Cala, a febbraio, il Misery Index Confcommercio, indice che misura mensilmente il disagio sociale causato dalla disoccupazione estesa (disoccupati, cassaintegrati e scoraggiati) e dalla variazione percentuale dei prezzi dei beni ad alta frequenza d’acquisto. L’indicatore del disagio sociale è tornato a scendere raggiungendo un valore stimato di 20,3 da un valore di 20,8 stimato per il mese di gennaio.
“Tale riduzione – ha spiegato Confcommercio – è da imputare sia alla diminuzione della disoccupazione estesa, sia dell’inflazione per i beni e servizi ad alta frequenza d’acquisto, passata dal 2,7% al 2,4%. Per contro, stimiamo in moderata crescita l’area dello scoraggiamento (oltre 700mila persone). Nel medio periodo il Mic è passato da poco meno di 12 punti agli inizi del 2007 ad oltre 20 punti del 2012, disegnando un percorso di rapida crescita del disagio sociale”.
Considerando il Misery Index tradizionale, dato dalla semplice somma (non ponderata) dei tassi ufficiali di inflazione e disoccupazione, nel periodo gennaio-dicembre 2012 “l’Italia si è collocata ai primi posti nelle classifiche internazionali dopo Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna, subito prima della Francia”.
Quanto ai dati Istat su occupati e disoccupati a febbraio, secondo Confcommercio, “anche alla luce degli altri indicatori congiunturali (ordinativi, clima di fiducia, andamento dei consumi) le dinamiche occupazionali di febbraio non possono essere lette come l’inizio di una stabile inversione di tendenza”.
In ottica strutturale, “i dati evidenziano un livello storicamente elevato delle forze lavoro (25,7 milioni). Da quando è iniziata la nuova recessione (terzo trimestre del 2011) il numero di inattivi, cioè di coloro che non partecipano al mercato del lavoro, è calato di oltre 900mila unità, migrati nell’ambito dei disoccupati assieme a coloro che hanno perso lavoro”. Questa tensione sul versante dell’offerta di lavoro , sostiene lo studio, “andrebbe assecondata attraverso strumenti efficaci per l’occupazione, come per esempio una maggiore flessibilità in entrata ed una riduzione del costo del lavoro. Anche un minore peso fiscale sulle imprese potrebbe accrescere la domanda di lavoro, riequilibrando almeno in parte gli squilibri occupazionali”. (LF)
























