaia di persone che escono dal mercato del lavoro;

un contributo significativo all’andamento negativo del sistema Paese è dato, poi, dall’accentuazione degli squilibri territoriali e dai cronici problemi del Mezzogiorno che dopo anni di costante riduzione del gap con le altre aree territoriali del Paese è tornato ora a regredire in tutti i fondamentali macroeconomici;
in sintesi, l’analisi del quadro macroeconomico attuale segnala una perdita strutturale di capacità competitiva del Paese, non interpretabile soltanto come un fatto ciclico ma al contrario come un deterioramento progressivo del capitale fisico imprese, del capitale sociale, dell’adeguatezza delle infrastrutture, del fattore lavoro e della mobilità sociale;
in parallelo all’andamento certamente non positivo dei fondamentali macroeconomici , la situazione della finanza pubblica è forse ancora più preoccupante di quella economica;
dal lato dei conti pubblici, i dati resi noti dalla DFP evidenziano la situazione drammatica nella quale ci ritroviamo dopo anni di iniziative di contenimento della spesa pubblica e di costante rientro del debito pubblico verso la soglia del 100 per cento del PIL. Nel breve volgere di due anni:
– il debito pubblico è salito a livelli superiori a quelli registrati 15 anni fa e il suo volume globale è previsto al 118,5 per cento nel 2010 e al 119,2 per cento nel 2011, per restare in media attorno al 115 per cento fino a tutto il 2013;
– il livello di indebitamento, malgrado l’assenza di interventi per lo sviluppo, ha comunque raggiunto il 5 per cento del PIL e si manterrà ben al di sopra del 3 per cento anche nel 2011 (3,9 per cento);
– il saldo primario dopo aver registrato un disavanzo dello 0,6 per cento nel 2009 e dello 0,3 per cento nel 2010 è ottimisticamente previsto avanzo dello 0,8 per cento nel 2011;
– la spesa corrente al netto degli interessi raggiunge nell’anno in corso il 43,5 per cento del PIL, con un aumento di ben 3,2 punti rispetto al 2008 e – ciò che è più grave – è programmata ben al di sopra del livello raggiunto nel 2008 fino a tutto il 2013. Il totale delle spese è previsto ad un livello superiore al 50 per cento sia nel 2010 (51,9 per cento) sia nel 2011 (50,5 per cento);
– le entrate sono previste in lieve riduzione nel periodo considerato, per effetto, in particolare, della riduzione dei contributi sociali dovuta in gran parte alle norme di contenimento della spesa del personale dipendente del settore pubblico. Le entrate tributarie, considerate al netto di quelle in conto capitale, registrerebbero, invece, un leggero incremento;
– la pressione fiscale si è accresciuta, nel 2009, fino al 43 per cento del PIL, e si manterrà sopra al 42,4 per cento fino al 2013, cioè per l’intera legislatura;
tali dati evidenziano come le politiche dei tagli lineari, operati al di fuori di un contesto di revisione complessiva della spesa pubblica non siano stati in grado di garantire effettivi risparmi. La spesa fuori controllo ha alimentato, a sua volta, la crescita esponenziale del nostro debito pubblico che ha ormai raggiunto la soglia di 1.900 miliardi di euro. Dal 1 gennaio 2008 ad oggi registra una crescita media mensile del debito pubblico di 8,7 miliardi di euro, che equivalgono in soli tre mesi ad una manovra correttiva paragonabile a quella del decreto legge n. 78 del 2010, approvata lo scorso luglio. Sul volume globale del debito paghiamo 80 miliardi di euro annui.;
se a questo si aggiungono le problematiche dell’evasione fiscale, i risultati non possono che essere quelli appena descritti. L’evasione fiscale in Italia ha dimensioni patologiche, con una perdita di prodotto stimato superiore a 100 miliardi di euro l‘anno. Secondo l’Istat, poi, nel 2008 il valore del sommerso economico è compreso tra il 16,3 per cento e il 17,5 per cento del prodotto interno loro, ovvero tra 255 e 275 miliardi di euro annui,) costituendo di per sé un ostacolo non solo agli interventi di riforma fiscale e di riduzione della pressione fiscale, ma anche al corretto sviluppo dei mercati e alla equa redistribuzione del carico delle imposte tra le diverse categorie di contribuenti. L’evasione, pertanto, colpisce l’equità ed è fonte di concorrenza sleale, contribuendo a peggiorare l‘immagine e l’appetibilità del nostro sistema economico;
tale situazione richiama evidenti responsabilità politiche e in tal senso non si può negare che nel corso degli ultimi anni ben poco è stato fatto. Quindici anni di produttività stagnante sono indice inequivocabile di un eccesso di pressione fiscale sul lavoro e sull’impresa, infrastrutture materiali e immateriali carenti, pubblica amministrazione inefficiente. Negli ultimi dieci anni, di cui ben otto governati dal centrodestra, tale consapevolezza non si è tradotta né in un discorso di verità al Paese, per suscitarne l’impegno e la riscossa, né in una coerente strategia di riforme strutturali;
appare del tutto evidente che , senza una forte inversione delle politiche economiche e di sviluppo e di quelle di riforma, il Paese rischia da un lato di non rispondere alle iniziative intraprese in sede UE in materia di governance europea e, dall’altro, di restare indietro proprio nella fase in cui tutte le economie danno evidenti segnali di ripresa, bloccato da tassi di crescita troppo bassi e soprattutto senza un chiaro indirizzo di sviluppo industriale, con un tessuto produttivo ridimensionato, in particolare nella componente delle piccole e medie imprese, privo di adeguate risorse finanziarie e di merito di credito, esposto alla concorrenza sempre più aggressiva non solo dei concorrenti tradizionali ma dei nuovi attori dell’economia emergente, con un mercato del lavoro indebolito e privo di adeguati strumenti di sostegno e riqualificazione per i soggetti che perdono l’occupazione e con una forte distorsione nella distribuzione della ricchezza a discapito delle fasce più deboli della società. Proprio in tale ambito non si può ignorare la colossale regressione nella distribuzione del reddito e della ricchezza, causa primaria della grande stagnazione ora in atto. L’Italia è tra i Paesi europei a maggiore disuguaglianza di reddito e ricchezza e minore mobilità sociale, la quota della ricchezza nelle mani del decile più ricco delle famiglie è arrivata al 47 per cento, mentre dal 1993 al 2006 la quota di ricchezza detenuta dall’1 per cento più ricco delle famiglie è aumentata di 3 punti percentuali a svantaggio della variegata platea delle classi medie. In quest’ambito, dal 2000 al 2010, si registra una perdita cumulata di potere d’acquisto dei salari lordi di fatto di 3.384 euro (solo nel 2002 e nel 2003 si sono persi oltre 6.000 euro) che, sommata alla mancata restituzione del fiscal drag, si traduce in 5.453 euro in meno per ogni lavoratore dipendente alla fine del decennio. La perdita cumulata calcolata sulle retribuzioni equivale a circa 44 miliardi di maggiori entrate
complessivamente sottratte al potere d’acquisto dei salari.
Questo spiega perché, nel decennio 2000-2010, le entrate fiscali da lavoro dipendente abbiano registrato una
crescita reale (quindi al netto dell’inflazione) del 13,1 per cento a fronte di una flessione reale di tutte le altre
entrate del -7,1 per cento.
Nel periodo 2000-2008, a parità di potere d’acquisto, le retribuzioni lorde italiane sono cresciute
solo del 2,3 per cento rispetto alla crescita reale delle retribuzioni lorde dei lavoratori inglesi del 17,40 per cento, francesi
(11,1 per cento) e americani (4,5 per cento). Questo spiega anche come, in Italia, sempre a parità di potere d’acquisto,
nonostante una dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto più sostenuta, le retribuzioni e lo stesso
costo del lavoro risultino all’ultimo posto della classifica OCSE 2008;
Considerato che,
la discussione sulla nuova governance europea può rappresentare per il Paese un deciso cambiamento di rotta rispetto alle scelte strategiche finora adottate dal Governo;
è istituzionalmente e politicamente grave che tale documento giunga alla discussione parlamentare solo grazie alla forte pressione delle opposizioni e con tempi del tutto inadeguati alla rilevanza strategica del documento stesso e dei temi trattati;
il PNR approvato lo scorso 5 novembre dal Consiglio dei Ministri appare, comunque, del tutto provvisorio. A fronte degli ambiziosi obiettivi evidenziati in più passaggi, il documento prefigura un insieme di misure per la crescita e di riforme appena accennate e, pertanto, del tutto inadeguate rispetto alle attese e alle esigenze più volte sottolineate in ambito europeo;
il documento evidenzia l’assenza di vere e proprie riforme strutturali di medio e lungo periodo. Da un lato, si limita a descrivere riforme che in realtà sono già state adottate da diverso tempo (pensioni) e i cui effetti sono già in atto e dall’altro descrive riforme i cui contenuti sono del tutto indefiniti (riforma del fisco) o il cui apporto in termini di efficienza ed efficacia sono del tutto da dimostrare (federalismo fiscale e riforma della pubblica amministrazione);
alle tematiche della competitività, dei salari e della produttività, nonché della concorrenza e della ricerca, sono dedicati brevi passaggi dai quali non si riesce a comprendere a pieno quali iniziative concrete saranno adottate nel prossimo futuro per realizzare gli obiettivi prospettati;
in particolare, per le materie di più stretta pertinenza della Commissione XI:
l’affidamento del recupero di potere d’acquisto dei salari da lavoro dipendente rimane esclusivamente affidata alla capacità di recupero dei salari di produttività che, oltre che sostanzialmente depressi dalla congiuntura, appaiono realisticamente riferibili, anche qualora favoriti da incentivi negoziali e fiscali, a quote limitate di occupati e, pertanto, insufficienti a determinare un recupero significativo del potere d’acquisto e della domanda interna;
altri strumenti, certamente efficaci, quali la partecipazione dei lavoratori alle dinamiche reddituali dell’impresa e la riduzione del cuneo fiscale sono appena accennati e non definiti negli strumenti e nei tempi di applicazione;
viene descritta come sostanzialmente stabilizzata la spesa pensionistica, attribuendo un effetto risolutivo in tal senso agli interventi posti in atto con il DL 78/2010; in realtà la proiezione realizzata mostra in maniera chiara come il profilo di sostenibilità della spesa pensionistica sia sostanzialmente determinato dagli interventi di riforma messi in atto fin dal 1995; inoltre, le correzioni apportate con l’intervento dello scorso luglio vengono proiettate, nel medio periodo, su una base di dati che ipotizza tendenze di crescita e di occupazione decontestualizzate rispetto alla congiuntura e assolutamente prive di qualsiasi riflessione critica. Ciò produce pertanto una proiezione gravemente falsata della stabilità del sistema.

inoltre, è assente qualsiasi considerazione sull’adeguatezza dei redditi da pensione, già debole oggi e grave per la prospettiva, soprattutto in considerazione della progressiva perdita di capacità contributiva dei giovani e del permanere di un gap di genere rilevantissimo, non certo colmato dall’allungamento del periodo di attività delle dipendenti pubbliche nel corso del tempo. Entrambe i fattori sono gravemente condizionati da tassi di attività pesantemente inadeguati e dalla discontinuità delle carriere, verso il cui superamento non appaiono rivolti interventi determinanti: infatti, solo a titolo di esempio, appare macroscopicamente evidente come i 40 milioni di euro previsti dal Piano per la Conciliazione,pari ad un terzo dello stanziamento per il solo primo anno del Piano Nazionale Nidi promosso dal Governo Prodi e non rifinanziato, destinati a ridurre il gap occupazionale fra i generi, siano misura quantitativamente e qualitativamente inadeguata ad affrontare l’emergenza; parimenti il potenziamento di misure quali il lavoro accessorio e il lavoro intermittente, quali strumenti pressoché unici per favorire la ripresa dell’occupazione, appaiono non solo inadeguati al macroscopico problema del tasso di disoccupazione giovanile (30 per cento) ma, nella fase, potenzialmente dannosi, come ha recentemente sottolineato anche il Governatore della Banca d’Italia;

le supposte “azioni riformatrici” contenute nel DDL “Collegato lavoro” appaiono al contrario interventi di destrutturazione della certezza del diritto del lavoro e di, conseguente, ulteriore precarizzazione;
per quanto attiene agli ammortizzatori sociali si rimanda ad una generica “manutenzione del sistema” affidato alla sussidiarietà ed alla bilateralità, che proprio nella fase della crisi hanno dimostrato tutta la loro fragilità ed inadeguatezza, a fronte della necessità di garantire una nuova impostazione universalistaica ed equilibrata, che si qualificherebbe non solo socialmente necessaria, ma come sostegno alla domanda, ed efficientamento del sistema – costosissimo – degli ammortizzatori in deroga;

in relazione alle tematiche dei divari territoriali e dei divari economici nell’offerta di servizi territoriali il PNR si limita a descrivere l’andamento del tutto negativo registrato nel corso degli ultimi anni e a promettere un rafforzamento degli investimenti da destinare alle aree sottoutilizzate. Dato quest’ultimo ampiamente smentito dai contenuti della legge di stabilità e della legge di bilancio per gli anni 2011-2013;
la bozza del PNR si configura, pertanto, allo stato attuale come l’ennesima occasione mancata da parte del Governo per rendere espliciti gli scenari a medio termine della politica economica nazionale, in relazione al quadro europeo, e chiamare su questi scenari ad una discussione pubblica trasparente e responsabile;
dal alto delle politiche di bilancio, il disegno di legge di stabilità e il disegno di bilancio per gli anni 2011-2013, all’esame del Parlamento registrano un evidente ritardo rispetto ai temi in discussione in ambito europeo relativi al nuovo Patto di stabilità e crescita e certificano il tentativo del Governo di procedere al sostanziale svuotamento della sessione di bilancio e delle sue regole;

Considerato, inoltre, che
occorrerebbe alternativamente correggere ed integrare la bozza del Programma nazionale delle riforme in via di presentazione in ambito UE, prevedendo in particolare nell’ambito delle politiche del lavoro:
A)un più deciso impegno nell’ambito delle politiche della concorrenza e della liberalizzazione dei mercati riprendendo il percorso avviato nella scorsa legislatura ed interrotto in quella in corso, con apposite misure finalizzate ad innalzare il livello di concorrenzialità nei diversi comparti dell’economia nazionale ed in particolare nei del trasporto, dell’energia e del gas, dei servizi postali e dei servizi professionali, quale intervento indispensabile a garantire sviluppo e nuova occupazione;
B) a precisare e rafforzare l’ambito della riforma del fisco. Considerato il grave squilibrio interno alla pressione fiscale, a danno del lavoro e dell’impresa, la riforma dovrà essere chiaramente incentrata sulla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, attualmente superiore di circa 5 punti alla media degli altri Paesi dell’area dell’euro, nonché sulla riduzione del prelievo sui redditi da lavoro più bassi e quello sulle imprese, includendo l’IRAP, è più elevato di ben 6 punti. Un divario che dovrà essere superato : A) attraverso una decisa lotta all’evasione fiscale. Questo significa che la riforma fiscale deve esplicitamente essere rivolta: a ridurre le dimensioni dell’evasione fiscale, utilizzando ogni euro di gettito riveniente dal successo nella lotta all’evasione per ridurre in proporzione diretta la pressione fiscale sui contribuenti leali e, in particolare, sul lavoro e sull’impresa; a ridistribuire il prelievo sulle diverse basi imponibili, oggi fortemente sperequato a danno del lavoro e della impresa e a vantaggio della rendita e della ricchezza direttamente consumata. B) attraverso la garanzia che, in futuro, non potranno essere avanzate proposte di aumento della spesa “coperte” finanziariamente da aumento della pressione fiscale: se si propone di aumentare la pressione su una data base imponibile (esempio consumi, o rendite, o patrimonio, o altro ancora) si dovrà contestualmente disporre di usare il relativo gettito per ridurre la pressione su altre basi imponibili (ad esempio lavoro o impresa). L’obiettivo finale della necessaria riforma, dunque, può essere riassunto così: L’aliquota del 20 per cento è l’aliquota di riferiménto per la tassazione dei redditi da lavoro, dei redditi di impresa e dei redditi da capitale/rendita. Le tappe di avvicinamento a questo obiettivo debbono ovviamente essere graduali, sia in rapporto ai risultati ottenuti nell’attività di riqualificazione e riduzione della spesa corrente primaria, sia in rapporto alla riduzione dell’evasione fiscale;

C) con riguardo al mercato del lavoro, alle regole e alle procedure della contrattazione, alla qualità delle relazioni sociali, le esigenze di cambiamento devono essere altrettanto chiare. In tale ambito occorre chiarire l’impegno all’adozione di misure volte a premiare la produttività, disponendo risorse certe e continuative per il finanziamento delle politiche incentivanti (defiscalizzazione e decontribuzione), favorire la mobilità, accrescere il livello della partecipazione dei lavoratori nelle imprese, semplificare norme e procedure, anche al fine di attrarre investimenti diretti esteri in Italia. Dal lato delle misure per il raggiungimento nel 2020 del tasso di occupazione del 67-69 per cento, occorre prevedere apposite iniziative per l’inclusione nel mercato del lavoro di giovani e donne, anche attraverso la previsione di appositi sgravi tributari e contributivi in favore sia dei datori di lavoro sia dei giovani e delle donne lavoratrici, la previsione di interventi di welfare a supporto della conciliazione e dei carichi di cura, attraverso la definizione ed il finanziamento dei LEP in ambito sociale; occorre introdurre innovazioni mercato del lavoro dipendente e autonomo quali forme di tassazione agevolata per i giovani professionisti e le imprese giovanili; contratti per la ricerca di lavoro, fiscalizzazione degli investimenti in formazione, unificazione delle tutele delle diverse forme di prestazione lavorativa, al fine di favorire la crescita di un’occupazione buona e stabile; riformare in senso universalistico e compartecipativo gli ammortizzatori sociali; valutare a medio e lungo termine la qualità del sistema previdenziale, con particolare cura a tutte le dimensioni indicate dalla UE: universalità, sostenibilità, adeguatezza, trasparenza.

tutto ciò premesso e considerato
esprime, per quanto di competenza, osservazioni contrarie.

186ª Seduta (pomeridiana)

Presidenza del Presidente
GIULIANO

Interviene il ministro del lavoro e delle politiche sociali Sacconi.

La seduta inizia alle ore 14,25.

SULLA PUBBLICITA’ DEI LAVORI

Il presidente GIULIANO fa presente che per l’odierna audizione è pervenuta la richiesta, ai sensi dell’articolo 33, comma 4, del Regolamento, di attivazione dell’impianto audiovisivo, in modo da consentire la speciale forma di pubblicità della seduta ivi prevista e avverte che, ove la Commissione convenga nell’utilizzazione di tale forma di pubblicità dei lavori, il Presidente del Senato ha già preannunciato il proprio assenso.

Non facendosi osservazioni, detta forma di pubblicità viene adottata per il prosieguo dei lavori.

Il PRESIDENTE avverte altresì che la pubblicità della seduta sarà inoltre assicurata attraverso la resocontazione stenografica, che sarà resa disponibile in tempi rapidi.

La Commissione prende atto.

PROCEDURE INFORMATIVE

Audizione, ai sensi dell’articolo 46, comma 1, del Regolamento, del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sui contenuti del Libro Verde “Verso sistemi pensionistici adeguati, sostenibili e sicuri in Europa”

Il presidente GIULIANO ringrazia il Ministro per la sua cortese disponibilità ad illustrare alla Commissione i contenuti del Libro Verde e gli cede la parola.

Il ministro SACCONI ringrazia la Commissione per l’opportunità di esprimere alcune considerazioni sul Libro Verde, che rappresenta un testo di consultazione, elaborato su iniziativa congiunta di più commissari, e non presenta specifiche proposte di policy.
Il Governo italiano ha costituito un gruppo di lavoro congiunto dei tre ministeri interessati, quello del lavoro e delle politiche sociali, quello dell’economia e delle finanze e quello dello sviluppo economico, che si sta avvalendo dell’apporto delle diverse autorità di vigilanza e formulerà le risposte entro il 15 novembre. La rinnovata attenzione che l’Unione europea rivolge con il Libro Verde all’assetto dei sistemi pensionistici appare particolarmente tempestiva e coerente con lo sforzo verso una maggiore integrazione delle politiche economiche. Le pensioni si collocano, infatti, al punto d’incrocio tra le due linee di tensione che premono sul sistema economico e, più in generale, sull’assetto sociale.
Il Libro Verde sviluppa molte questioni di dimensione europea, come le quattro libertà, in particolare quelle di circolazione dei lavoratori e dei capitali. Si tratta spesso di questioni all’apparenza tecniche, che rinviano tuttavia all’effettiva realizzazione di un mercato del lavoro europeo davvero unico. Il suo cuore politico risiede nella prima parte, che si riferisce all’assetto complessivo dei conti previdenziali, alla sostenibilità del sistema, all’adeguatezza delle prestazioni, al rapporto tra fase attiva e fase quiescente della vita dei lavoratori.
Le differenti sezioni del Libro Verde relative alla sostenibilità delle finanze pubbliche e all’innalzamento dell’età effettiva di pensionamento mostrano che ciò che esso evoca come aspirazione in Italia è già divenuto legge ed in un clima di pace sociale, che si è giovato dell’atteggiamento responsabile di quasi tutte le parti e di un’opinione pubblica consapevole e matura; ciò ha permesso di evitare quell’esodo da terrore, che sovente è il prodotto di politiche di annuncio. Si tratta di un clima che stride, peraltro, con quello, definito nella scorsa legislatura, solo tre anni or sono, di un inopinato abbassamento dell’età di pensionamento. Ritiene dunque assai soddisfacente il riferimento esplicito nel quesito n. 3 a «meccanismi di adeguamento automatico all’evoluzione demografica per equilibrare la durata della vita attiva e quella della pensione», che corrisponde esattamente a quanto fatto dal Governo la scorsa estate, a partire dal 2015, per i lavoratori sia privati, sia pubblici, con una riforma che ha il pregio di poter operare automaticamente grazie a misure che non richiederanno a ogni passaggio un nuovo intervento legislativo e che garantiranno la necessaria flessibilità e tempestività. A questo primo intervento strutturale va aggiunto l’adeguamento dei coefficienti adottato all’inizio del 2010 dopo lunga attesa e l’adozione delle finestre “a scorrimento” introdotte con la manovra estiva; un intervento che, oltre a eliminare difformità di trattamento dovute a fattori puramente casuali, ha permesso di elevare ulteriormente l’età di pensionamento rispettivamente di 12 mesi per i lavoratori dipendenti e di 18 per gli autonomi rispetto alla tabella di marcia prevista dalla riforma del 2009.
Sottolinea conclusivamente che l’effetto delle riforme del Governo permetterà di giungere per gli uomini a 69 anni e 4 mesi per i dipendenti e a 69 anni e 10 mesi per gli autonomi nel 2050, nell’ipotesi delle attuali previsioni demografiche. Sia la revisione del regime delle decorrenze per il pensionamento ordinario di vecchiaia e anticipato, sia l’attuazione dell’adeguamento dei requisiti anagrafici all’aumento della speranza di vita comportano effetti strutturali. Il combinato dei due interventi comporta complessivamente una riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica in rapporto al PIL di circa 0,2 punti percentuali nel 2015, crescente fino a 0,5 punti percentuali nel 2030, per poi scendere attorno allo 0,4 nel 2040 e poi allo 0,1 nel 2045, agendo quindi sul tempo intermedio della cosiddetta “gobba”. Si sofferma infine sul cambiamento di approccio al ritiro dal lavoro, che è l’ultimo tema che traspare nel Libro Verde con riferimento all’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche, alla Strategia Europa 2020 e all’allungamento della vita attiva, sottolineando che la stabilità dei conti non comporta anche l’adeguatezza delle future prestazioni a garantire un tenore di vita consono, se non conforme allo stipendio che si è percepito nella fase finale della vita attiva. Se il problema è innanzitutto culturale, la vera riforma delle pensioni sarà la riforma del mercato del lavoro, dalla cui qualità, unitamente alle retribuzioni che un’impostazione più moderna saprà garantire, dipenderà quella delle pensioni.

Il presidente GIULIANO ringrazia nuovamente il Ministro per il suo intervento. Fornisce quindi al senatore ROILO (PD) chiarimenti in ordine alla tempistica della seduta odierna.

La senatrice GHEDINI (PD) ritiene sarebbe stato desiderabile che sui delicati temi posti dal Libro Verde si svolgesse un dibattito aperto e si rammarica che il Ministro abbia sostanzialmente chiuso il confronto prima ancora di aprirlo, tanto più che la situazione del sistema pensionistico evidenziata nel documento trova a suo giudizio in Italia riscontri non positivi. Il Libro Verde pone in stretta correlazione le scelte previdenziali con le politiche economiche, del lavoro e di welfare di ciascuno dei Paesi, alla luce di due vincoli precisi, adeguatezza e sostenibilità, alla quale, in particolare, occorre essenzialmente riportarsi in materia previdenziale. Nel richiamarsi alle considerazioni già svolte nel corso della seduta antimeridiana in sede di esame del Progetto di Programma nazionale di riforma, ribadisce la centralità della tematica della adeguatezza delle pensioni, in particolare per i giovani e le donne, atteso il tardivo ingresso nel mercato del lavoro e l’estrema precarizzazione dei rapporti. Diversamente da quanto testé affermato dal Ministro, il Progetto di Programma dà grande enfasi agli strumenti di precarizzazione del lavoro, con un ampio utilizzo dei contratti flessibili. Analoghe considerazioni ella svolge con riferimento alla consistenza delle retribuzioni, laddove l’Italia si attesta su uno dei livelli peggiori tra i Paesi europei. L’unico intervento considerato positivo è rappresentato dal collegamento con la crescita della produttività, dando risalto esclusivamente allo strumento della partecipazione agli utili aziendali da parte dei lavoratori ed alla contrattazione decentrata: strumenti validi, ma non da soli. Rileva quindi che, diversamente da quanto affermato, la riforma delle pensioni data da tempi assai antecedenti l’adozione del più volte citato decreto-legge n. 78, giacché prende le mosse dalla cosiddetta “riforma Dini”, da cui purtroppo non ha ereditato quella flessibilità di accesso alla quiescenza che effettivamente garantisce la libertà degli individui nella progettazione della propria vita personale e professionale.
Quanto alla necessità di garantire pari opportunità di genere, in questo settore a suo avviso le riforme promosse dal Governo in carica hanno determinato un grave pregiudizio ai danni delle donne, perseguendo una parificazione solo formale che è andata a detrimento delle complessive condizioni di sostenibilità della loro vita. Nell’ultimo biennio si sono così praticamente azzerate le conquiste degli anni precedenti, come testimonia la circostanza che il Piano nazionale per la conciliazione varato dal Governo Berlusconi stanzi appena 40 milioni di euro, vale a dire un terzo di quanto stanziato dal Governo Prodi solo per il piano degli asili nido, cui si aggiungevano misure di defiscalizzazione delle spese di cura e di sostegno all’imprenditoria femminile. Si è inoltre di fronte alla completa cancellazione del Fondo per la non autosufficienza. Analogamente risultano del tutto assenti le politiche finalizzate a garantire l’accesso all’occupazione dei giovani. Anche le scelte fatte per completare la stabilizzazione del sistema previdenziale, con l’allungamento delle cosiddette “finestre”, in assenza di una coerente rimodulazione dei coefficienti, costituiscono un vero e proprio furto di risorse ai danni di quei lavoratori che già avevano conseguito il diritto a pensione. Invita conclusivamente il Governo a riconsiderare assai attentamente le proprie politiche.

A giudizio della senatrice CARLINO (IdV) , pur se l’analisi della situazione della previdenza pensionistica, così come fotografata all’interno del documento della Commissione Europea, contiene dati oggettivi innegabili, le conseguenze da trarne devono andare in una direzione molto diversa da quella proposta, soprattutto alla luce della società e dell’economia italiane.
Innegabili sono l’invecchiamento della popolazione, l’innalzamento delle aspettative di vita e lo stato di profonda crisi in cui versa l’Italia come gli altri paesi europei, ma pensare che la cura possa essere un prolungamento per legge dell’età pensionabile è del tutto fuorviante. Il comportamento dei datori di lavoro purtroppo sta andando esattamente nella direzione opposta: si favorisce infatti il prepensionamento del lavoratore anziano, perché meno disponibile ai cambiamenti e meno adattabile alle variazioni (e sicuramente perché meno “precarizzabile”). Appare pertanto assurdo pensare di sanzionare il lavoratore che va in pensione prima dei tempi prestabiliti e di premiare quello che rimane a lavoro più a lungo, quando in realtà la cosa dipende prevalentemente dalle strategie di impresa. Analoghe critiche ella rivolge nei confronti delle misure proposte con riferimento ai lavoratori atipici.
Si sofferma quindi sull’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, già normalmente sottoccupate e sottopagate rispetto agli uomini e spesso costrette a rinunciare al lavoro o ad anticipare il pensionamento per sopperire alla totale assenza di misure di sostegno alla famiglia. Stigmatizza perciò l’azzeramento per il 2011 del Fondo nazionale per la non autosufficienza e le forti decurtazioni riguardanti il Fondo nazionale politiche sociali e il Fondo per le politiche familiari.
Infine, si sofferma sulle forme di previdenza complementare, sottolineando che i fondi pensione non potranno mai sostituire la previdenza pubblica, di cui al più potrebbero costituire una integrazione.

A giudizio del senatore PASSONI (PD) le politiche poste in essere dal Governo non hanno affrontato nodi cruciali, quali la crescita e la lotta alla precarietà del mercato del lavoro, perseguendo un approccio meramente matematico. Il tema del riordino complessivo del sistema previdenziale venne affrontato nel 1992, senza tuttavia immaginare che la questione della precarietà del lavoro avrebbe assunto successivamente connotati tanto drammatici. Oggi sarebbe dunque opportuno decidere quali politiche debbano essere messe in campo, secondo una visione prospettica della crescita immaginata e delle evoluzioni positive da garantire al tema della precarietà. Si tratta di due filoni che il Governo Berlusconi ha ignorato, quando non ha posto in essere misure di carattere peggiorativo. In particolare, il ministro Sacconi si è reso responsabile di una operazione senza precedenti, consentendo al Ministro dell’Economia di sottrarre risorse al sistema previdenziale, all’unico scopo di “fare cassa”. Occorre invece riportare l’Italia ad un tasso di crescita idoneo a riequilibrare il sistema, supportando ogni misura con interventi fiscali emergenziali, in modo da stimolare la crescita e condurre l’assetto produttivo all’altezza della competizione internazionale, sostituendo la flessibilità alla precarietà.

Il senatore CASTRO (PdL) ringrazia il Ministro per l’esposizione dei contenuti del Libro Verde e plaude alla circostanza che, rispetto a quei contenuti, il Governo si sia reso protagonista di una operazione di anticipazione, che fa sì che l’Italia oggi rappresenti il benchmark di riferimento nell’ambito della materia previdenziale e pensionistica a livello europeo. Nel ribadire l’esigenza di valorizzare la contrattazione, sottolinea la necessità di imboccare la direzione del superamento del sinallagma tradizionale, valorizzando la contrattazione di secondo livello. In particolare si sofferma sulle tematiche della previdenza complementare, chiedendo al Ministro quali strumenti ritenga più opportunamente utilizzabili per valorizzarla, se reputi opportuno dare risalto alla cosiddetta “solidarietà orizzontale”, nonché quale sia il suo giudizio in ordine alla giustapposizione tra fondi “chiusi” e “aperti”. Ritiene che la contrattazione aziendale possa dar luogo ad incrementi retributivi attraverso un recupero della produttività, ciò che rafforza lo spostamento del baricentro proprio in direzione di tale ultimo strumento, invitando l’opposizione a non indulgere in atteggiamenti contraddittori e nostalgici. Osserva altresì che, a fronte della “grande crisi” e della grave caduta del PIL, le misure adottate dal Governo in carica hanno consentito di mantenere il tasso di disoccupazione a livelli straordinariamente più bassi di quanto accaduto in passato e infinitamente migliori di quelli che l’Italia ha conosciuto a fronte di crisi di assai minore gravità. Di fatto, la strumentazione offerta dalla cosiddetta legge Biagi ha garantito una forte stabilizzazione, al contrario di quanto realizzato dall’Esecutivo nella scorsa legislatura. Invita infine l’opposizione ad astenersi dall’evocare nostalgicamente i contenuti della legge Dini, che ebbe conseguenze assai inique, ed invita conclusivamente a perseguire con tenacia la linea d’azione tracciata nel Libro Verde.

Il senatore NEROZZI (PD) rileva che il Libro Verde affronta la questione della compatibilità del sistema pensionistico in modo del tutto avulso dalle necessarie correlazioni con le tematiche degli ammortizzatori sociali e del livello dei salari. L’Italia deve molto alla riforma pensionistica operata con la legge Dini; ora però occorre affrontare innanzitutto il nodo dei giovani. In questo quadro la strada più idonea non può essere rappresentata dalla bilateralità, né è possibile slegare l’idea di flessibilità dalla consapevolezza che la gravosità del lavoro non è uguale in tutti i settori, né lo è la capacità lavorativa. La questione delle pensioni investe anche la qualità del lavoro e la valorizzazione del sistema produttivo. Stigmatizza infine l’affermazione del Ministro che la riforma pensionistica sia stata varata in assenza di conflitti, atteso che una società che elimini il conflitto ha in sé i germi dell’antagonismo nei confronti di ogni patto sociale ed il forte rischio di diventare ingovernabile. Non sempre la politica dei tagli costituisce la strada migliore: il conflitto regolato è il sale della democrazia.

Replicando agli intervenuti, il ministro SACCONI sottolinea l’esistenza di diversità di fondo in ordine alla valutazione della crisi ed al suo carattere strutturale, evidenziando che oramai occorrerà convivere con una diffidenza dei mercati finanziari nei confronti del debito pubblico, ai cui titoli non si riconosce più, come un tempo, la solvibilità dell’emittente. In Italia la sostenibilità dei sistemi previdenziali si realizza con riferimento alla variabile demografica, a prezzo di alti livelli contributivi. Reputa pertanto che le riforme votate, che egli non si è limitato a subire, fossero necessarie, e ribadisce che esse non sono state animate dall’unico scopo di “fare cassa”. Il Governo non ha agito unicamente sulla leva della previdenza, ma ha operato anche sull’altra grande voce rappresentata dalla spesa sanitaria, ciò che ha condotto al commissariamento di Regioni nelle quali ad elevati livelli di spesa corrispondeva un minor livello di prestazioni. Peraltro, la dimensione delle risorse destinate alle politiche sociali va al di là degli stanziamenti singoli: in questo senso le dimensioni del welfare sono assai più ampie e complessive di quanto disposto nei relativi Fondi ad hoc. Si sofferma altresì sulla grande attenzione del Governo nei confronti della condizione dei giovani, per i quali occorre deliberare percorsi occupazionali trasparenti, eliminando disoccupazione ed occupazione sommersa. Dopo aver ribadito che la promozione della riforma previdenziale richiede valutazioni attente, si sofferma infine sulle prospettive dei fondi aperti, che reputa interessanti, sottolineando l’esigenza di monitorare il sistema previdenziale soprattutto in relazione all’andamento medio dell’incremento del PIL.

Il presidente GIULIANO ringrazia nuovamente il Ministro per la sua ampia disponibilità ed i senatori intervenuti nel corso del dibattito, dichiarando conclusa l’audizione.

IN SEDE CONSULTIVA SU ATTI DEL GOVERNO

Schema di regolamento ministeriale recante istituzione del Fondo di solidarietà per il sostegno del reddito, dell’occupazione e della riconversione e riqualificazione professionale del personale dipendente delle imprese assicuratrici (n. 283)
(Parere al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, ai sensi dell’articolo 2, comma 28, della legge 23 dicembre 1996, n. 662. Seguito e conclusione dell’esame. Parere favorevole con osservazioni)

Riprende l’esame, sospeso nella seduta di ieri.

Il senatore ZANOLETTI (PdL) illustra uno schema di parere favorevole con osservazioni (vedi allegato).

La senatrice GHEDINI (PD) dichiara il voto favorevole del suo Gruppo.

La senatrice MARAVENTANO (LNP) esprime parimenti voto favorevole, precisando che tale è anche la posizione del Gruppo PdL.

Presente il prescritto numero di senatori, il presidente GIULIANO mette quindi ai voti la proposta testé illustrata, che è approvata.

La seduta termina alle ore 16,15.

PARERE APPROVATO DALLA COMMISSIONE
SULL’ATTO DEL GOVERNO N. 283

L’11a Commissione permanente del Senato, esaminato lo schema di regolamento ministeriale in titolo,
considerato che esso si colloca nell’ambito delle disciplina quadro concernente la possibile determinazione di un sistema di ammortizzatori sociali per gli enti e le aziende erogatori di servizi di pubblica utilità;
rilevato che il Fondo di solidarietà provvede in via ordinaria a contribuire al finanziamento di programmi formativi di riconversione o di riqualificazione professionale e al finanziamento di trattamenti specifici a favore dei lavoratori interessati da riduzione dell’orario di lavoro o da sospensione temporanea dell’attività lavorativa;
valutato positivamente che lo schema è stato inoltre concordato in sede di contrattazione sindacale;
esprime parere favorevole, con le seguenti osservazioni:
all’articolo 5, al comma 6, viene richiamato il comma 1 del medesimo articolo, mentre il riferimento esatto sembra essere il comma 2;
sempre all’articolo 5, è errata la numerazione dell’ultimo comma, che dovrebbe essere “7” invece di “4”;
all’articolo 6, al comma 3, andrebbe chiarito se la contribuzione straordinaria ivi prevista debba essere modulata, ai fini della copertura finanziaria della prestazione, anche in relazione all’eventuale carattere immediato dell’onere della prestazione stessa, nel caso in cui il lavoratore eserciti, ai sensi dell’articolo 5, comma 4, l’opzione di liquidazione in un’unica soluzione.

 

184ª Seduta

Presidenza del Presidente
GIULIANO

La seduta inizia alle ore 15,45

SUI LAVORI DELLA COMMISSIONE

Il presidente GIULIANO informa che nella serata di venerdì è stato assegnato a tutte le Commissioni, in sede consultiva, il Doc. CCXXXVI, n.1, Programma nazionale di riforma, e che su di esso è possibile formulare osservazioni alla Commissione bilancio entro la giornata di domani. A tale scopo propone di convocare una ulteriore seduta per le ore 8,45 di domani.

La Commissione conviene.

IN SEDE CONSULTIVA SU ATTI DEL GOVERNO

Schema di regolamento ministeriale recante modifiche al regolamento di istituzione del “Fondo di solidarietà per agevolare l’esodo dei lavoratori provenienti da imprese esercenti l’assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, poste in liquidazione coatta amministrativa” (n. 280)
(Parere al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, ai sensi dell’articolo 4, comma 2, della legge 11 maggio 1999, n. 140. Seguito e conclusione dell’esame. Parere favorevole)

Riprende l’esame, sospeso nella seduta del 3 novembre scorso.

Il PRESIDENTE avverte che il termine per l’espressione del parere al Ministro del lavoro scade domani, 10 novembre.

Il relatore MORRA (PdL) illustra uno schema di parere favorevole (vedi allegato).

A nome dei rispettivi Gruppi, le senatrici GHEDINI (PD) e CARLINO (IdV) ed il senatore CASTRO (PdL) annunciano voto favorevole.

Presente il numero prescritto dei senatori, la Commissione approva lo schema proposto dal relatore.

Schema di regolamento ministeriale recante istituzione del Fondo di solidarietà per il sostegno del reddito, dell’occupazione e della riconversione e riqualificazione professionale del personale dipendente delle imprese assicuratrici (n. 283)
(Parere al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, ai sensi dell’articolo 2, comma 28, della legge 23 dicembre 1996, n. 662. Seguito dell’esame e rinvio)

Riprende l’esame, sospeso nella seduta del 3 novembre scorso.

Il PRESIDENTE ricorda che il termine per l’espressione del parere al Ministro del lavoro scade lunedì 15 novembre.

La senatrice GHEDINI (PD) chiede di proseguire il dibattito sullo schema nella seduta pomeridiana di domani.

Il seguito dell’esame è quindi rinviato.

Schema di decreto legislativo recante: “Attuazione della direttiva 2005/47/CE concernente l’accordo tra la Comunità delle ferrovie europee (CER) e la Federazione europea dei lavoratori dei trasporti (ETF) su taluni aspetti delle condizioni di lavoro dei lavoratori mobili che effettuano servizi di interoperabilità transfrontaliera nel settore ferroviario” (n. 277)
(Parere al Ministro per i rapporti con il Parlamento, ai sensi dell’articolo 1, comma 3, della legge 4 giugno 2010, n. 96. Seguito dell’esame e rinvio)

Riprende l’esame, sospeso nella seduta del 27 ottobre scorso.

Il PRESIDENTE avverte che il termine per l’espressione del parere al Ministro per i rapporti con il Parlamento scade mercoledì 17 novembre.
Avverte altresì che, nel corso della riunione dell’Ufficio di Presidenza della Commissione, allargato ai rappresentati di Gruppi, testé svoltosi, hanno avuto luogo audizioni dei rappresentanti dei sindacati confederali, come richiesto nella predetta seduta della Commissione.

Il senatore ROILO (PD) suggerisce il rinvio del dibattito sullo schema, allo scopo di approfondire la portata delle considerazioni emerse nel corso della predetta audizione.

Il seguito dell’esame è quindi rinviato.

IN SEDE REFERENTE

(2114) Deputato STUCCHI ed altri. – Modifica all’articolo 1 della legge 3 dicembre 1962, n. 1712, concernente la composizione dei comitati consultivi provinciali presso l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, approvato dalla Camera dei deputati
(Esame e rinvio)

Il presidente relatore GIULIANO (PdL) evidenzia che il disegno di legge modifica la composizione dei Comitati consultivi provinciali costituiti presso l’INAIL. La novella consiste nell’integrazione dell’organo con un rappresentante dell’associazione maggiormente rappresentativa a livello nazionale dei mutilati e invalidi del lavoro, designato dall’organismo provinciale della stessa. Illustra quindi l’attuale composizione dei comitati e le attività da essi svolte.

Il senatore CASTRO (PdL) annuncia che il suo Gruppo dà del provvedimento valutazione estremamente positiva, nell’opinione che la novella consenta di rendere più efficaci i meccanismi di prevenzione. Prospetta pertanto l’opportunità di richiedere alla presidenza del Senato la riassegnazione del provvedimento in sede deliberante.

Concorda con tale prospettazione la senatrice MARAVENTANO (LNP).

Il senatore NEROZZI (PD) segnala l’esigenza di chiarire che l’ampliamento della composizione dei comitati non dà luogo a potenziali conflitti di interesse e di ribadire che le competenze dei comitati medesimi restano immutate.

A nome del proprio gruppo, il senatore ROILO (PD) si dice fin d’ora favorevole alla richiesta di riassegnazione del provvedimento in sede deliberante, riservandosi considerazioni di merito nel corso della discussione generale.

Il senatore CASTRO (PdL) sottolinea l’insussistenza di intenti espansivi della competenza dei comitati da parte della maggioranza.

Il presidente relatore GIULIANO (PdL) fa presente che il provvedimento ha una portata, anche letterale, assolutamente specifica e limitata.

Il senatore NEROZZI (PD) ribadisce comunque l’opportunità di svolgere sul punto ogni approfondimento idoneo a fugare possibili incertezze e dubbi.

Il seguito dell’esame è quindi rinviato.

La seduta termina alle ore 16,15.

PARERE APPROVATO DALLA COMMISSIONE
SULL’ATTO DEL GOVERNO N. 280

L’11a Commissione permanente del Senato, esaminato lo schema di regolamento ministeriale in titolo,
premesso che lo esso apporta modifiche al regolamento che istituisce il Fondo per agevolare l’esodo dei lavoratori delle imprese di assicurazione poste in liquidazione coatta amministrativa, di cui al decreto ministeriale n. 351/2000;
valutato che tale Fondo, dotato di autonomia gestionale sotto il profilo finanziario e patrimoniale, eroga ai lavoratori benefici di natura economica, finanziati mediante il versamento di un contributo obbligatorio a carico, per il 75 per cento, delle imprese assicuratrici, e, per il restante 25 per cento, dei lavoratori;
considerato che la Ragioneria Generale dello Stato, con nota del 6 luglio 2009, non ha sollevato rilievi, attesa l’assenza di nuovi oneri a carico del bilancio dello Stato,
rilevato che lo schema dispone unicamente la proroga dal 31 dicembre 2010 al 31 dicembre 2011 della operatività del Fondo, nonché i termini per la maturazione dei requisiti per l’accesso ad alcune prestazioni,
esprime, per quanto di competenza, parere favorevole.

15ª Seduta

Presidenza del Presidente
GIULIANO

La Sottocommissione ha adottato la seguente deliberazione per il provvedimento deferito:

alla 6a Commissione:

(2212) Deputato LETTA ed altri. – Incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia, approvato dalla Camera dei deputati : parere favorevole.

 

 

 

redazione

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