I sindacati confermano le proprie distanze sul decreto lavoro durante le audizioni alla Camera. Cisl e Uil esprimono una valutazione complessivamente positiva sull’impianto del provvedimento, soprattutto sul rafforzamento della contrattazione collettiva e sul contrasto ai contratti pirata, pur chiedendo modifiche su alcuni punti. Di segno opposto, invec,e la posizione della Cgil, che critica duramente il metodo scelto dall’esecutivo e l’assenza di misure dirette a sostegno dei salari.
Per la Uil, il decreto rappresenta “un primo passo nella giusta direzione”. La segretaria confederale Vera Buonomo ha apprezzato il rafforzamento del ruolo dei contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, i cui trattamenti economici diventano il riferimento anche per gli altri contratti. Positivo anche il richiamo al principio del “salario giusto” e alla condizionalità nell’accesso agli incentivi per le imprese. La Uil giudica favorevolmente anche l’obbligo per i datori di lavoro di indicare il contratto applicato attraverso il codice alfanumerico unico previsto dalla legge 120 del 2020, insieme alla retribuzione, alla qualifica e al livello contrattuale del lavoratore.
Il sindacato sottolinea però una “criticità centrale”: l’assenza di una legge sulla rappresentanza sindacale e datoriale. Secondo Buonomo, infatti, senza un sistema di misurazione e certificazione della rappresentatività, il criterio dei contratti comparativamente più rappresentativi rischia di essere applicato in modo disomogeneo, lasciando spazio a fenomeni di dumping contrattuale. Da qui la richiesta al governo di recepire gli accordi interconfederali già sottoscritti con le associazioni datoriali.
La Uil contesta inoltre il comma 5 dell’articolo 7 del decreto, che potrebbe consentire l’accesso agli incentivi anche alle imprese che applicano contratti non rappresentativi, purché garantiscano ai lavoratori interessati un trattamento economico non inferiore a quello previsto dai contratti principali. Una formulazione che, secondo il sindacato, rischia di svuotare la norma e indebolire il ruolo della contrattazione collettiva.
Anche la Cisl esprime un “giudizio complessivamente positivo” sul provvedimento. Il segretario confederale Mattia Pirulli ha apprezzato in particolare la scelta di individuare nella contrattazione collettiva lo strumento costituzionalmente riconosciuto per determinare il salario giusto, in alternativa all’introduzione di un salario minimo legale. Per la Cisl, il riferimento alle organizzazioni comparativamente più rappresentative rafforza il ruolo delle parti sociali e garantisce maggiore stabilità al sistema.
Positiva anche la rimodulazione degli incentivi all’occupazione, con il bonus donne e il bonus giovani concentrati maggiormente sui soggetti svantaggiati, così come il bonus Zes destinato agli over 35 disoccupati di lunga durata nel Mezzogiorno. Tuttavia, la Cisl ritiene necessario rafforzare il sostegno all’apprendistato e prevedere incentivi strutturali per le aziende che investono nella conciliazione vita-lavoro attraverso accordi sindacali.
Anche il sindacato di via Po segnala però alcune criticità sull’articolo 7. Secondo Pirulli, i contratti collettivi sottoscritti da soggetti non rappresentativi sembrano obbligati a rispettare soltanto il trattamento economico complessivo e non anche la parte normativa del contratto. Un elemento che, avverte la Cisl, rischia di entrare in contraddizione con il codice degli appalti e di favorire nuove forme di dumping.
Durissimo invece il giudizio della Cgil. La segretaria confederale Maria Grazia Gabrielli ha accusato il governo di aver approvato l’ennesimo decreto sul lavoro “senza alcun confronto formale e strutturato con le parti sociali”, nonostante le indicazioni europee sulla consultazione preventiva. Per la Cgil, il provvedimento destina quasi un miliardo di euro alle imprese sotto forma di incentivi “senza un euro nelle tasche dei lavoratori”. Il sindacato continua quindi a chiedere, in vista della prossima legge di bilancio, un meccanismo automatico di rivalutazione delle detrazioni fiscali e del sistema Irpef per difendere il potere d’acquisto di salari e pensioni.
Gabrielli critica inoltre la scelta del governo di non introdurre un salario minimo orario e di non affrontare il nodo della certificazione della rappresentanza sindacale e datoriale. Secondo la Cgil, il decreto non elimina i contratti pirata e rischia anzi di legittimare soggetti privi di reale rappresentatività, limitandosi a imporre il rispetto del trattamento economico complessivo senza garantire le tutele normative previste dai contratti nazionali.


























