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Home - Blog - L’Italia dei parafascisti

L’Italia dei parafascisti

di Giuliano Cazzola
1 Ottobre 2018
in Blog
L’Italia dei parafascisti

Come deve comportarsi una forza politica per essere definita (neo, proto, simil, para, ecc.) fascista?  I suoi militanti devono indossare la camicia nera, purgare con l’olio di ricino e bastonare  con il ‘’santo manganello’’ gli avversari politici? Magari, se perdono la pazienza, possono pure incendiare una Camera del Lavoro, la sede di un partito o la redazione di un giornale di opposizione?  Devono spezzare le reni alla Grecia? Devono aggiungere la loro ad altre otto milioni di baionette? Non importa prendersi tanto disturbo. In fondo, anche le culture autoritarie evolvono, soprattutto quando i loro adepti  hanno assaggiato il frutto proibito della libertà e ritengono irrinunciabili alcune ‘’uscite di sicurezza’’, individuali e di gruppo. In un mondo divenuto – ci perdoni la Casaleggio spa – un villaggio globale si è formato un benchmark delle condizioni di vita che difficilmente può discendere, dove è possibile, al di sotto di una certa soglia.

Del resto, andando indietro nel tempo, nessuno si azzarderebbe a paragonare il comunismo di Breznev a quello di Stalin o il falangismo post-bellico di Franco (nonostante il ricorso, talvolta, alla garrota per le esecuzioni capitali) a quello immediatamente successivo alla guerra civile. Ma non divaghiamo.  Io sostengo che il nostro Paese sta scivolando lungo una deriva di cultura fascista che (almeno per ora) non si esprime attraverso la prevaricazione e la violenza (tranne quella che viaggia sui social, ad ulteriore conferma che, come nel secolo scorso, con la radio e il cinema, il fascismo di nuovo conio ha saputo usare meglio degli avversari i mezzi di comunicazione di massa), ma che sta progressivamente penetrando nel dna della società italiana. Ciò che contraddistingue una cultura sono essenzialmente i suoi valori, che si trasformano e si rinnovano col passare del tempo, ma che, alla fine, sono sempre gli stessi nei loro tratti fondamentali. Riemergono in Europa (in Italia sono già egemoni) quelle che Macron, nel suo storico discorso alla Sorbona, definì ‘’le passioni tristi’’ del Vecchio Continente: il nazionalismo, l’identitarismo, il sovranismo e (perché no?) il razzismo. Passioni che si autoproclamano giustificate e purificate dal voto del popolo e pertanto, dall’espressione della democrazia.  Winston Churchill disse che la democrazia è il peggiore di tutti i regimi eccezion fatta eccezione per ogni altro. Ed è sicuramente vero se ci si limita alla democrazia rappresentativa.

 Ma come può un sistema politico che si nutre di un consenso a breve termine (le scadenze elettorali) prefigurare scenari proiettati avanti di decenni e politiche che solo allora potranno raccogliere i frutti promessi?  Qualche maligno ‘’apprendista stregone’’ in malafede sostiene che le nuove tecnologie sono in grado di consentire il passaggio a forme di democrazia diretta (da chi?), attraverso le quali si esprimano i cittadini. Ma si tratta del peggior autoritarismo mai prodotto da quando gli esseri umani hanno cominciato a vivere in comunità, a darsi delle regole e delle istituzioni. Assisteremmo al trionfo della logica del ‘’tutto, subito e comunque’’ che non porterebbe da nessuna parte e che sarebbe orientata da chi detiene gli strumenti della tecnologia. Soprattutto, un sistema siffatto sarebbe privo di prospettiva. Anche quando il governo (come disse Abramo Lincoln a Gettysburg nel 1863) ha origine e si definisce from the people, by the people, for the people sono le élites le vere protagoniste della storia, sia che si esprimano attraverso le tecnocrazie (il Fondo monetario internazionale, la Bce, per esempio), sia mediante gli organismi sovranazionali (la Commissione europea e le istituzioni ad essa collegate) oppure nell’ambito di una singola nazione, attraverso l’alleanza delle forze migliori.   Solo le élites – per cultura, formazione, esperienza  e, soprattutto, estraneità al gioco degli interessi contingenti – sono portatrici di una visione di progresso e di trasformazione. La  trojka (Ue+Bce+Fmi) ha salvato dalla bancarotta i Paesi su cui è intervenuta proprio perché è stata in grado di prendere le decisioni opportune senza dover ricorrere al consenso. La Bce, con  lo storico  ‘’whatever it takes’’ di Mario Draghi, è venuta in soccorso dell’Eurozona senza dover chiedere il permesso a nessuno: è bastato il voto di un board  composto da persone nominate. Non è un caso, allora, che la marea populista (vera e propria pestilenza particolarmente vigorosa in Italia) abbia preso di mira (aggredendolo con l’utilizzo spietato della ‘’arma chimica’’ dell’invidia sociale) l’establishment, non per quello che esso rappresenta nei diversi Paesi, ma perché ha capito che lì stava il fortilizio da espugnare per ripristinare (con il pretesto del primato della politica e della sovranità di una nazione) scelte di governo con la testa rivolta all’indietro.

La concezione della democrazia diretta delle forze sovranpopuliste  convive con il principio del Führerprinzip, traducibile in “principio del capo” o, ancor meglio, in “principio di supremazia del capo”, che era il caposaldo dell’ordinamento statuale dei totalitarismi del secolo scorso. La volontà del ‘’capo’’ non si esercita, come principale fonte di diritto, solo sul piano interno dei partiti e dei movimenti. Ma si trasferisce nelle istituzioni – come sta avvenendo in Italia sotto i nostri occhi – quando i ‘’capi’’ diventano ministri. Allora non esistono più regole, leggi, ma solo ordini, direttive. ‘’Gli apparati devono fare ciò che impone loro la politica’’, tuona Giggino Di Maio, vanificando in tal modo decine di  riforme della pubblica amministrazione il cui obiettivo era quello di distinguere la responsabilità politica dalla gestione operativa. ‘’I burocrati hanno troppi poteri – aggiunge di rincalzo il ministro-ragazzino –  bisogna abolirne qualcuno’’.  Certo; il fascismo costrinse i dipendenti pubblici – compresi i docenti universitari – a giurare fedeltà al regime. I nostri, per ora, non arriveranno a tanto. Ma, nel frattempo, minacciano di rappresaglie quelli che non si adeguano. Si è mai visto un ministro della Giustizia criticare pubblicamente una libera votazione del CSM? E non si tiri fuori la questione sociale. Il fascismo, in Italia, si è intestato la promozione delle istituzioni fondamentali del welfare di mano pubblica, giunte fino ai nostri giorni come ‘’costituzionalizzate’’ nell’articolo 38 della Carta.

Addirittura, vi era, nel Pnf, persino una corrente di sindacalisti (guidata da Edmondo Rossoni) che faceva, da sinistra, la fronda a Mussolini. I nuovi caporioni (s)fascisti non si tirano certo indietro se si tratta di gettare soldi dall’elicottero per finalità apparentemente sociali. Anzi, se ne vantano. E la gente è con loro. Siamo ormai ai fascisti della porta accanto, quelli che incontriamo sulle scale il mattino mentre portano a spasso il cane o che fanno la fila insieme con noi alle casse del supermercato. Non si esibiscono nel saluto romano, dicono gentilmente ‘’buongiorno’’ e ‘’buonasera’’, ma in cuor loro si esaltano per l’esibizione di muscoli della nostra classe dirigente. E spernacchiano Macron e la Merkel quando compaiono sugli schermi televisivi. Se ‘’navigano’’ non si sottraggono ad insultare Laura Boldrini.  Magari sono lavoratori, pensionati, artigiani, commercianti, casalinghe: hanno cambiato visione del mondo senza accorgersene. Sono diventati parafascisti a loro insaputa. Ecco perché la grande sfida del mondo moderno non è più quella tra la classe lavoratrice e il padronato (o il capitalismo, se si vuole), ma, da una parte, tra i sostenitori di una società aperta, integrata a livello internazionale, dove le libertà politiche poggiano su quelle economiche e i sovranisti, dall’altra, protesi a rinchiudersi in un patriottismo d’accatto, foriero nella storia di sciagure tremende. Un patriottismo  malato che – è stato detto – è rimasto l’ultimo rifugio delle canaglie.

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Giuliano Cazzola

Giuliano Cazzola

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