Nessun allarme per la tenuta del sistema delle pensioni. Cresce la spesa previdenziale, ma aumentano anche le entrate contributive. Il saldo migliora, seppure resti ancora negativo per quasi 26 miliardi di euro (al lordo dell’Irpef). Il sistema, dunque, è sostanzialmente in equilibrio. E’ quanto rileva il tredicesimo rapporto di Itinerari Previdenziali presentato alla Camera dal presidente Alberto Brambilla, che tuttavia segnala la necessità di agire su tre elementi: politiche attive per il lavoro, meno assistenzialismo e scelte coerenti con l’andamento demografico.
L’aumento dell’occupazione incide positivamente sui conti. Il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati tocca il suo record storico con un valore pari a 1,4758 destinato a migliorare in futuro a patto di compiere, in un Paese che invecchia, scelte più oculate su politiche attive, anticipi ed età di pensionamento.
Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2024″ emergono alcuni indicatori utili per valutare andamento e sostenibilità della previdenza pubblica.
Cresce la spesa previdenziale, che, tenuto conto anche di integrazioni al minimo e gestione degli interventi assistenziali e di sostegno al reddito (Gias) dei dipendenti pubblici, è stata nel 2024 di 286,14 miliardi (+18,73 rispetto all’anno precedente). Grazie all’aumento degli occupati e all’incremento delle retribuzioni crescono però anche le entrate contributive, pari a 260,59 miliardi. Benché resti in negativo, migliora il saldo previdenziale che passa dai -30,72 miliardi del 2023 ai -25,55 mld dell’ultima rilevazione.
Il rapporto attivi-pensionati raggiunge il miglior dato mai rilevato nella serie storica della pubblicazione a quota 1,4758.
Si tratta di dati che descrivono un sistema tutto sommato in equilibrio, sottolinea il rapporto, ma la cui stabilità futura dipenderà dalla capacità di fronteggiare la più grande transizione demografica di tutti i tempi, tenendo sotto controllo sia l’età pensionabile che l’eccessiva commistione tra p”Volendo tirare le fila, malgrado i molti catastrofisti, i conti della previdenza reggono e dovrebbero farlo anche tra 10-15 anni, quando la maggior parte dei baby boomer nati dal Dopoguerra al 1980, coorti molto numerose e dunque assai significative in termini pensionistici, si saranno pensionati”, ha detto Brambilla.
L’equilibrio è però sottile e potrà essere preservato solo con un’applicazione puntuale dei due stabilizzatori automatici già previsti dal sistema: adeguamento all’aspettativa di vita dei requisiti di età anagrafica e dei coefficienti di trasformazione.
“E’ evidente – ha aggiunto il presidente di Itineari Previdenziali – che i saldi di molte gestioni risentano negativamente delle numerose forme di anticipazione che, negli ultimi anni, hanno sia generato confusione con troppe regole differenti, un ritorno alla giungla del passato, che contribuito ad abbassare l’età di pensionamento”.
Il rapporto rileva che, mentre nel 2019 l’età effettiva di pensionamento anticipato aveva raggiunto per le gestioni Inps del settore pubblico e privato una media di 62,4 anni, al 2024 è scesa a quota 61,7. Numeri che, secondo il centro studi e ricerche, suggeriscono la necessità di requisiti anagrafici più stringenti, andando a premiare con maggiore flessibilità i nastri contributivi più lunghi e, in particolare, le lavoratrici madri.
Anche il mercato del lavoro dovrà fare la propria parte e adeguarsi alla demografia, con interventi volti a favorire la permanenza sul lavoro delle fasce più senior della popolazione: formazione per contrastare l’obsolescenza delle competenze; contratti più flessibili, che adeguino le mansioni in funzione di età e salute; uscite flessibili dopo i 67 anni; investimenti in prevenzione e tecnologie che facilitino l’operatività degli over 60.
“Insomma – ha sottolineato Brambilla – sarebbe auspicabile un serio cambio di rotta da parte del nostro Paese che, per il momento naviga a vista e senza una bussola, dinanzi alla più grande transizione demografica di tutti i tempi, con grande parte della spesa pubblica indirizzata verso sussidi e assistenzialismo, frenando le possibilità di crescita, quando invece, anche alla luce di un debito pubblico ormai superiore ai 3.000 miliardi di euro, la priorità dovrebbe essere una seria revisione dei modelli produttivi”.
Ma mentre la spesa per prestazioni previdenziali si mantiene sotto controllo, il capitolo assistenza continua a incidere pesantemente sul bilancio del sistema di protezione sociale: sono 180 i miliardi a carico della fiscalità generale trasferiti dallo Stato all’Inps nel 2024 per oneri assistenziali, famiglie, sostegno al reddito e decontribuzioni, con una spesa che dal 2008 a oggi è cresciuta 3 volte più rapidamente di quella per pensioni.
Nel 2024 l’Italia ha complessivamente destinato alla protezione sociale, pensioni, sanità, assistenza, sostegno ai redditi e welfare enti locali 627,933 miliardi di euro, con un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente (44,22 miliardi): la spesa per il welfare ha assorbito oltre la metà di quella pubblica totale, il 56,65%. Rispetto al 2012 la spesa sociale è aumentata di 195,67 miliardi (+45%): valore imputabile soprattutto agli oneri assistenziali a carico della fiscalità generale, cresciuti del 163,3% (+93 miliardi) a fronte dei 75 miliardi della spesa previdenziale (+35,55%). Nello stesso periodo, l’inflazione è salita del 24% e il Pil del 35,88%. Si tratta di numeri che, evidenzia il report, descrivono una spesa per assistenza “cresciuta a dismisura, con effetti potenzialmente distorsivi per l’economia e lo sviluppo del Paese”.
Nel 2024 l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil, al netto della Gias (gestione degli interventi assistenziali e di sostegno al reddito), è pari al 13,05%. Percentuale che scende all’11,77% (valore in linea con la media Eurostat) escludendo dal calcolo anche Gias dei dipendenti pubblici, maggiorazioni sociali e integrazioni al minimo per il settore privato (per un valore complessivo pari a 28,113 miliardi), vale a dire spese che la stessa Inps classifica come assistenziali.
“E il rapporto calerebbe addirittura all’8,54% escludendo dal computo anche i circa 71 miliardi di imposte (Irpef) che in molti Paesi Ue o di area Ocse sono molto più basse, quando non del tutto assenti, sulle pensioni”, ha detto Alberto Brambilla, presidente del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali.
Se il saldo previdenziale fosse ricalcolato, da una parte tenendo conto dei soli contributi effettivamente pagati dalla produzione e, dall’altra, al netto dell’Irpef che grava sulle pensioni (la spesa netta per lo Stato e le entrate nette per i pensionati), il bilancio pensionistico sarebbe positivo per ben 60,9 miliardi di euro, a riprova della sostenibilità del sistema anche per le giovani generazioni.
Il rapporto suggerisce non solo una corretta separazione tra previdenza e assistenza, ma anche una maggiore razionalizzazione della spesa assistenziale che da tempo appesantisce le finanze statali. “E’ un rischio da non sottovalutare – ha affermato Brambilla – perché la riforma Fornero fu il frutto amaro di questa confusa comunicazione. Il ragionamento della Bce e dell’Ue fu semplice: come può un Paese iper-indebitato spendere 4 punti di Pil in più della media? Il rapporto sconsiglia di ripetere questa negativa esperienza, soprattutto per i pensionati onesti”.
Al 2024 risultano in pagamento in Italia 3.993.738 trattamenti di natura interamente assistenziale (invalidità civile, indennità di accompagnamento, assegni sociali, pensioni di guerra) per un costo totale annuo di 25,404 miliardi, in costante aumento malgrado il calo fisiologico e costante delle pensioni di guerra.
Nello stesso anno, sono state poi erogate altre 3.179.280 prestazioni parzialmente assistenziali (maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo, importo aggiuntivo), di cui 2.152.433 integrazioni al minimo.
Considerato che uno stesso soggetto può essere titolare di più prestazioni, al netto delle duplicazioni e della quattordicesima mensilità, i pensionati totalmente o parzialmente assistiti sono dunque 7.173.018, vale a dire il 43,99% del totale. Stima che oltretutto appare in difetto, sottolinea il report, tenuto conto di ulteriori prestazioni come la pensione di cittadinanza (ora Adi) o, ancora, di altre prestazioni anche locali erogate in base ai redditi e alle età che possono beneficiare di ulteriori prestazioni assistenziali.
“Dovrebbe far riflettere il fatto che un Paese del G7 come l’Italia abbia 7,17 milioni di pensionati totalmente o parzialmente assistiti, con un costo complessivo di circa 35,8 miliardi l’anno”, ha aggiunto Brambilla ricordando come, a differenza delle pensioni sorrette da contribuzione, questi trattamenti gravino completamente sulla fiscalità generale, senza neppure essere soggetti a tassazione. Se si considera anche il sostegno a lavoratori attivi (cassa integrazione, Naspi) lo Stato nel solo 2024 ha dato assistenza a circa 12 milioni di italiani.
Emblematico è il caso delle continue decontribuzioni e agevolazioni contributive. Nel 2024 per ripianare le mancate contribuzioni lo Stato ha trasferito all’Inps con la legge di bilancio circa 43 miliardi. Nei prossimi 10 anni le decontribuzioni costeranno circa 500 miliardi, mentre, secondo le stime di Itinerari Previdenziali, nell’ultimo triennio l’aggravio delle nuove decontribuzioni per il bilancio pubblico è stato di quasi 100 miliardi.
Secondo il rapporto si tratta di “un debito occulto che peserà sui conti pubblici. Tanto più se si considera che, come insegna la lunga storia italiana di agevolazioni contributive, soprattutto al Sud queste misure non producono risultati, minano i conti del Paese e favoriscono, nella migliore delle ipotesi, incrementi dell’occupazione che si spengono alla fine delle agevolazioni”.
Nel complesso, la spesa pensionistica di natura previdenziale comprensiva delle prestazioni Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti) è ammontata nel 2024 a 286,14 miliardi, con un incremento di 18,7 miliardi, al quale ha contribuito non solo l’incremento dello stock di pensionati, ma anche la rivalutazione delle pensioni (+5,4%), benché riconosciuta in misura piena solo per gli assegni di importo inferiore o pari alle 4 volte il trattamento minimo. Bene le entrate contributive, che crescono più della spesa (+23,89 miliardi), consentendo al saldo previdenziale tra entrate e uscite di ridursi: al 2024, la passività ammonta a 25,55 miliardi, a fronte dei 30,72 dell’anno precedente.
A pesare sul deficit complessivo soprattutto gli oltre 46 miliardi della gestione dei dipendenti pubblici (erano 33 prima del Covid). In passivo anche le gestioni artigiani (3,8 miliardi) e coltivatori diretti, coloni e mezzadri (quasi 2 miliardi), mentre al contrario incidono positivamente sul saldo previdenziale la gestione del fondo pensione lavoratori dipendenti, compresa la gestione ex Enpals, con un attivo di 11,58 miliardi; i commercianti, con un saldo positivo di 590 milioni; la gestione separata dei lavoratori parasubordinati che, con un saldo positivo tra contributi e prestazioni di 9,91 miliardi, risulta favorita dall’istituzione piuttosto recente, avvenuta nel 1996, e dunque dal numero ancora ridotto di pensionati, spesso peraltro percettori di assegni di importo contenuto. Bene anche le casse privatizzate dei liberi professionisti che, potendo contare a propria volta su un buon rapporto attivi-pensionati, mostrano un saldo positivo per 4,43 miliardi di euro.




























