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Home - Approfondimenti - Analisi - Dopo il Recovery Plan l’Italia non ha piu’ alibi

Dopo il Recovery Plan l’Italia non ha piu’ alibi

di Walter Cerfeda
21 Luglio 2020
in Analisi

Ora che la partita è finita, tocca a noi. Le decisioni del Consiglio europeo sono inequivocabili, sono positive, ma ci mettono anche con le spalle al muro. All’Italia arriva una valanga di soldi. Tra i 97 miliardi già stanziati e disponibili dal 1 giugno per l’emergenza del 2020, si aggiungono i 209 di ieri. Il totale di 306 miliardi è impressionante. E’ una somma che equivale a 17 punti di Pil, per un Paese come il nostro che, dal 2000 al 2019, è stata capace di realizzarne in totale, meno di quattro. Inoltre oltre agli 82 miliardi a fondo perduto, i restanti 224 sono sotto forma di prestiti a tasso zero da restituire a partire dal 2028 fino al 2058. Ciò vuol dire un risparmio incalcolabile sui tassi di interesse se quella cifra, l’avessimo invece chiesta al mercato e, di conseguenza, senza doversi esporre ai rischi dello spread.

Sono soldi figli di un debito fatto dall’Europa in comune per la prima volta, di cui siamo beneficiari addirittura per ben un 30% del montante complessivo. Un’ erogazione così generosa e senza precedenti, non solo per una dovuta solidarietà verso un Paese che è stato così colpito dal virus, ma anche perché siamo il Paese con la crescita sempre più bassa e il debito sempre più alto di tutta l’Europa, di cui siamo, per questo, l’anello più debole e più fragile. Per questo i tanti soldi stanziati sono proprio per cercare, senza più alibi, di metterci al passo degli altri senza rappresentare più, invece un pericolo. Soldi tutti solo ed esclusivamente per spese di investimento e non per spesa corrente, non per assistenzialismo e a pioggia e non per rattoppi di bilancio. E quello che si firmerà al termine della procedura (presentazione a metà ottobre del Piano di rilancio con il crono programma degli investimenti e delle riforme che ci si impegna a realizzare e poi la discussione e l’auspicabile approvazione da parte della Commissione) sarà un vero e proprio contratto di durata quinquennale, fino al 2025. Un contratto non fra persone (Conte e la Von Der Layen), ma fra istituzioni, ovvero tra il Governo italiano e la Commissione europea, il cui recesso, ovviamente sempre possibile, farebbe decadere immediatamente non solo gli impegni ma anche gli aiuti, francamente rendendo molto difficile capire, a quel punto, con quali altri soldi e per quale prospettiva.

Aiuti quindi in cambio di investimenti e di riforme e senza alcuna condizionalità essendo caduto anche quella del diritto di veto, trasformatosi nel testo finale invece in un semplice diritto ad una discussione in caso di comportamenti difformi, in seno al Consiglio, lasciando però inalterato il potere decisionale conclusivo della Commissione, come previsto dai Trattati. Ma proprio su questo scambio che per l’Italia si gioca la partita più difficile e più a rischio.

Perché finora e nel corso lungo degli anni, tutto abbiamo saputo fare meno che piani concreti di investimento e di riforme. Tutte le risorse europee, quelle dei fondi strutturali e quelle delle tante flessibilità ricevute, al di là delle inascoltate raccomandazioni europee, sono spesso diventate residui passivi o distribuite con progetti di matrice clientelare e a pioggia. Esattamente come tutte le poche risorse nazionali finite allo stesso modo, con l’aggravante di averle quasi sempre prese a debito, scassando i conti dello Stato. Per questo gli alibi sono davvero finiti, per un Paese abituato a chiacchierare di riforme e poi a non farle. Ricordo che di quelle richieste nel 2011 da Mario Draghi con la famosa lettera per salvarci dal precipizio, non ne abbiamo fatta nemmeno una e che lo stesso ultimo e giusto decreto di questi giorni sulla semplificazione prevede ben 123 decreti attuativi.

L’Europa quindi ci ha aperto l’ombrello sotto il quale ci siamo ben riparati: attenzione però ora a non farglielo, prima o poi richiudere.

Ma perché le istituzioni europee, la Germania e la Francia si sono tanto battute non solo per noi, ma realizzando decisioni inimmaginabili solo fino a pochi mesi fa? Per il disastro provocato dalla pandemia, certo, ma ancora di più per le conseguenze che essa ha provocato. In questi giorni il nostro tasso di europeismo è sembrato più condizionato da quanti soldi riuscivamo a spuntare che per le ragioni per cui si era deciso di farlo.

E le ragioni purtroppo sono semplici: la pandemia ha bloccato i quattro motori del mondo. Il crollo dei pil negli Stati Uniti, in Europa, in Giappone sono impressionanti ed anche quello cinese è di fatto precipitato.

Gli scambi internazionali sono paralizzati e la loro ripresa, se avverrà, lo sarà soltanto quando ciascuna di queste quattro grandi economie, sarà stata capace di ricostituire una base ed una struttura competitiva. Per questo la priorità assoluta oggi non è quella dell’esportazione in mercati che non ricevono e non bevono, quanto quello di rilanciare e rafforzare i mercati interni, come la precondizione per essere pronti per un eventuale dopo. Questo la Germania l’ha capito subito proprio perché la metà della sua ricchezza derivava proprio dall’export.

Per questo la svolta e anche per questo l’abbandono della politica del rigore e dell’austerità. Perché quella politica, impedendo e tenendo basse le spese, era l’unica via che aumentava la competitività delle esportazioni, delle quali quelle tedesche ne hanno ricevuto un vantaggio straordinario.

Ma ora la fase economica è cambiata, e quindi la ricchezza passa dal rilancio del mercato interno europeo e non dall’export, e l’emissione di un forte debito comune serve per evitare che la crisi si trasformi in depressione segnata dal crollo dei consumi e quindi degli investimenti e dell’occupazione. Di questo si tratta. Ma per farlo serviva la svolta dell’ emissione di un debito comune di tutti i 27 Paesi europei chiamati a garantirlo in solido, che proprio per questo rappresenta un forte salto verso una nuova integrazione.

Questa, e non i soldi, è stata la vera posta in gioco delle lunga trattativa di Bruxelles. Ed i frugali erano contro questo che si sono battuti, prendendo in ostaggio l’Italia e le sue storiche pecche. E’ sull’avvio di una nuova fase politica europea che olandesi e scandinavi non erano, non sono e non saranno d’accordo. Perché l’economia olandese è sempre stata un’economia mondo, un’economia di libero mercato di cui l’Europa ne era un corollario a condizione di non diventare mai qualcosa di più. E’ la filosofia inglese che è tornata a manifestarsi e Conte è stata le nuora cui strillare perché suocera, la Merkel, intendesse. Così, su tutto altro versante, gli scandinavi che presumono, a torto o a ragione, di godere i vantaggi di un’oasi perfetta, hanno sempre osteggiato che l’Europa, diventasse un unicum più vasto nel quale si poteva correre il rischio dell’annacquamento delle loro prerogative di Paesi con la pancia piena. Visegrad e austriaci sono stati invece sempre un’altra cosa. La loro visione di Europa è una visione mercantile perché al loro abbaio non può mai corrispondere il morso, perché sono economie che senza l’accesso ai fondi europei, andrebbero in un attimo a gambe per aria.

Per tutto questo però guai illudersi di essere già approdati alla sponda opposta. La navigazione continuerà ad essere tormentata con una prevedibile lunga guerriglia che non perderà occasione per manifestarsi, sapendo però che quanto avvenuto in questi giorni, ha confermato che tutte le istituzioni europee, Commissione, Parlamento, Bce e anche Consiglio per il lavoro improbo ma brillante fatto da Michel, la Germania, la Francia e l’intero blocco dei Paesi del sud Europa, hanno mostrato di avere la forza e la convinzione politica per andare avanti.

Due ultime notazioni a margine. La prima i fondi ed il Mes. Attenzione agli improvvisati sprovveduti contabili di casa nostra. Abbiamo ottenuto 38 miliardi in più, quindi possiamo rinunciare ai 37 del Mes, confondendo così le mele con le pere. I due fondi sono del tutto distinti per tempi e modalità. I 209 miliardi sono per la ricostruzione e non per l’emergenza e la loro erogazione riguarderà la seconda metà del 2021 e non il 2020. In più sono fondi per spese su capitoli di investimento che non riguardano quelli del Mes. Anzi, proprio per marcarne la distinzione, nel testo conclusivo dell’accordo, proprio sulla sanità vengono tagliati i fondi (insieme alla spesa rurale, la ricerca e quella estera). In più per accedere a questi fondi bisognerà presentare e rispettare un crono programma di impegni e di riforme, mentre quelli del Mes non lo sono e sono cash dal primo giugno, con il solo vincolo di spenderli per la sanità pubblica e Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno dopo tutto quello che è successo e che rischia prevedibilmente ancora di succedere. Liberi ovviamente di non accedervi per altre ragioni, ma per favore senza acrobazie contabili o raccontando frottole.

La seconda: Salvini. Salvini oggi, dopo il Consiglio, è come l’ultimo giapponese in Europa e forse anche in Italia. Anche Orban e la Polonia di Duda, così come la Slovacchia o i rumeni si sono ben guardati di dire e fare le cose che l’ex capitano non smette di sostenere a casa nostra. Gli unici e flebili epigoni disponibili sul mercato, restano Trump e Bolsonaro, sui cui disastrosi risultati sanitari ed economici è meglio stendere un velo pietoso. Anche il povero Boris Johnson, ha smesso di esserlo, perché per essersi ispirato non all’Europa, ma allo strappo con essa e all’isolazionismo, ora si trova, dopo solo pochi mesi, con una Gran Bretagna sprofondata nella più terribile recessione economica, sociale e anche sanitaria, mai conosciuta e che forse a quei 750 miliardi europei ora guarda come il lupo della favola guardava all’uva.

Però, attenzione, Salvini, ultimo e isolato in Europa è tuttavia ancora il primo dei partiti in Italia. Questo la dice lunga sulla profondità dei guasti e della devastazione culturale e politica che in questi anni si è prodotta nel nostro Paese ed anche nella nostra gente. Guai quindi abbassare la guardia, avendo invece la consapevolezza della salita dura e difficile che ancora resta da fare.

Sapendo però che ora dall’Europa è arrivata tanta di quella benzina, non solo economica ma anche di prospettiva politica, da poterci consentire, quella salita, di poterla fare molto più velocemente, per riacchiappare in fretta un fuggitivo, che dopo il Consiglio, è anche visibilmente cotto, bollito e senza più fiato.

Walter Cerfeda

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