di Claudio Corduas
Il libro, appartenente alla collana Testi e Pretesti, è uno schizzo intriso di forte malinconia sugli effetti che l’utopia di Mattei, ebbe sulle politiche del personale e sindacali dell’Eni.
Nelle sue parole di presentazione Sapelli mette in evidenza in particolare la pluridisciplinarietà, con echi francesi, dell’approccio adottato da Corduas: un approccio che fa risaltare “l’imperitura non sincronia” fra Eni e società italiana, grazie alla quale, ricorda Sapelli, l’azienda riuscì a non soccombere negli anni del collasso politico ed economico del 1992.
Corduas, dopo un’analisi della situazione economica del secondo dopoguerra che fa da sfondo all’avventura di Mattei, si sofferma sui caratteri genetici delle politiche del personale dell’Eni. Era “la stessa percezione del quotidiano lavorativo” che doveva cambiare conferendo al posto di lavoro un’idea diversa da quello di luogo ideale del conflitto di classe (sia detto di passata, è a causa di questi lontani sentimenti, presenti pure nella cultura olivettiana cui appartengo, che diffido istintivamente dei tentativi, un po’ acritici e apodittici, di spostare il contratto dal livello nazionale a quello aziendale). Per questo fu necessario riattraversare l’Atlantico (ricordate il viaggio di Giugni e Mancini con la borsa Fullbright alla scoperta della scuola del Wisconsin di Commons e Perlman?), alla ricerca di modelli non banalmente americanistici, bensì adatti a stimolare una diversa maturazione delle coscienze.
Il distacco da Confindustria delle aziende delle partecipazioni statali, e la nascita di Intersind (IRI) e Asap (Eni) sembrò allora naturale: Corduas, anzi, reputa altrettanto naturale la distinzione di Asap da Intersind, giacchè mentre questa adotterà la linea di contratti unitari plurimi rispetto ai privati, quella perseguirà linee originali, segno di un interesse collettivo di settore, basate su due principi fondamentali: essi furono la libertà organizzativa dell’azione economica d’impresa e la legittimità dell’autonomia collettiva nella disciplina degli effetti delle scelte conseguenti a quella libertà, in cambio della certezza del costo del lavoro. Il nesso durerà poco e si spezzerà nel secondo lustro degli anni ’60: l’irruzione dell’industria nella società italiana era stata violenta, come ha scritto Sapelli (“Modernizzazione senza sviluppo”, Bruno Mondadori, 2005). E questo ne aveva determinato quello che Corduas definisce l’isolamento. Col senno di poi aveva ragione. Guido Carli, secondo il quale il “distacco” da Confindustria ideato da Orio Giacchi e Mario Romani non aiutò l’industria statale a fare da traino di quella privata: poco era stato il tempo per realizzare un così vasto programma. Allo scoppiare della congiuntura economica e della questione sociale ci trovammo con due debolezze: quella statale, in particolare, cedette al peso del potere politico. Ricordo, come fosse ieri, l’intervista di Giuseppe Glisenti al Tg dell’epoca, quando fu costretto a firmare il rinnovo del contratto dei metalmeccanici Intersind nel dicembre 1969: “Cedo alla pressione del ministro Donat Cattin, ma dichiaro che il costo del contratto è insostenibile!”. Da allora in poi ci si limiterà alla difensiva (Corduas, 107), anche perché “la crisi era anche manageriale. Il management non riusciva a dare risposta al deficit di identificazione e al malessere che ne derivava” (Corduas, 115).
Velocemente Corduas ripercorre le tappe sino ad oggi: c’è in lui il ricordo degli anni ’60 che non ritornano (lucida è l’analisi che lo porta a relativizzare i risultati dei protocolli Iri ed Eni della metà degli anni ’80, perché non diedero risposta a domande di nuova occupazione e nuovi trasferimenti culturali sul territorio: non altrettanto ho trovato la sottovalutazione della l. 146/90 sullo sciopero e del protocollo del ’93, maggiormente rivolti alle aziende che si trasformavano in Spa).
E’ singolare, allora, come Corduas veda in chiaroscuro il passaggio del ’92, mentre Sapelli nell’introduzione valorizzi il fatto che l’Eni ne uscì risanata.
Claudio Corduas è scomparso la settimana scorsa mentre lavorava nel suo ufficio al personale delle FF.SS.
(Raffaele Delvecchio)


























