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Home - Approfondimenti - Analisi - Le misure di sostegno al reddito: una strada alternativa per fronteggiare l’emergenza

Le misure di sostegno al reddito: una strada alternativa per fronteggiare l’emergenza

6 Aprile 2020
in Analisi

Il blocco della gran parte delle attività economiche è un evento talmente straordinario da richiedere interventi più radicali anche rispetto a quelli della grande crisi degli anni Duemila.  In una situazione senza precedenti non basta essere tempestivi nelle decisioni ma bisogna fare l’impossibile affinché i rimedi di pronto intervento siano adeguati e (soprattutto) arrivino subito ai destinatari pena inevitabili tensioni sociali e un ulteriore calo della domanda interna.

Quello che succede in questi giorni con la cassa integrazione, viceversa, ci dice che ancora una volta si preferisce percorrere le strade già note.  L’utilizzo in chiave adattativa di strumenti ordinari o il ricorso a magiche “deroghe” come negli anni più duri della crisi, forse inevitabile quando è stato emanato il primo decreto riguardante le zone rosse circoscritte, non doveva essere riproposto nel Decreto “Cura Italia” del 20 marzo.  L’uso degli strumenti ordinari, seppur in parte rimodellati, infatti, non copre pienamente la platea dei potenziali danneggiati,   ripropone una   ingiustificata   differenziazione dei livelli di tutela e, soprattutto, allunga i tempi di risposta a causa della complessità dell’iter di concessione. 

Chi ha dimestichezza con tali procedure sa che, per quanto siano stati eliminati alcuni adempimenti intermedi, è comunque impossibile effettuare il pagamento diretto entro il 15 aprile, visto che una stima ragionevole dei tempi tecnici è non inferiore ai 60 giorni. In tempi normali il datore di lavoro anticipa il pagamento della cassa integrazione mentre il pagamento diretto viene utilizzato di rado, solo quando l’impresa versa in precarie condizioni finanziarie.  L’anticipazione è l’unico modo per accorciare i tempi di erogazione, ma ovviamente non è pensabile che ciò avvenga nella situazione attuale con la quasi totalità delle piccole e medie aziende prive di liquidità e alle prese con enormi problemi di sopravvivenza.

Ancora più criticabile è l’idea di riesumare la cassa in deroga per le imprese al di fuori dal campo di applicazione degli strumenti ordinari, riproducendo lo stesso complicato sistema di gestione che già aveva fatto tribolare nel periodo della grande crisi 2009-2011, senza trarre di conseguenza alcuna lezione da quella esperienza.  Non sembra adeguato il ricorso a questo istituto perché per diventare operativo prevede un’intesa Stato/Regioni, un Accordo Quadro a livello regionale tra Regione e parti sociali, una procedura di autorizzazione in capo alla Regione, la trasmissione dei decreti all’Inps, che a sua volta attiva la procedura per il pagamento diretto, ma solo entro i limiti delle disponibilità di cassa che la Regione ha alimentato con risorse trasferite dallo Stato.  Anche nelle Regioni, che avevano ben gestito le casse in deroga ai tempi della grande crisi e che hanno   dato il via alla presentazione delle domande, i problemi sono notevoli. Nel caso della cassa in deroga, infatti, non essendo possibile autorizzare oltre i limiti dello stanziamento disponibile, è necessario attendere la presentazione dei consuntivi al fine di verificare l’effettivo numero di giornate di sospensione utilizzate. Naturalmente questa scelta, se da un lato ha il vantaggio di monitorare con precisione l’andamento della spesa, ritarda l’avvio dell’ultima fase della procedura, vale a dire la messa in pagamento degli importi da parte dell’Inps. La corretta gestione dei flussi informativi tra Regione ed Inps per il monitoraggio della spesa è ancora più necessaria se la misura è finanziata attraverso una riprogrammazione dei fondi europei non ancora utilizzati.

L’aspetto non sufficientemente valutato è dato dall’oggettiva inutilità di attivare i complessi meccanismi previsti per i regimi ordinari o quello ancor più farraginoso della cassa in deroga, quando l’unico risultato da conseguire è garantire la continuità di reddito per il periodo di vigenza dello stato d’emergenza.  Le conseguenze di questo peccato originale sono molto pesanti: grande spreco di energie, sovraccarichi di procedure e adempimenti che mandano in crisi strutture già colpite dall’emergenza sanitaria -Inps, professionisti e consulenti, patronati- e il collasso dei sistemi informatici.  I costi di transazione sono eccessivi sotto il profilo economico e sociale, per non parlare dei rischi dal lato del consenso.  Infatti, dall’errore iniziale, come una piena torrentizia, si riversa a valle una alluvione di proteste, cui segue lo scarico di responsabilità e il riemergere di vecchie polemiche sull’eccesso di   burocrazia, e così via. 

Ciò premesso c’è ancora tempo per rimediare? quale potrebbe essere un approccio alternativo e su quali provvedimenti dovrebbe essere incardinato?  Un diverso corso di azione è possibile. L’assunto è questo: la dichiarazione dello stato d’emergenza epidemiologica determina direttamente ed indirettamente una forzata limitazione delle attività economiche e produttive, con conseguente sospensione o riduzione delle prestazioni lavorative.  Si tratta dell’equivalente di un blocco di una parte delle funzioni vitali durante la fase di coma, come è stato suggerito nella metafora proposta da Paul Krugman (Notes on the economic coronacoma, in “StarTribune”, 2.04.2020).  Non ha importanza quali siano le cause specifiche (ottemperanza all’obbligo di chiusura, caduta della domanda, difficoltà ad adeguare l’ambiente di lavoro alle disposizioni anti-contagio, mancanza di materie prime, mancanza di liquidità ecc.), ciò che rileva è l’esigenza di garantire il reddito ai lavoratori, a tutti i lavoratori indipendentemente da qualsiasi loro qualificazione. 

Non è perciò possibile disegnare una misura secondo i tradizionali criteri classificatori: non è un ammortizzatore sociale, non è una misura assistenziale, non è una provvidenza limitata a un gruppo specificato. Si tratta invece di un aiuto straordinario e temporaneo   per superare l’emergenza. Ciò che servirebbe nell’immediato è di conseguenza una misura temporanea unica, che garantisca a ciascun lavoratore, senza distinzione di categoria, settore, classe dimensionale d’impresa, tipologia di rapporto, requisiti d’accesso, la salvaguardia del posto di lavoro   e   un reddito sotto forma di indennità sostitutiva della retribuzione per le ore non lavorate.  Una misura assimilata alla CIG, ma solo per gli effetti giuridici che si determinano (sospensione degli obblighi retributivi in capo al datore di lavoro; determinazione della misura dell’indennità; contribuzione figurativa). L’unico elemento che rileva è che l’interruzione o la riduzione dell’attività lavorativa si sia verificata in vigenza dello stato di “emergenza epidemiologica da COVID-19” e che riguardi lavoratori che alla data del 23 febbraio 2020 risultino alle dipendenze del datore di lavoro richiedente. Ogni altro requisito e condizione di ammissibilità, previsti   per gli istituti ordinari di integrazione salariale, è inutile.

Ciò consentirebbe di semplificare al massimo la procedura di attivazione ed i connessi adempimenti telematici. Poiché non sono necessari accertamenti istruttori, è sufficiente che il datore di lavoro presenti all’Inps l’istanza, compilando solo i dati essenziali del modello in vigore per la CIGO, con causale “Covid-19 nazionale”, unitamente al modello SR41 contenente i dati anagrafici dei dipendenti, l’IBAN del conto corrente su cui accreditare le somme e le ore di sospensione/riduzione.    Contestualmente invia una comunicazione alle organizzazioni sindacali a scopo informativo.  Se il datore di lavoro dichiara di non poter corrispondere l’anticipazione del trattamento, l’Inps avvia immediatamente la procedura per il pagamento diretto ed il lavoratore può accedere al prestito bancario, così come previsto dalla convenzione tra il Ministero del Lavoro, l’Abi e i sindacati.  

Il finanziamento della misura non deve gravare sui fondi di gestione degli ammortizzatori ordinari di cui ci sarà purtroppo molto bisogno per affrontare le ricadute occupazionali del post emergenza sanitaria, ma deve essere assicurato con altre risorse, ricorrendo a forme atipiche di copertura.  Per non ritardare i pagamenti si può tuttavia prevedere il ricorso temporaneo a tali fondi, come mero prelievo di cassa, con previsione di reintegro a consuntivo. 

Il veicolo normativo per introdurre la nuova disciplina si potrebbe individuare nell’imminente Decreto legge che il governo si accinge a varare, sospendendo nel frattempo la cassa in deroga. Le Regioni avranno un vantaggio da questa sospensione, potendo riservare le risorse dei POR regionali per finanziare specifiche politiche anticrisi a base territoriale. I vantaggi sotto il profilo economico e sociali sarebbero rilevanti, ma ancor più importante è riconquistare la fiducia dei lavoratori, delle imprese e dei professionisti.

Paolo Feltrin e Sergio Rosato

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