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Home - Approfondimenti - Interviste - Elettrodomestico, Nobis (Fim-Cisl): serve una politica industriale per rilanciare il settore e attrarre nuove produzioni

Elettrodomestico, Nobis (Fim-Cisl): serve una politica industriale per rilanciare il settore e attrarre nuove produzioni

di Tommaso Nutarelli
23 Febbraio 2024
in Interviste
elettrodomestico

RAPPRESENTANTI DEL SETTORE ELETTRODOMESTICO

 

“La politica ha ancora interesse ad avere un comparto dell’elettrodomestico in Italia?” È questa la domanda che il segretario nazionale della Fim-Cisl, Massimiliano Nobis, si pone dopo il tavolo con il governo sul comparto dell’elettrodomestico. Un tavolo che Nobis definisce positivo, ma dal quale dovranno poi seguire azioni concrete. Serve, afferma, una politica industriale di settore, per rilanciarlo e attrarre nuove produzioni.

 

Nobis come valuta il tavolo con il governo? 

“C’è stato un primo incontro che riteniamo positivo, al quale hanno partecipato le controparti, e regioni, come Marche e Friuli, dove è concentrata una buona fetta della produzione. Per noi della Fim-Cisl aprire un tavolo di confronto è un elemento importante, perché ci dà la possibilità di portare le nostre idee. Abbiamo riscontrato la volontà del ministro Urso nel dare il via a un gruppo di lavoro per monitorare l’andamento del settore, e soprattutto a mettere in piedi una politica industriale, che abbraccia più settori, che ha come orizzonte temporale il 2030. Bisogna vedere se da queste buone intenzioni nasceranno poi delle azioni concrete”. 

Quella del 2030 non rischia di essere una data troppo lontana?

 

“Il punto è capire come ci si arriva. Se si rimane solo sugli spot e gli slogan non si va da nessuna parte. Il governo ha parlato di incentivi, soprattutto sul versante del consumatore, per rilanciare un mercato che è molto altalenante. Sono misure emergenziali, che possono andar bene sul primo momento. Ma poi bisogna passare a interventi strutturali, a una vera politica industriale per il settore”.

 

Su quali basi dovrebbe svilupparsi? 

“Prima di tutto dalla componentistica. Il settore fa un largo uso di chip, che servono per fare le schede, e componenti in acciaio. Dobbiamo capire se in Italia è ancora possibile avere produzioni di questo tipo oppure dobbiamo dipendere totalmente dall’estero. Questo comporta un aumento dei costi e un’esposizioni agli intoppi della logistica. Il caso della nave incagliata nel canale di Suez è emblematico. Assistiamo anche a fenomeni di fuga all’estero, come nel caso della TE Connectivity  di Collegno, che è un fornitore sia di Whirlpool che di Electrolux e che ha deciso di licenziare 225 dipendenti dello stabilimento piemontese.”

 

Venendo all’acciaio, vi preoccupa la situazione dell’ex Ilva? 

“Preoccupa per l’intera manifattura italiana e direi anche europea. L’acciaio è un elemento indispensabile per moltissimi settori”.

 

Lei ha parlato di un mercato molto flessibile, che incide negativamente. 

“Assolutamente sì. Non si producono più 30 milioni di elettrodomestici come all’inizio degli anni Duemila. Oggi siamo a 10 milioni. Su questo pesa anche l’andamento demografico, con nuclei familiari sempre più ristretti, che magari non hanno bisogno della lavastoviglie. Questo ha ripercussioni negative anche sulla tenuta occupazionale, ma non è il solo elemento”.

 

Gli altri quali sono? 

“C’è sicuramente l’automazione, che è un processo necessario ma che ridurrà inevitabilmente i posti di lavoro. Per questo il sindacato, con il supporto di una politica industriale seria, deve governare questa fase, attraverso la riqualificazione professionale e politiche attive vere per percorsi di ricollocazione occupazionale. Bisogna poi ripesare anche alcuni strumenti, come gli ammortizzatori sociali”.

 

In che modo? 

“Rendendoli più flessibili e allungandoli nei tempi. C’è anche il contratto di espansione, che può essere un valido aiuto, anche se è un po’troppo rigido nelle entrate e nelle uscite e non può andare bene per tutte le realtà”.

 

Voi avete anche chiesto l’applicazione della Golden Power. Perché?

“Prima di tutto è stato il Consiglio dei ministri dello scorso 1°maggio a usarla su Whirlpool, perché andavano anche tutelati dei dati contenuti nelle schede. Quindi siccome non devono esserci figli e figliastri, lo strumento va esteso a tutto il settore. È un modo per tutelare l’occupazione e i marchi storici”.

 

Un altro punto del vostro documento sono politiche e investimenti capaci di riportare produzioni in Italia ed evitare che fuggano. Come declinarli? 

“Pensare che il motivo di appeal sia solo quello di una detassazione, come proposto dal governo, è un po’ poco. Noi abbiamo un tessuto produttivo molto ricco, che offre opportunità, grazie anche all’indotto, di sviluppare la produzione. Ma quello che serve è una politica di settore e anche di paese che guardi al lungo periodo. Che faccia capire a chi vorrebbe venire nel nostro paese che c’è terreno fertile”. 

 

Venendo ai due più grandi player, Electrolux e Whirlpool, quel è il loro stato di salute? 

“Nonostante i molti accordi aziendali fatti in Electrolux e gli investimenti di produzione, l’azienda ha annunciato 374 esuberi. E il timore è che sia una storia destinata a ripetersi. Questo è un segnale di come, anche se c’è volontà da parte dell’azienda a investire, servono politiche di supporto. Whirlpool, invece, è ancora una grande incognita e motivo di timore per i lavoratori. A breve si formerà una newco, con il 75% in mano ai turchi di Arcelik. Ma non conosciamo ancora il loro piano industriale e se vorranno investire in prodotti di alta gamma o meno”. 

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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