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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Le conseguenze del contagio

Le conseguenze del contagio

di Massimo Mascini
9 Marzo 2020
in L'Editoriale

Il Coronavirus dilaga in Italia. Cresce in maniera vistosa il numero dei contagiati, sale purtroppo anche il conto dei deceduti, ma, per fortuna, cresce anche il numero di chi esce dalla malattia, chi guarisce. Non è pandemia nel mondo, ma a casa nostra incide in maniera molto forte. E ha fatto quindi bene il governo a prendere dei provvedimenti molto decisi per contenere il dilagare del virus. Forse un po’ troppo forti, forse accompagnati da una grande confusione, nei ruoli e nelle responsabilità, ma è stato giusto varare i provvedimenti necessari per fronteggiare un pericolo certamente molto insidioso. Adesso dobbiamo aspettare che la situazione migliori, che si superi il picco della malattia, come è accaduto in Cina, dove il contagio è in forte regressione.

Il problema ora sono le conseguenze di questa malattia, soprattutto sul piano economico. Stavamo male prima, ci preparavamo a entrare in recessione, la situazione è decisamente peggiorata. E non poteva essere altrimenti perché la globalizzazione ha reso indispensabili i contatti e i trasferimenti di persone e cose in tutto il pianeta, e questo non poteva non renderci più fragili, più esposti alle difficoltà emergenti. L’allungamento della catena di produzione, per esempio, è stato sempre un fattore positivo, di crescita, perché consentiva importanti risparmi di scala: adesso è proprio quello il nostro tallone di Achille, il nostro punto debole, perché il blocco di produzione o anche solo di trasporto di un pezzo del prodotto finito da un qualsiasi anche piccolo e sperduto paese rischia di bloccare tutta la filiera. Per ora le conseguenze non sono state ancora molto forti, sono stati colpiti il turismo e l’export, ma è ineludibile che le difficoltà crescano.

E allora è indispensabile allungare lo sguardo, cercare di guardare più lontano, per far sì che l’epidemia diventi non dico un punto di forza, che sarebbe fuori luogo prima che eccessivo, ma certamente l’occasione per intervenire sui nostri punti di debolezza strutturale e in qualche modo rimetterci in corsa. Al momento il governo, preso atto che ci sarà un rimbalzo negativo per tutta l’economia, tanto è vero che le previsioni di crescita sono state riviste tutte al ribasso, è giustamente intervenuto per ridurre l’impatto negativo della malattia. Cassa integrazione in deroga, aiuti ai settori più colpiti, sospensione di alcuni impegni di spesa per le famiglie nelle zone di grande difficoltà. Quello che serviva alle persone per non sentirsi abbandonate, per dare la sensazione precisa che la solidarietà non è venuta meno.

Ma, appunto, lo sguardo deve essere più lungo, è necessario mettere in cantiere degli interventi più strutturali, perché non basta turare le falle che la malattia possa aver causato, è necessario, forse indispensabile saper aggredire i punti deboli della nostra economia perché riprenda davvero lo sviluppo. E il pensiero corre subito alla capacità di avviare una vera ripresa che ha da sempre il settore dell’edilizia e delle opere pubbliche. È sempre stato questo il volano capace di dare uno scatto a tutta l’economia. Non è un discorso nuovo, ma è bene metterlo a fuoco.

Anche perché, ce lo dice Alessandro Genovesi, il segretario generale degli edili della Cgil, nell’intervista che ha rilasciato a Il diario del lavoro, il settore delle opere pubbliche negli ultimissimi tempi aveva iniziato a dare segnali positivi. Qualcosa stava ripartendo, i cantieri riaprivano, il lavoro cresceva, tutta l’attività stava ricominciando a marciare. L’irrompere del Coronavirus ha dato certamente un colpo a questo processo, proprio perché ancora debole e incerto, si tratta adesso di riprendere il cammino a renderlo più spedito. Non a caso Confindustria proprio questa settimana ha avanzato una proposta monstre, perché, sostenuti da emissioni di eurobond, si avviino lavori pubblici in tutta Europa per ben 3.000 miliardi di euro. Una somma immensa, anche se spalmata negli anni e se divisa per i 27 paesi dell’Unione, ma capace di dare il segno della necessità di lavorare in questa direzione, sapendo che il momento è grave e si deve fare o almeno tentare l’impossibile.

L’Italia potrebbe in questo modo cercare di aggredire i motivi di fondo dei suoi ritardi, quelli che ci costringono sempre negli ultimi posti nelle classifiche dello sviluppo. C’è una grande disponibilità delle forze produttive e sociali del paese, pronte a fare quanto possa servire. Sempre però, su questo le parti sociali sono state giustamente intransigenti, che non si abbandonino i criteri di giustizia ed eticità a suo tempo decisi. Benissimo tutto quello che può accelerare la ripresa dei cantieri e l’avvio concreto dei lavori perché i benefici su tutta l’economia siano reali, ma senza arrendersi a chi vuole ripristinare il Far West. Dobbiamo tornare a crescere, ma non a qualsiasi costo.

Massimo Mascini

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Direttore responsabile de Il diario del lavoro

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