La cultura italiana si ferma per il primo sciopero nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori impiegati presso il Ministero della Cultura e nel comparto Federculture, proclamato per l’intera giornata del 12 giugno da Fp Cgil, Nidil Cgil, Cub, Adl Cobas, Cobas Lavoro Privato, Clap e Usi Ct&S.
Al centro della mobilitazione vi è la richiesta di un pieno riconoscimento della dignità professionale ed economica del lavoro culturale. Tra le principali rivendicazioni figurano l’introduzione di contratti di filiera che rafforzino la contrattazione collettiva, il superamento strutturale della precarietà attraverso la reinternalizzazione dei servizi esternalizzati e la stabilizzazione del personale precario, nonché un piano straordinario di assunzioni e valorizzazione del personale nel Ministero della Cultura e nelle istituzioni pubbliche.
I sindacati chiedono inoltre l’istituzione di un reddito di discontinuità per le professioni culturali caratterizzate da forme di lavoro intermittente e la piena applicazione delle norme in materia di salute e sicurezza anche per chi opera con contratti atipici o discontinui.
Alla piattaforma rivendicativa si aggiunge la denuncia dei tagli ai finanziamenti destinati alla cultura. «Noi scegliamo la cultura, il lavoro e la pace», affermano le organizzazioni promotrici, criticando il trasferimento di risorse verso le spese per il riarmo.
«Questa iniziativa non nasce dall’improvvisazione – dichiarano Giordana Pallone, segretaria nazionale Fp Cgil, e Roberta Turi, segretaria nazionale Nidil Cgil – ma è il risultato di un percorso costruito nell’arco di oltre un anno da associazioni e sindacati che hanno condiviso rivendicazioni e lavorato insieme per dare vita alla prima mobilitazione nazionale del settore».
Secondo le due sindacaliste, il comparto culturale è «da troppo tempo sottofinanziato e non riconosciuto nella sua specificità professionale, con un ricorso continuo alla precarietà. Un settore che non valorizza lavoratrici e lavoratori, frammentato, invisibile e spesso ricattabile».
«Questa mobilitazione – aggiungono – serve a rompere quel silenzio. Serve a dire che un Paese che non rispetta chi produce cultura non merita di definirsi civile. Il 12 giugno chiediamo a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori del settore di alzare la testa insieme per rivendicare maggiori investimenti pubblici e il riconoscimento del valore di chi la cultura la promuove, la custodisce e la crea».
Alla base della protesta c’è anche una forte richiesta di equità: nel settore culturale, infatti, non tutti godono degli stessi diritti, delle stesse tutele e delle stesse retribuzioni. Per i sindacati è necessario investire maggiori risorse nella cultura e garantire condizioni di lavoro dignitose e uniformi per tutte le professionalità coinvolte.


























