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Home - Approfondimenti - Analisi - Innocenzo Cipolletta, attenti al ritorno al passato

Innocenzo Cipolletta, attenti al ritorno al passato

22 Aprile 2009
in Analisi

di Innocenzo Cipolletta – Presidente delle Ferrovie


Il sindacato di domani non sembra dover affrontare oggi temi molto diversi da quelli del sindacato di ieri, anzi di ieri l’altro. Dico questo, perché ho avuto occasione di esaminare il materiale storico dei rapporti tra CGIL e Confindustria nell’immediato dopoguerra per presentare alla Camera dei Deputati una relazione sul rapporto tra Giuseppe Di Vittorio e la Confindustria, in occasione del cinquantenario della scomparsa del sindacalista (autunno 2007). Ebbene, fra gli episodi salienti c’era, innanzi tutto, la spaccatura del sindacato, nel 1948 dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, e il primo accordo separato tra Confindustria, CISL e UIL avvenuto nel 1954. La CGIL si rifiutò allora di firmare una accordo, detto di “conglobamento delle retribuzioni dell’industria”, volto all’unificazione delle paghe minime contrattuali ed alla definizione di 12 zone territoriali. La frattura si ricompose poi nelle negoziazioni successive, ma intanto si andava consumando una contrapposizione tra la CGIL che si faceva portatrice di istanze generali dei lavoratori e CISL ed UIL  che premevano per il sostegno delle istanze specifiche, azienda per azienda. Una frattura che, tuttavia, vedeva la Confindustria più allineata sulle posizioni della CGIL che su quelle della CISL e dell’UIL con riferimento ai contratti aziendali. Ne è la riprova il fatto che, durante la vertenza sul conglobamento delle retribuzioni, Costa accusò Di Vittorio di fomentare vertenze aziendali per superare l’accordo separato. Scrisse Di Vittorio in una lettera del 30 luglio 1954 ad Angelo  Costa: “Circa il carattere della lotta sindacale, che noi siamo costretti a continuare fino a quando non sarà stato raggiunto un accordo, confermiamo che essa non tende affatto a stipulare accordi aziendali, ma soltanto ad ottenere acconti sui futuri miglioramenti che saranno fissati in accordi generali o di categoria. La CGIL ha una chiara posizione di principio contro gli accordi aziendali, che rappresenterebbero un passo indietro rispetto ai contratti collettivi di lavoro interessanti l’intera categoria su tutto il territorio nazionale”.
Nel 1955 la CGIL perse le elezioni in molte delle grandi fabbriche, a cominciare dalla FIAT, sotto la pressione di CISL e UIL che portavano avanti logiche di contrattazione aziendale (in FIAT, nelle elezioni del marzo del 1955, la CGIL passò dal 63% dei voti al 36%, mentre la FIM raggiunse il 40%). Giuseppe Di Vittorio pronunciò una severa autocritica nella relazione al Comitato Direttivo della CGIL dell’aprile del 1955: “Il primo errore di politica sindacale che abbiamo commesso, a mio giudizio, è quello di non aver tenuto sufficientemente conto delle profonde modifiche che si sono prodotte negli ultimi anni e che si vanno producendo, specialmente nelle grandi fabbriche per quanto concerne i metodi produttivi e, soprattutto, i metodi assolutamente nuovi, di carattere scientifico, che il padronato ha applicato ed applica per garantirsi un controllo più diretto e capillare sui lavoratori, presi individualmente, in seno all’azienda e fuori dell’azienda. Dobbiamo convenire che non conosciamo a fondo le condizioni reali dei lavoratori nella nuova situazione, che non abbiamo studiato il carattere delle modifiche che sono state operate in molte fabbriche, e le loro conseguenze pratiche. Da questa scarsa conoscenza della vita reale dei lavoratori nelle fabbriche, derivano gli errori di politica sindacale che abbiamo commesso, le impostazioni schematiche e generiche che abbiamo dato alla nostra azione, senza tener conto delle profonde differenze esistenti da azienda ad azienda e da settore a settore. Così è accaduto che abbiamo preteso di andare avanti sulla base di schemi generali entro i quali pensavamo di poter comprendere tutte le questioni particolari.” Prosegue Di Vittorio con un invito: “Dobbiamo studiare, d’altra parte, i nuovi metodi introdotti in alcune fabbriche, in legame con gli esperimenti della ‘produttività’ come viene concepita dagli americani”.

Sappiamo, poi, che la storia prese un’altra direzione. Grazie anche al “miracolo economico” ed alla veloce crescita del reddito che consentì aumenti salariali, la frattura sindacale si ricompose a partire dagli anni Sessanta e poi nei travagliati anni Settanta, mentre l’apertura alla contrattazione aziendale avvenne sotto forma di contrattazione integrativa e non alternativa rispetto a quella nazionale.


Ho voluto ricordare questi pezzi di storia sindacale, per sottolineare come le tematiche di cui oggi si parla siano tematiche sempre presenti. Anche allora la CISL e l’UIL rivendicavano un maggior pragmatismo, mentre la CGIL era accusata di sostenere posizioni ideologiche e politiche. Ne poteva essere diversamente, posto che la nascita dei tre sindacati avvenne proprio a causa di una contrapposizione politica che non sembra affatto essersi esaurita oggi. In effetti, come negli anni cinquanta, quando i governi di centrodestra hanno tentato di contrastare il potere della CGIL e dei partiti della Sinistra (PCI e PSI) favorendo i sindacati non comunisti, così oggi si assiste ad una nuova separazione sindacale a cui non è certamente estraneo il quadro politico che è emerso dal 2001 con i governi di centrodestra che si sono succeduti.


Come allora, anche oggi la contrapposizione avviene tra ideologia e pragmatismo. Per ideologia si intende sempre il rimanere ancorati ad una visione teorica che finisce per difendere ciò che si ritiene ormai superato, e per pragmatismo si intende il superamento di schemi predeterminati e l’apertura a ciò che sembra emergere di nuovo anche al di fuori di logiche sistemiche. E ancora una volta si parla di nuove organizzazioni del lavoro, nuovi lavori, nuove istanze da cogliere, rimanendo il più vicino possibile ai diretti interessati, ossia ai lavoratori. Da qui la richiesta di un modello di organizzazione e di relazioni industriali nuove e più vicine agli interessi specifici dei singoli lavoratori. Ma è veramente questa la direzione che vuole prendere il Sindacato? È questa la direzione della Confindustria per quanto riguarda le imprese? È verso questa direzione che va il nuovo modello contrattuale che ha spaccato il sindacato?


In effetti se si fosse voluto andare più vicino ai lavoratori ed alle singole aziende per accettare pragmaticamente le soluzioni utili caso per caso, si sarebbe dovuto andare avanti rispetto agli accordi del 1993 e scegliere un modello simile a quello prevalente nei paesi dove la contrattazione aziendale è diffusa e alternativa a quella nazionale. Un modello dove la contrattazione avviene anno per anno, proprio per potersi adattare pragmaticamente alla congiuntura specifica dell’azienda, dove non ci sono formule di indicizzazione ai prezzi e dove esiste una sorta di salario minimo garantito valido per tutti i settori, per evitare soprusi nei casi di evidente squilibrio nei rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori. Invece si è scelta una via più simile al nostro passato, con un allungamento della durata dei contratti (tre anni) per “aprire” lo spazio ai contratti aziendali. Ossia una specie di ritorno al passato (quando la durata contrattuale era di quattro anni), dove si cerca di far operare congiuntamente i due livelli contrattuali (nazionale ed aziendale), come era prima dell’accordo del 1993. Un compromesso che ci riporta indietro, che apre lo spazio a forme di indicizzazione dei salari (il recupero dell’inflazione su base automatica) e che rischia di accentuare la conflittualità, che è sempre implicita in tutti i contratti validi per periodi di tempo eccessivamente lunghi e, quindi, non prevedibili.


In realtà, non ci dovrebbe essere contrapposizione tra ideologia e pragmatismo, perché la rappresentanza deve rimanere saldamente vicina ai diretti interessati, ma poi occorrono sedi dove potere fare una sintesi di tali interessi. Ecco allora che, a mio avviso, la contrattazione dovrebbe avvenire prevalentemente a livello aziendale, almeno per quelle aziende le cui dimensioni rendono possibili contratti aziendali. Ma le rappresentanze aziendali dovrebbero poter trovare, a livello nazionale, quelle competenze, quegli indirizzi e quel quadro di riferimento generale (spesso chiamato ideologia) che renda le istanze aziendali compatibili con obiettivi di crescita e di solidarietà che sono necessari alle imprese, ai lavoratori ed al paese tutto.


In questo quadro c’è spazio perché le forze sociali si assumano direttamente il carico della gestione e del finanziamento di alcune parti del sistema sociale. Non solo la formazione e previdenza integrativa, ma anche gli ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione guadagni che, specie nella sua versione ordinaria, potrebbe essere gestita direttamente da imprese e lavoratori, pur se con alcune forme di garanzia e di controllo da parte dello Stato. Le forze sociali dovrebbero avere il compito di contrattare, a livello nazionale, sia le modalità di finanziamento che quelle di applicazione della cassa integrazione guadagni, in un sistema di carattere mutualistico a carico delle imprese e dei lavoratori. La certificazione delle rappresentanze effettive dei lavoratori nelle singole aziende dovrebbe essere la base permanente per dare legittimità e pesi alle organizzazioni.



 

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