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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - I due interrogativi che lascia Piazza San Giovanni

I due interrogativi che lascia Piazza San Giovanni

di Massimo Mascini
28 Ottobre 2014
in L'Editoriale

Piazza San Giovanni sabato era piena. E tanti non sono nemmeno riusciti ad arrivare alla piazza, bloccati negli interminabili cortei. Un successo di partecipazione sotto tutti gli aspetti, soprattutto perché la piazza era piena anche di tanti giovani, che non sono mai in gran numero nelle manifestazioni sindacali, appannaggio per lo più dei vecchi sessantottini un po’ invecchiati ma ancora con tanta voglia di esserci. Stavolta no, i giovani c’erano e si facevano sentire.

Un fenomeno quindi riuscito, che lascia però degli interrogativi che bisogna porsi e ai quali magari anche dare delle risposte. Il primo riguarda, ovviamente, il prosieguo della contrapposizione tra governo e sindacati. L’incontro che c’è stato lunedì ha lasciato pochi margini di dubbio. Normalmente in questi casi non si chiede al sindacato di spiegarsi con una mail, al massimo si chiede un documento su cui ragionare. Qui evidentemente non c’è molta voglia di ragionare, basta aver chiesto il parere del sindacato, poi il governo deciederà come meglio crede.

Il problema al momento riguarda solo il sindacato. Che deve decidere cosa fare e se farlo assieme o separatamente. La Cgil non sembra avere molti dubbi, va avanti, fino allo sciopero generale. Per il momento ci sono due manifestazioni già programmate, dei dipendenti pubblici e dei pensionati, poi si vedrà, ma, appunto, lo sciopero generale è nell’aria, Susanna Camusso dal palco vi ha fatto un cenno preciso affermando che non fa paura al sindacato.

Lo sciopero generale però è normalmente un punto di arrivo, dopo ci sono solo altri scioperi generali e non è che se ne possano fare tanti. In altri momenti ne sono stati fatti anche molti, tutti nel giro di pochi mesi, ma è una strada che non porta da nessuna parte. E poi bisogna vedere cosa faranno Cisl e Uil. Forse Anna Maria Furlan e Carmelo Barbagallo vogliono prima vedere fino in fondo cosa vuole fare il governo e in questo hanno ragione. Ma poi, una volta che abbiano assodato che non c’è spazio per un dialogo con un governo che pensa che compito del sindacato sia solo quello di salvare qualche posto di lavoro, a questo punto dovranno decidere cosa fare. Che il sindacato sia tutto unito o marci invece separatamente non è la stessa cosa, tutt’altro. Assieme si può fare una vera pressione, divisi è tutta un’altra cosa. La decisione spetta solo a loro. Per la Uil c’è anche l’occasione per decidere la strategia, va a congresso tra poche settimane, lì sceglierà la via da seguire.

C’è da chiedersi che possibilità di successo possa avere la protesta dei sindacati. Specialmente con un governo che va diritto per la sua strada e non ha alcuna intenzione di farsi condizionare dalla protesta sociale. Il fatto che Renzi non voglia sentire il sindacato non significa automaticamente che le pressioni sindacali non servano a nulla, perché comunque hanno un peso e le decisioni di tutti giorni, come anche quelle strategiche possono essere influenzate da un’azione continua e penetrante del sindacato.

Anche perché il sindacato, non bisogna mai dimenticarlo, è fatto di milioni di persone che hanno una testa e un cuore oltre a tanti bisogni. Per lo più negli ultimi anni i lavoratori hanno differenziato le scelte politiche da quelle sindacali, e così gli operai, anche quelli con in tasca la tessera della Cgil, si sono trovati a votare in massa Berlusconi mentre il Pd veniva votato dai borghesi, ma se la contrapposizione è portata avanti a lungo, qualche risultato lo può avere anche sul piano politico.

E qui veniamo al secondo interrogativo che ci porta piazza San Giovanni piena fino all’orlo e anche un po’ oltre. La sensazione che in quella piazza si stesse verificando una rottura politica era palpabile. Coloro che manifestavano contro il governo sabato erano per lo più gli stessi che hanno votato Renzi alle europee, il famoso 40,8% era fatto anche da loro. E il loro allontanamento era una cosa vera. Che faranno quegli stessi alle prossime elezioni? Voteranno Pd lo stesso, voteranno un altro partito o più semplicemente resteranno a casa? E Renzi può fare a meno di loro? La sua scommessa è stata che attaccando i sindacati poteva solo guadagnare consenso. Ma portando avanti la contrapposizione con il sindacato, questo non si ritorcerà contro lo stesso Renzi?

Sono interrogativi che il premier deve farsi, perché che in tanti non si trovino più di casa nel Pd, dopo averlo votato per tanti anni, è quasi un dato di fatto. E non è un  caso se in tanti hanno cominciato sui giornali a pensare alla possibilità di un nuovo partito della sinistra, individuando in Maurizio Landini il possibile leader di questo schieramento. Per il momento questa è fantapolitica, ma forse non tanto lontana, non tanto fanta. Il limitato, ma indubitabile successo che la lista Tsipras ha avuto alle elezioni europee, quando è riuscita a superare sia pure di misura la soglia del 4% sta a significare che qualcosa si sta muovendo a sinistra, che lo spostamento al centro di Renzi non è privo di effetti.

Su tutto questo dovranno riflettere a lungo, il premier per primo, ma anche tutti gli altri, i leader sindacali tra i primi.

Massimo Mascini

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