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Home - Approfondimenti - Analisi - Marazza, piu’ confederalita’ per bilanciare interessi

Marazza, piu’ confederalita’ per bilanciare interessi

22 Giugno 2009
in Analisi

di Marco Marazza

Come dovrebbe essere il sindacato di domani? Anzitutto più confederale, perché solo quel tipo di struttura sindacale può esprimere un efficace, quanto indispensabile, bilanciamento tra interessi particolari e interessi generali. Soprattutto quando la contingente situazione dell’economica reale impone alle parti sociali di assumere sempre più frequentemente atteggiamenti negoziali difensivi piuttosto che rivendicativi.
Le ultime grandi trattative lo hanno dimostrato chiaramente. Le associazioni sindacali nate e cresciute per la rappresentanza di interessi troppo settoriali (un tempo li avremmo definiti “di mestiere”) o per la radicalizzazione di forme di microconflittualità esclusivamente finalizzate al governo del dissenso non sono strutturalmente idonee né a garantire la stabilità del confronto industriale né ad affrontare gli scogli di un negoziato “di crisi”. Per un verso a causa della eccessiva e assorbente immedesimazione del rappresentante nel rappresentato e, per altro, in ragione dell’impossibilità di conciliare sindacalismo “di lotta” con il sindacalismo “di governo”.
Nel sindacato confederale, al contrario, l’immedesimazione del rappresentante nel rappresentato si stempera nel rapporto tra rappresentante aziendale e rappresentante di categoria, tra rappresentante di categoria e rappresentante confederale e, infine, tra quest’ultimo e il segretario generale. Diversi livelli di rappresentatività, culturalmente consolidati, cui corrispondono altrettanti livelli di interlocuzione capaci di guardare il medesimo problema in una prospettiva – quando necessario – sempre più ampia e sempre più coordinata con l’interesse generale. Prospettiva assai utile anche per evitare la radicalizzazione di un conflitto fine a se stesso sia per la maggiore responsabilità che dovrebbe caratterizzare l’azione di soggetti chiamati ad intercettare interessi generali che, soprattutto, per la molteplicità dei punti di equilibrio che possono emergere su tavoli negoziali articolati in più livelli.
Può dunque essere opportuno incentivare questo modello di rappresentatività sia da un punto di vista negoziale che legislativo.
In via negoziale, lasciando – ove possibile – che le stesse parti sociali sviluppino diverse tipologie di raccordo tra associazioni di settore, in alcuni casi più efficaci nella valorizzazione delle professionalità rappresentate, e il sindacato confederale. Accordi politici, affiliazioni di primo e secondo livello, vere e proprie incorporazioni e, più in generale, ogni ulteriore strumento capace di valorizzare l’azione del sindacato di settore nella categoria, ma di ristabilire il primato vincolante del sindacato confederale nei superiori livelli di confronto.
In via legislativa, assegnando al solo sindacato dotato di una struttura confederale sia la legittimazione ad accedere alla legislazione di sostegno dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro (titolo III della legge n. 300 del 1970) che la possibilità di utilizzare gli specifici strumenti di tutela previsti dalla legge (art. 28 della legge n. 300 del 1970). Un’esigenza ben avvertita dagli operatori del settore se è vero, come è, che solo nel 2008 per ben due volte la Suprema Corte di Cassazione ha precisato – modificando il precedente orientamento – che il requisito della dimensione nazionale del sindacato necessario per la legittimazione ad agire per la repressione della condotta antisindacale impone di verificare che il sindacato sia firmatario di contratti collettivi nazionali di lavoro giacchè solo questo elemento può testimoniare l’effettività della dimensione nazionale di un’organizzazione sindacale.
Un percorso di tal genere finalizzato a un più deciso sostegno al sindacato confederale si può reggere su due fondamentali presupposti. La garanzia della piena ed effettiva democraticità dei meccanismi di funzionamento del sindacato, a partire dal momento di composizione degli organi di vertice. La riconsiderazione del dogma dell’unità sindacale in nome di un ritrovato spirito di genuina concorrenza da sottoporre a periodiche verifiche di consenso.
Profilo diverso, infine, è quello dei contenuti dell’azione del sindacato di domani. Sarebbe complesso in questa sede entrare nel merito delle molteplici sfide, già ampiamente evidenziate da chi è intervenuto in questo interessante dibattito, che attendono tutte le parti sociali. Ma almeno due, a parere di chi scrive, sono le questioni di fondo.
In primo luogo il sindacato di domani dovrebbe essere più concentrato sul core business della rappresentanza dei lavoratori, che rimane una cosa ben diversa dalla rappresentanza dei più ampi e trasversali interessi cui si rivolge la politica.
Per quanto riguarda invece i termini essenziali di un nuovo patto per lo sviluppo credo che il sindacato possa con forza rivendicare, quale contropartita della necessaria e non più procrastinabile rielaborazione dello statuto protettivo del lavoro, una maggiore partecipazione alla vita dell’impresa, necessaria per incrementare la trasparenza del confronto, nonché una solida politica di contrasto all’evasione fiscale e agli illeciti relativi alla contabilità societaria, sorretta da un adeguato sistema sanzionatorio. Presupposti essenziali, a mio avviso, per poter avviare una radicale riforma in un clima di reciproca fiducia. 

(Tutti gli interventi nella rubrica Opinioni)

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