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Home - Approfondimenti - Interviste - Lignola, le relazioni industriali dopo la pandemia

Lignola, le relazioni industriali dopo la pandemia

di Tommaso Nutarelli
2 Aprile 2020
in Interviste

L’emergenza del coronavirus lascerà una traccia forte e duratura su ogni aspetto della nostra vita sociale ed economica. Anche le relazioni industriali non saranno immuni da questo cambiamento. Michele Lignola, Direttore Generale dell’Unione Industriali Napoli, fa il punto col Diario del lavoro su quelle che potranno essere le prospettive future, quando ci saremo lasciati alle spalle la crisi sanitaria.

Lignola, che prospettive dobbiamo aspettarci, una volta che sarà passata questa bufera?

L’aver vissuto una situazione così terribile e dolorosa dovrà farci riscoprire una maggiore solidarietà e una maggiore concordia. E questo a tutti i livelli. Si dovranno ripensare molte cose, come la globalizzazione, i sovranismi che ultimamente sono emersi, e anche il nostro modo di relazionarsi al mercato e al consumo. Anche l’Europa si trova davanti a un bivio importante. In momenti come questi deve emergere lo spirito europeo, che molte volte professiamo di avere. Insomma è ora che possiamo capire se siamo ciò che affermiamo di essere o no.

La prospettiva di una maggiore unità dell’azione sindacale o anche l’idea di un sindacato unico, crede si rafforzerà, una volta superata la crisi?

Penso che l’idea di una maggiore unità sindacale sarà molto più forte di prima. Ci siamo ormai lasciati alle spalle l’epoca delle ideologie che, se da un lato avevano il pregio di offrire un orizzonte di valori di riferimento, dall’altra impedivano ogni tipo di spinta unitaria e cooperativa, a causa dell’eccessiva radicalizzazione di alcune posizioni. Oggi non è più così, e questa crisi potrà di certo accelerare una maggiore convergenza all’interno dell’azione sindacale, come ipotizzato da Landini, che aveva parlato per il futuro di un unico sindacato confederale.

Passata l’emergenza, finirà la disintermediazione, che ha caratterizzato il rapporto tra politica e parti sociali negli ultimi anni, o no?

Davanti alle parti sociali si presenta una grande opportunità per riaffermare il proprio ruolo, bisogna vedere se saranno in grado di coglierla. Certamente negli ultimi anni c’è stata un’azione incessante da parte della politica nel perseguire la disintermediazione e pertanto la delegittimazione dei corpi intermedi. Tutto questo ha portato a un naturale impoverimento del capitale sociale, per un paese come il nostro che si fonda su una democrazia rappresentativa e quindi sul principio della delega. La politica ha ricercato un rapporto diretto con l’elettorato, esautorando anche gli stessi partiti. Non dobbiamo dimenticare che in passato sindacati e partiti svolgevano un’opera di selezione e formazione della futura classe dirigente. Una volta passato questo tsunami tutti dovremo ‘registrare’ nuovamente il nostro ruolo nella società, in base a ciò che possiamo dare. I corpi sociali possono e debbono benissimo rilanciarsi.

Accanto alla disintermediazione, si è registrato un progressivo interventismo della politica nel terreno delle relazioni industriali. Pensa che ci sarà una risposta dei suoi attori a questa perdita di libertà?

Le relazioni industriali hanno avuto per molto tempo la responsabilità di disciplinare in sostanziale autonomia il mondo del lavoro, un’autonomia che ultimamente il decisore politico ha cercato di intaccare, attraverso potenziali interventi, come lo stabilire un salario minimo per legge. È un qualcosa di cui non si avverte alcun bisogno perché la maggior parte del lavoro è regolamentato dai contratti nazionali e, comunque, ove questi non fossero applicabili a specifiche fattispecie la giusta retribuzione è assicurata dall’articolo 36 della Costituzione. Dunque sono convinto che le relazioni industriali debbano mantenere la propria autonomia, anche perché hanno la capacità, e l’hanno sempre dimostrata, data la loro prossimità al mondo del lavoro e dell’impresa, di trovare nuove soluzioni, che spesso  vengono poi estese dal legislatore.

Crede che ci sarà un maggior protagonismo del sindacato, anche grazie a una cassetta degli attrezzi più ricca, per intervenire più rapidamente sulle criticità?

È certamente uno scenario interessante e possibile, vedremo. Quello che è importante, per affrontare la fase della ripresa, è l’azione di salvaguardia del lavoro e delle tutele che sindacato e parti datoriali hanno sempre svolto. Certo sarebbe molto importante dare piena attuazione al Patto della Fabbrica, ribadendo l’importanza del contratto nazionale, come cornice, ma ancor più della contrattazione decentrata. Inoltre non possiamo più rimandare la sfida sulla produttività, che il nostro sistema paese ha troppo a lungo rimandata, perdendo competitività sempre più nei confronti dei paesi concorrenti. Dobbiamo tenere presente inoltre l’importanza che riveste l’export per la nostra economia. C’è infine la sfida, non secondaria, di Industria 4.0, che in questo momento non sembra di pressante attualità ma che invece è di straordinaria rilevanza ed urgenza.

Servirà un modo diverso di pensare la contrattazione per affrontare la ripresa?

La contrattazione nazionale non potrà abdicare alla sua funzione di cornice e orientamento. Certamente dovremo avere una maggiore attenzione alla contrattazione decentrata, dove effettivamente si possono cogliere quelle che sono le buone prassi, e si possono premiare la qualità e la produttività, garantendo la necessaria capacità competitiva dell’impresa. Il contratto nazionale non è in grado di cogliere adeguatamente quegli obiettivi per la varietà delle situazioni aziendali, cui si riferisce, e per la naturale distanza dalle singole strategie d’impresa.

Fino a questo momento si è parlato molto di una maggiore partecipazione del sindacato all’interno dell’azienda, senza però vedere passi in avanti concreti. Pensa che ci potranno essere dei cambiamenti?

Le nostre relazioni industriali si fondano su un modello di confronto fra le parti sociali caratterizzato dal conflitto, dal contrasto degli interessi rappresentati. Negli ultimi quaranta anni la nostra storia di relazioni sindacali testimonia l’adozione di numerosi modelli di partecipazione che promuovevano un maggiore coinvolgimento delle organizzazioni sindacali negli obiettivi e programmi dell’impresa e individuavano modalità per prevenire e comporre conflitti sindacali. Per progredire in questa direzione, come potrebbe essere auspicabile, serve prima di tutto un cambio di paradigma culturale.  Di certo non si può pensare alla presenza del sindacato nei consigli di amministrazione, nella nostra realtà. Ma al livello territoriale potrebbe assumere un ruolo da protagonista sociale proponendo una visione dello sviluppo possibile  in base al quale contribuire ad orientare le scelte che il territorio deve compiere.

Muterà l’organizzazione del lavoro?

La crisi ha accresciuto in maniera esponenziale l’uso dello smart working. L’eredità di questa esperienza non potrà di certo essere accantonata nell’organizzazione futura del lavoro.

Ci sarà anche una trasformazione nelle strategie e nelle scelte delle aziende, ad esempio in termini di riaccentramento di alcuni processi produttivi?

Penso di sì. Il fenomeno del reshoring è un qualcosa in atto già da diverso tempo, per motivi di mercato, di costi e per i dazi. Certamente l’epidemia ha messo in evidenza alcune nostre debolezze nella disponibilità di beni che al momento sono essenziali e che il mercato aveva scartato. Dovremo riflettere anche su questo.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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