Il progetto REMAKING, REmote-working Multiple impacts in the Age of disruptions: socioeconomic transformations, territorial rethinKiNG, iniziato a febbraio 2024, coinvolge 14 partner europei e si focalizza su 4 casi di studio: il nomadismo digitale, il periodo post-pandemia, i settori altamente hi-tech e i lavoratori da remoto costretti a fuggire da situazioni di guerra. I casi di studio comprendono 7 paesi, Italia, Grecia, Portogallo, Germania, Repubblica Ceca, Ucraina, Irlanda, in 19 aree urbane-rurali.
I dati del progetto, che vede come capofila Marco Di Tommaso, ordinario di economia applicata all’Università di Bologna, e come partner il Dipartimento DAStU del Politecnico di Milano, con il team guidato dalla professoressa Ilaria Mariotti, sono stati ottenuti attraverso delle interviste su 14mila lavoratori europei della conoscenza che possono lavorare da remoto. La ricerca rivela che il 41,8% dei lavoratori europei intervistati lavora da distanza almeno in parte. Le evidenze raccolte confermano che un’organizzazione ibrida del lavoro sia la preferita dai lavoratori. Questo consente una maggiore conciliazione, avere maggior tempo a disposizione per gli impegni di cura o gli hobby.
Per il documento il lavoro da remoto rappresenta un’opportunità strategica per l’Ue per modernizzare i mercati del lavoro, ridurre le disuguaglianze regionali e migliorare il benessere dei lavoratori, a condizione che sia sostenuto da politiche coordinate e lungimiranti che rispettino le diversità nazionali promuovendo al contempo valori condivisi. Infatti, nonostante l’accelerazione imposta dalla pandemia sulla convergenza di pratiche regolatori, permangono ancora forti disparità, tra cui l’accesso diseguale alle infrastrutture digitali, il limitato coordinamento fiscale transfrontaliero e l’assenza di una normativa comunitaria. sul lavoro da remoto.
Lo studio propone una strategia europea articolata in fasi per affrontare le seguenti questioni. Nel breve termine formalizzare gli accordi sul lavoro da remoto transfrontaliero, aumentare le detrazioni fiscali per l’home office e introdurre una raccomandazione su standard minimi per il lavoro da remoto. Nel medio termine istituire uno status reciproco di Nomade Digitale, sviluppare un catalogo Ue delle competenze per il lavoro da remoto e lanciare un fondo per la transizione del luogo di lavoro digitale. Nel lungo termine: incentivare l’inclusione del lavoro da remoto nella contrattazione collettiva, aggiornare la direttiva sull’orario di lavoro per garantire tutele adeguate all’era digitale e integrare indicatori sul lavoro da remoto nei parametri del Green Deal.
Nel report è inoltre presente un caso studio sul Comune di Milano. Lo scorso novembre sono stati intervistati 56 dipendenti, con i quali sono state affrontate le seguenti tematiche: valutazione complessiva e soddisfazione dell’esperienza di smart working, flessibilità e autonomia, attrezzature e strumentazione, carico di lavoro, interazioni sociali, clima di fiducia e collaborazione.
Dai risultati emerge una valutazione complessiva decisamente positiva dell’esperienza di smart working. Gli intervistati associano lo smart working a un miglioramento dell’equilibrio tra vita professionale e privata e a un maggiore livello di benessere. La possibilità di lavorare in smart working per due giorni alla settimana è considerata uno dei principali fattori di fidelizzazione e di attrazione dei talenti. Inoltre, a contribuire a tale soddisfazione vi sono principalmente l’eliminazione degli spostamenti casa/lavoro, il risparmio di tempo, la riduzione di fatica, stress e dei costi di trasporto.
I dipendenti del Comune di Milano valutano molto positivamente la possibilità di svolgere le proprie mansioni lavorative anche in luoghi di “near working”, ovvero spazi dedicati in uffici decentrati del Comune o biblioteche pubbliche al fine di ridurre gli spostamenti casa-lavoro. Gli intervistati hanno altresì individuato alcuni oneri pratici, come la necessità di doppia attrezzatura. Tra i possibili rischi individuati dagli intervistati vi sono il senso di isolamento nei giorni di lavoro da remoto, la riduzione delle interazioni informali e possibili dinamiche di sfiducia in alcuni team di lavoro.
“I risultati di questa ricerca – ha dichiarato Marco Carlomagno, segretario generale della FLP nel corso del workshop che si è tenuto a Milano – confermano quello che sosteniamo da tempo. Il lavoro a distanza, se ben regolamentato e organizzato in forma ibrida, è uno strumento fondamentale per migliorare la qualità della vita dei lavoratori pubblici, per favorire la conciliazione vita-lavoro e per rendere più attrattiva la pubblica amministrazione”.
“È fondamentale però – ha proseguito Carlomagno – che vengano garantiti i diritti dei lavoratori, a partire dal diritto alla disconnessione, dai rimborsi per le attrezzature e dalla tutela contro forme di controllo invasivo. Servono politiche integrate tra diversi livelli istituzionali e una vera innovazione organizzativa nei modelli di leadership”.























