I costi dell’energia sono in aumento in tutto il mondo e nel nostro Paese il Governo ha messo in cantiere varie soluzioni per cercare di contenerne e mitigarne gli effetti negativi. Per fare il punto sulla situazione, il Diario del lavoro ha intervistato il Segretario generale aggiunto e del comparto Energia della Femca Cisl, Sebastiano Tripoli. Secondo il sindacalista, le misure del Governo sono apprezzabili, ma per affrontare le sfide del futuro sulla transizione energetica è necessario intervenire in modo strutturale.
Tripoli, l’Italia, insieme a Spagna, Germania, Austria e Portogallo, ha chiesto una nuova tassa europea sugli extraprofitti energetici, la considerate un’operazione valida per contenere i costi energetici?
È una operazione che può contribuire ad alleggerire questo tempo di “policrisi”, con shock interconnessi che colpiscono direttamente il cuore della produzione industriale italiana. Non siamo interessati al dibattito su chi è favorevole e chi è contrario. Senz’altro, qualora si dovesse andare in tale direzione, riteniamo importante che le risorse ottenute in questa operazione siano effettivamente destinate a progetti strategici di contenimento dei costi energetici, per le famiglie e le imprese.
L’Unem, l’associazione delle aziende della lavorazione, logistica e distribuzione dei prodotti petroliferi, si è detta sorpresa e sconcertata da questa richiesta, che considera elemento di instabilità. Potrebbe mettere in crisi il settore?
Sicuramente in questo momento, con il più grave shock energetico degli ultimi 40 anni, c’è un maggiore profitto da parte delle compagnie petrolifere, ma è chiaro che dal punto di vista delle imprese, un’aumentata tassazione appare come una soluzione che limita la loro profittabilità. Tuttavia questi profitti sono generati più che altro nell’area delle estrazioni di gas e petrolio, operazioni che principalmente avvengono fuori dall’Italia. Il 90% dell’industria petrolifera italiana è raffinazione e distribuzione, non estrazione. Una tassazione del genere, nel contesto nazionale, potrebbe finire col colpire proprio le imprese che vorrebbero investire in transizione. Il rischio è quello di scoraggiare gli investimenti.
Come valutate la proroga del Governo sul taglio alle accise sui carburanti?
La valutazione è positiva. Ha effetti virtuosi per il cliente finale, però è chiaro che esiste l’altra faccia della medaglia: il Governo, pur rinunciando a 500 milioni di euro di introiti, che in ogni caso dovrà recuperare da altre fonti di finanziamento, non risolve il problema dell’impennata dei prezzi alla pompa. Infatti, al di là dell’intervento positivo sulle accise, la percezione del risparmio che si genera non è così importante per le famiglie. A conti fatti, nelle prime due settimane del provvedimento, il risparmio medio per i consumatori è stato di 10 euro, qualcosa di più per gli autotrasportatori. Il punto sembra un altro: quando il costo del greggio sale, il prezzo alla pompa si allinea rapidamente. Quando scende, l’adeguamento è molto più lento. Bisognerebbe vigilare con attenzione su tale dinamica.
Le misure che il Governo ha messo in campo per contenere i costi dell’energia sono sufficienti?
Sicuramente, in un momento critico come quello che stiamo vivendo, qualsiasi intervento del Governo per mitigare gli effetti drammatici del costo dell’energia lo accogliamo favorevolmente. È chiaro che, al di là della contingenza legata alla crisi geopolitica, bisognerà intervenire in modo più strutturale per contenerne gli oneri, con delle vere e proprie politiche industriali, nazionali ed europee, serie e lungimiranti.
A proposito di interventi strutturali, di recente è stato pubblicato un rapporto di Legambiente, dove spiega che negli ultimi 15 anni l’Italia è arrivata ad almeno 436 miliardi di euro come spesa complessiva per i sussidi ambientalmente dannosi, i cosiddetti Sad. Al primo posto, il settore energetico, che nel 2024 registra 14,2 miliardi di euro (+3,9 miliardi rispetto all’anno precedente). Secondo l’associazione ambientalista 23,1 miliardi di euro di SAD potrebbero essere eliminati e 25,2 miliardi rimodulati entro il 2030 con un’azione decisa del Governo, liberando risorse da investire nella transizione energetica. Come valutate questa proposta?
Noi siamo favorevoli, purché vi sia la possibilità di incanalare risorse laddove poi si generano effetti realmente virtuosi. È chiaro che quando si parla di somme così ingenti – 436 miliardi di euro spesi in Sad negli ultimi 15 anni – non possiamo non riflettere sul fatto che una parte notevole di tale cifra non sia stata orientata nella giusta direzione, sia nella transizione energetica che in quella ambientale. Come sindacato credo che dovremmo aggiungere a questa proposta di Legambiente, altri elementi di riorientamento delle risorse, a favore del lavoro e delle riconversioni industriali. Ricordiamoci che dentro ai processi di transizione vanno trovate anche soluzioni per l’implementazione e lo sviluppo di nuove competenze e professionalità, che servono ad affrontare tali passaggi. È un’operazione che abbraccia bisogni diversi. Si parla di rimodulare il Green Deal europeo con un maggiore e migliore bilanciamento tra obiettivi climatici e competitività industriale. Tempi e modi, tappe e strategie, che dovranno contemplare anche le problematiche sociali, per garantire che la transizione energetica sia “socialmente giusta” e crei nuova occupazione di qualità. Possiamo forse arrivare alla decarbonizzazione entro il 2050, ma dobbiamo farlo rispettando la salvaguardia occupazionale e investendo in formazione. Il primato dovrà sempre restare al fattore umano.
Emanuele Ghiani




























