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Home - Approfondimenti - Analisi - La vita libera di un uomo di sinistra

La vita libera di un uomo di sinistra

23 Ottobre 2008
in Analisi

di Bruno Ugolini, giornalista

Non era solo un “operatore sindacale” come amava definirsi con un pizzico di civetteria. Non era solo un uomo politico intento oggi, avendo quasi raggiunto i cento anni, a suggerire consigli ai dirigenti del Partito Democratico. Intento, ieri, negli anni settanta, a lanciarsi in un’operazione politica avventurosa, impegnandosi nell’agone elettorale con i fuoriusciti dal partito socialista che avevano dato vita al Psiup. Una personalità ricca, complessa che amava i movimenti e lui stesso era mobile, instancabile, nel parlare e nell’agire. Uno che confessava di credere più nell’azione che nelle ideologie. Intento a battersi per il mondo del lavoro ma mai suggestionato dal marxismo-leninismo. Sto parlando di Vittorio Foa che in una giornata di ottobre ha deciso di ritirarsi definitivamente. Ma ha lasciato tanti compagni e tanti amici, soprattutto tanti libri, tante idee, tanti insegnamenti.

Quella sua intelligenza viva, quella sua curiosità implacabile, quella sua cultura sfaccettata era dovuta, aveva osservato una volta, col gusto del paradosso, al carcere fascista. Che lui aveva vissuto non come perseguitato, sottolineava, ma come “perseguitatore” dei fascisti. Senza perdere nemmeno mai, accanto a uomini come Riccardo Bauer, Ernesto Rossi, Massimo Mila, la sua carica di fiducia, anzi rafforzandola. Una carica che ha portato con sé fino all’ultimo giorno. Ed ecco che ai funerali, voluti dalla Cgil nella sede di Corso d’Italia, molti fra tanti presenti (familiari, amici, compagni, gente semplice e illustri politici) scambiano commenti, magari per esprimere la propria desolazione, per il vuoto che si apre in un mondo irrimediabilmente impoverito da uomini di siffatta statura. Riflessioni che – insorgono i suoi amici più cari (Pietro Marcenaro, Andrea Ranieri tra i tanti) – lui avrebbe respinto con asprezza. Perché una delle sue idee fisse era che non bisognasse demordere (e nemmeno dormire nell’indifferenza, come aveva detto in un’intervista a Enzo Biagi). Bisognava guardare il mondo, parlare soprattutto con i giovani e capire che non è vero che stiamo in una morta gora, ma che ci sono energie, ancora una volta movimenti che possono sorprenderci. Ed è Guglielmo Epifani, nell’orazione funebre, a ricordare come Foa avrebbe guardato con interesse ai cortei studenteschi di queste settimane.
Certo una volta, scrivendo la prefazione di un suo libro – ricorda Walter Veltroni – ebbe a dire di voler fare un passaggio sul pessimismo. Lo interruppero per dire: proprio tu, pessimista? E lui rapidamente spiegò: pessimista sul passato, ottimista sul futuro. Aveva – come dire – rovesciato la frittata, capovolto il ragionamento.


Già, il passato, un passato glorioso. Torino è la città natale, un luogo dove trascorre la giovinezza, studia, laureandosi in giurisprudenza, dopo aver iniziato la cospirazione antifascista militando in Giustizia e Libertà. Tra i suo amici: Norberto Bobbo. Ha 25 anni quando gli piombano addosso le manette, il tribunale speciale, 16 anni di carcere a Civitavecchia. Qui è la sua scuola di vita, legge, studia, discute con i compagni di cella e di carcere. Esce il 23 agosto del 1943 e partecipa alla resistenza, col Partito d’azione, nelle brigate di “Giustizia e Libertà”. Conosce così colui che diventerà un suo discepolo nell’ufficio studi della Cgil, Bruno Trentin. Il 2 giugno del 1946 è eletto deputato all’assemblea costituente. Il luogo dove si litiga sulla politica ma ci si unisce sulle regole, commenterà molti anni dopo guardando un po’ allo spettacolo dei nostri giorni. Tra i suoi impegni parlamentari il contributo, nella commissione dei Settanta all’elaborazione degli articoli della Costituzione che riguardano la libertà, l’organizzazione sindacale, il diritto di sciopero (articolo 39 e 40). Tre anni dopo entra nella Cgil. E’ il 1948, l’anno della scissione, e lui va dirigere l’ufficio economico, accanto a Giuseppe di Vittorio. Non ci sono ancora le incompatibilità fra incarichi sindacali e politici così Foa, sciolto il Partito d’azione, è eletto deputato per il Partito socialista.
 
Quale è il suo apporto nel sindacato? Per capirlo bastava osservare in questi giorni una trasmissione su Raisat Extra, un canale Tv satellitare, a lui dedicata. Con registrazioni di tribune stampa dove accanto a lui appaiono Dionigi Coppo (Cisl), Franco Simoncini (Uil), Emanuele Dubini (Confindustria), Alfonso Gaetani (Confagricoltura). I suoi interventi sono appassionati, documentati, ma soprattutto con una carica propositiva. E’ il suo assillo: il movimento ma anche la proposta, non il movimento fine a se stesso. E, insieme, la conoscenza della realtà. E’ questo il motivo che lo fa scendere in campo accanto a Di Vittorio, Trentin, Lama in quella che negli anni 50 è definita “l’autocritica della Cgil”, dopo la sconfitta della Fiom nella sua Torino, nelle elezioni per le Commissioni interne. E’ la scelta del “ritorno in fabbrica”. Una scelta determinata dal fatto che si è consumato una specie di distacco e il dirigente sindacale non sa quali sono le nuove condizioni di lavoro. Lo ricorda, in una pausa ai funerali, un altro segretario della Cgil, Antonio Pizzinato. Nel 1955 Foa, appunto dopo l’autocritica, è spedito a dirigere la Fiom (Lama va ai chimici) e la prima cosa che fa va a parlare agli operai. Così s’intrattiene alla Borletti col giovane metalmeccanico Pizzinato. Non per impartire direttive. Vuole conoscere i vari aspetti della condizione di lavoro. Quanti nel sindacato fanno la stessa cosa oggi? E’ il suo stile, affabile, con quel sorriso spesso mordace, con quella voglia di scuotere la gente, di “sconcertare”, di compiere la mossa del cavallo, come scrive in un libro, per evitare il muro contro muro perdente. Lo ricordo a Livorno, anno 1969, un congresso Cgil in cui prende la parola per dire ai suoi compagni che per imparare a nuotare non bisogna accontentarsi di camminare lungo la spiaggia, bisogna tuffarsi nel mare aperto. Una metafora. Tuffarsi nella realtà. Avere coraggio, innovare e unire le forze sindacali. E’ il suo ultimo congresso. Un anno dopo, nel 1970, mentre Luciano Lama diventa segretario generale lui abbandona la sua Cgil. Lascia però alle spalle un gruppo di giovani che hanno le sue caratteristiche: Gastone Sclavi, Tonino Lettieri, Elio Giovannini. Pietro Marcenaro, Renato Lattes e molti altri. Tutti espressione di una sinistra libertaria, non schematica, non burocratizzata. Quelli che poi si chiameranno terza componente, acomunisti e non più aderenti al Psi di Bettino Craxi.
 
E lui sparisce, per modo di dire, dalla circolazione. E’ anche questo un suo stile di vita: cambiare, cambiare anche lavoro, muoversi, imparare, arricchire il proprio sapere. Si mette a studiare e a insegnare all’università di Torino e di Modena (storia contemporanea) dove trova e forma un gruppo di giovani. Torna alla politica nel ‘72 con l’esperienza del Nuovo Psiup e poi del Pdup. Sono scelte che non trovano lo sbocco desiderato e Foa ritorna all’insegnamento, per rituffarsi nella politica nel 1987 come senatore indipendente nelle liste del partito comunista. Con una precisazione: “Io non sono mai stato comunista e nessuno mi ha mai chiesto di diventarlo, forse anche per il mio impermeabile individualismo piccolo-borghese che ha resistito anche a decenni di lavoro sindacale. La mia coabitazione coi comunisti è stata tutta sul versante, che ritengo dominante, della costruzione democratica». E però i comunisti, o meglio gli ex comunisti, continuano a interessarlo profondamente e così esce, qualche anno fa, un volume con una conversazione tra lui, Alfredo Reichlin, Miriam Mafai sotto il titolo “Il silenzio dei comunisti”. Innumerevoli i suoi altri libri. Cito solo: “La cultura della Cgil”, “La Gerusalemme rimandata”, “Il cavallo e la torre”, “Questo novecento”, “Lettere dal carcere”, “Cent’anni dopo”.
 
Nell’ultima fase, accanto alla dolcissima Sesa Tatò, sposata alla bella età di 96 anni (lei 80), scrive e interviene, con una lucidità sempre incantevole. Anche prestandosi ad attacchi provenienti da quella sinistra estrema in cui aveva a lungo militato. Ad esempio per la presa di posizione a favore della prima guerra nel golfo nel 1992. Segue con particolare interesse le vicende sindacali. E’ sempre un suo altro assillo: l’unità sindacale. Un lascito di Di Vittorio. E’ molto colpito negli ultimi suoi giorni a Formia, mentre gli leggono i giornali, dalle polemiche tra Cgil, Cisl e Uil. Pietro Marcenaro racconta che aveva chiesto di vedere se si poteva organizzare un incontro, una discussione. E Marcernaro aveva telefonato a Epifani, ma poi il tempo è precipitato. E’ stato il suo ultimo tentativo.
Ma rimangono le sue idee, alcune così di viva attualità. Come quando scrive ne “La cultura della Cgil”: “Il dilemma non è fra conflitto e collaborazione (o partecipazione)…Il dilemma non è neppure fra moderazone e radicalismo…Il vero dilemma del sindacato è se essere, oppure no, una istituzione pubblica… ricevere dal potere pubblico,la legittimazione e l’esclusività della rappresentanza, fornendo in cambio la disciplina dei rappresentati”.

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