La barbara uccisione dei quattro braccianti ad Amendolara, rinchiusi dentro un van dai caporali e arsi vivi perché avevano chiesto i soldi del loro e volevano ribellarsi a un sistema schiavistico, ha riacceso fortemente l’attenzione sulla piaga del caporalato. Una piaga che la Flai-Cgil denuncia come un vero proprio sistema consolidato, inserito all’interno di una cornice economica che tollera forme di schiavitù.
Proprio per questo la categoria degli agricoli della Cgil ha sottolineato la necessità di una più stretta collaborazione tra il sindacato e le associazioni della società civile in un evento che si è tenuto a Roma presso lo Spin Time Lab, per attuare quel risveglio delle coscienze, come ha detto il segretario generale Giovanni Mininni, necessario per arginare lo sfruttamento e l’illegalità. Una sinergia che dovrà essere messa in campo sin dalle prossime brigate del lavoro. Le brigate rappresentano il braccio operativo del sindacato di strado, attivo dal 2008, attraverso il quale la Flai-Cgil cerca di intercettare i bisogni dei lavoratori direttamente sui campi, sottraendoli agli abusi, offrendo loro assistenza di ogni tipo, da quella legale ai corsi di italiano, fino alla distribuzione dell’acqua nelle giornate più calde.
L’edizione 2025 delle brigate ha visto i sindacalisti della Flai presenti in sette regioni: Abruzzo, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Puglia, Sicilia e Toscana. Le 19 brigate, attive da luglio 2025 a gennaio 2026, hanno visto 143 partecipanti e hanno intercettato oltre 4.700 lavoratori, con un incremento del 77,7% rispetto ai 2.663 del 2024. L’attività delle brigate ha comportato un incremento degli iscritti tra le file della Flai, con oltre 800 nuove tessere, delle quali quasi la metà appartengono a lavoratori migranti. Al contempo sono cresciute le domande di disoccupazione agricola prese in carico dal sindacato e le prese in carico dei lavoratori, per ogni tipo di necessità, con un incremento di 636 persone, 432 della quali migranti.
Per quanto riguarda i fabbisogni rilevati, al primo posto spicca la disoccupazione agricola, anche quando la domanda non può essere accolta. Questo, spiega la Flai, è particolarmente importante perché rende questi lavoratori non più invisibili perché, banalmente, l’Inps assegna loro un codice. Tra le altre richieste avanzate dai lavoratori ci sono il rispetto dei salari e dei contratti, corsi di lingua italiana, ma anche formazione professionale, fino al sostegno per il trasporto e gli alloggi.
“C’è una recrudescenza del razzismo nel nostro paese che colpisce il lavoratore migrante in quanto elemento debole della nostra società, e questo a prescindere dal settore lavorativo” ha detto Mininni.
“C’è poi un filo rosso che interessa il lavoro agricolo e che racconta di un sistema di sfruttamento rodato in certe realtà. Ovviamente non diciamo che tutto il sistema dell’agroalimentare italiano sia malato e riconosciamo che ci sono delle eccellenze e delle aziende che lavorano rispettando le regole. Ma proprio per questo chiediamo alle organizzazioni datoriali di fare fronte comune, per tutelare quelle eccellenze del nostro made in Italy”.
“Però non si può negare che esista un sistema criminale di sfruttamento consolidato. Un sistema che a un’indagine o a un’ispezione superficiali risulta a norma, ma così non è. Ad Amendolara – ha proseguito il numero uno della Flai – i quattro braccianti bruciati vivi avevano un regolare permesso di soggiorno, anche se temporaneo, e avevano un contratto. Il punto è che non avevano mai visto il datore di lavoro e che la carta di credito dove l’imprenditore versa lo stipendio era in mano ai caporali. Quindi è chiaro che dietro a questi caporali ci siano dei mandanti e un modello economico che fa finta di non vedere” ha concluso.
Tommaso Nutarelli


























