La scomparsa di Guido Baglioni – del “professor Baglioni” – lascia un vuoto rilevante nella cultura sindacale italiana e non solo. I suoi studi, le sue lezioni, le conversazioni con lui sono sempre state fonte di apprendimento sia nei contenuti che nel metodo.
Da qualche tempo non ho più avuto, per le circostanze della vita, occasioni di incontro; ma una lunga frequentazione, nelle diverse tappe della mia vita sindacale e, per un certo periodo, politica, mi ha permesso di godere, anche personalmente, della sua cultura, dei suoi insegnamenti e della sua amicizia (pur mantenendo sempre – ricambiato – l’uso del “lei”: di più non mi riusciva, né lui, peraltro, lo riteneva riduttivo della confidenza).
Dal Centro Studi di Fiesole, alle sedi sindacali romane, ai corsi di formazione, alla sua casa a Milano e alle occasioni estive… ogni volta si imparava e si cresceva.
Rigoroso, metodico, intransigente, ma sempre brillante, arguto e ironico nella analisi, nelle intuizioni e nella conversazione.
La ricerca costante e instancabile di nuovi orizzonti di emancipazione sociale dei lavoratori attraverso l’azione collettiva dei sindacati, lo portò a indagare, senza concessione alcuna ai luoghi comuni e alle prassi consolidate, sull’evoluzione delle forme negoziali e contrattuali; il delicato equilibrio tra rappresentanza e rappresentatività; il difficile rapporto tra azione sociale e azione politica.
In questa poderosa ricerca – che poggiava su solidissime basi giuridiche, economiche e storiche, di cui l’approccio sociologico rappresentava una efficace sintesi – non abbandonò mai i fondamentali della cultura sindacale cislina: l’autonomia del sociale; il primato del negoziato; la centralità della formazione.
Per Baglioni il sindacato era sempre inserito in un contesto più generale di relazioni e influenze.
In quest’ottica divenne anche un autorevole studioso dello sviluppo industriale e delle “controparti”: gli imprenditori e la borghesia che storicamente ne rappresentò la classe di riferimento.
Guido Baglioni ci lascia una notevole letteratura che meriterà di essere ripensata in questa confusa epoca di transizione, scarsa di buoni maestri e di condottieri esemplari. Non per vivere di nostalgie, di ricordi ed esempi del passato; al contrario per rinnovare – sull’onda di insegnamenti come quelli del professor Baglioni, capaci di indagare oltre le consuetudini – l’impegno di ciascuno di noi a dare ancora forza e significato alla dimensione collettiva del nostro agire.
Pierpaolo Baretta

























