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Home - Approfondimenti - Interviste - Martini, la sicurezza sul lavoro deve essere una battaglia di tutti, solo cosi’ si puo’ vincere

Martini, la sicurezza sul lavoro deve essere una battaglia di tutti, solo cosi’ si puo’ vincere

di Alessia Pontoriero
27 Aprile 2018
in Interviste

Franco Martini, segretario confederale della Cgil, in questa intervista al Diario del Lavoro fa il punto sulle iniziative da mettere in campo per stroncare l’atroce piaga dei morti sul lavoro e ribadire i principi cardine della sicurezza, tema a cui le tre confederazioni dedicano quest’anno le celebrazioni del Primo Maggio.

Martini, un Primo Maggio dedicato alla sicurezza sui posti di lavoro. Quale messaggio volete mandare, come sindacato?

Oltre alla denuncia, il Primo Maggio vorremo lanciare un messaggio, forte e chiaro: questa battaglia si può vincere se è battaglia di tutti, lavoro, impresa e istituzioni, ognuno nelle sue funzioni, ma tutti quanti dentro un progetto strategico condiviso. E dobbiamo anche diffondere l’idea che la salute e sicurezza sul lavoro è battaglia che deve tenere insieme il passato con il futuro. Da un lato, si continua a morire come mezzo secolo fa, soprattutto nei settori più esposti; dall’altro, nuovi lavori sono portatori di nuove preoccupazioni e nuovi rischi. Ed il problema non è solo quello degli infortuni, sui quali basterebbe pensare alla condizione dei tanti giovani che sfrecciano sulle nostre strade in bicicletta, per consegnare pizze e cibo ordinato attraverso una piattaforma digitale, oppure, coloro che in Amazon, quella che viene considerata la cattedrale della modernità, percorrono anche fino a 20 chilometri a piedi tutti i giorni, dentro quei capannoni immensi. Bisogna anche dedicare nuova attenzione al fronte delle malattie professionali, perché anche qui si concentrano tante novità che non abbiamo ancora del tutto colto le implicazioni. Sempre a Amazon, ci parlavano dei riders, incaricati di svuotare i furgoni con le consegne a domicilio entro 24 ore, che fanno uso degli spicofarmaci per la tensione accumulata, come in altri settori, quale quella del credito.

Tutte le questioni riconducono al tema di fondo, cos’è il lavoro? Quale lavoro vogliamo? La nostra risposta è riportare al centro il valore delle persone, della loro dignità, dei loro diritti. Se uno sviluppo non assume la persona come paradigma centrale, confonderemo mezzo e fine, il benessere delle persone è il fine della nostra azione e dev’essere il fine delle politiche per lo sviluppo. Per questo ancor più di sempre, questo Primo Maggio dovrà rappresentare un appuntamento dell’intero Paese e non solo del mondo del lavoro.

Il tema della sicurezza più che un tema è un bollettino di guerra. Dall’inizio del 2018, 159 infortuni mortali sono troppi. Cosa sta succedendo nel nostro paese?

Esiste una coincidenza preoccupante: è ripartita l’economia, è tornata a crescere la produzione, e sono tornati a crescere gli infortuni. Potremmo limitarci a dire che si tratta di un fatto puramente statistico, più si lavora e più aumenta il rischio. In realtà, il vero problema è un altro, guardando ai settori più colpiti e alle principali causali di infortuni mortali. Edilizia, agricoltura, logistica stanno in testa alle tragiche graduatorie e in questi settori si continua a morire come si moriva mezzo secolo fa, cadute dall’alto nei cantieri, ribaltamnto dei mezzi di lavoro in agricoltura, per fare alcuni esempi. La conclusione è ovvia, qual’e’ la natura di questa ripresa? Pare sempre più evidente che si tratti di una ripresa che ricalca in buona parte le contraddizioni del passato. C’è una parte del mondo della imprese che ritiene di dover agganciare la  ripresa proseguendo nell’opera di svalutazione del lavoro, quando -lo sappiamo- l’unica via per rendere stabile la crescita dell’economia è agire sulle leve della qualità e dell’innovazione. Il trend negativo degli infortuni deve rappresentare un campanello d’allarme, per richiamare la politica e le pari sociali, sulla bassa qualità che ancora prevale nel nostro sviluppo.

Si è svolto un incontro la scorsa settimana al Ministero del lavoro sul tema. Lei crede che sia un problema di mancanza di regole o di mancanza di sanzioni severe alle aziende?

Le leggi ci sono, certo, possono sempre essere migliorate, ma quelle che già esistono sono sufficienti per mettere in campo una efficace azione di contrasto contro gli infortuni. Quello che manca nel nostro Paese è una strategia nazionale su salute e sicurezza sul lavoro, come ci viene chiesto dall’Europa. L’Italia è uno degli ultimi paesi a non averla ancora adottata. Una strategia nazionale si basa su due presupposti, il primo è l’ interdisciplinarietà. Per rendere efficace questa azione occorre che allo stesso tavolo siedano, oltre al Ministero del Lavoro, che ha le deleghe in materia, almeno quello delle Infrastrutture, che ha la delega sugli appalti: e sappiamo che gli appalti sono la principale fabbrica di infortuni e illegalità. E come costruire una cultura della sicurezza se non partire fin dalle scuole, tanto più che è partita l’alternanza scuola-lavoro? E potremmo andare avanti, parlando delle risorse pubbliche necessarie per svolgere tutte le funzioni di controllo previste dalle norme. Poi, occorre il coinvolgimento di tutti gli attori sociali e produttivi. La battaglia per la sicurezza non la vince nessuno da solo, non può che essere una azione corale e questo concetto abbiamo voluto ribadire al Ministro del Lavoro e alle Associazioni datoriali.

Il  sistema degli appalti, e quindi la gara al ribasso, e’ un  motivo di risparmio delle aziende che tagliano sulla sicurezza?

Come ho già detto, gli appalti sono una delle principali fabbriche di infortuni sul lavoro e, non a caso, di lavoro nero e  illegale. È del tutto evidente che la ricerca del massimo ribasso comporta un taglio dei costi e tra i costi da tagliare, quelli per la sicurezza sono i primi. Con Cisl e Uil abbiamo fatto in questi ultimi anni un buon lavoro perché il nostro Paese recepisse coerentemente, nel Testo Unico, le direttive comunitarie in materia di appalti. Avvertiamo una certa spinta alla rimessa in discussione di alcuni punti qualificanti del Testo Unico, con l’argomento strumentale che si tratterebbe di una norma farraginosa, che frena lo sviluppo del mercato. Si tratta di posizioni inaccettabili, perché dietro l’idea della semplificazione si cela l’idea di un allentamento del rigore che è necessario mantenere, per combattere l’idea dell’appalto come pratica perversa, fondata sul taglio dei diritti di chi lavora, tra i quali, innanzitutto, quello alla sicurezza.

Anche la flessibilità può essere una componente? Come è possibile formare il lavoratore sulla sicurezza della propria mansione se dopo poco tempo il suo lavoro è già terminato? Alle aziende conviene formare un lavoratore se questo è destinato ad essere sostituito?

È chiaro che un mercato del lavoro dove prevale la precarietà, nel quale prevalgono le tipologie contrattuali di breve durata è terreno fertile per la diffusione di lavoro esposto a tutti i fattori di rischio, vecchi e nuovi. Perche mai una azienda dovrebbe fare un investimento in formazione, per un suo dipendente che starà poco tempo in azienda? Ma anche questa è una visione priva di respiro, destinata ad essere perdenti nella competizione globale. Oltretutto, saremo sempre più dentro l’epoca dell’impresa 4.0 e il tempo di lavoro non sarà altrettanto importante delle capacità progettuali del lavoro stesso, quindi, la formazione è il tracciato di rotta verso il futuro. Per queste ragioni, una componente essenziale della politica per la sicurezza, deve essere quella per un mercato del lavoro stabile, qualificato, in grado di interagire con le grandi evoluzioni in atto. Occorre ricordare che esiste un nesso tra salute e sviluppo. I paesi più sviluppati sono quelli che hanno innalzato il livello della salute dei propri cittadini e dei propri lavoratori. Se non viene assunta questa consapevolezza, in tutta la sua importanza, rimarremo sempre un Paese da bassa classifica.

Quali sono le possibili battaglie da mettere in campo per contrastare questo terribile fenomeno?

Intanto, dobbiamo potenziare tutte le iniziative volte ai controlli nei luoghi di lavoro. La carenza di controlli toglie credibilità alle istituzioni e alimenta l’idea di una possibile impunità di chi non rispetta le regole. Abbiamo denunciato la carenza di risorse e abbiamo apprezzato la scelta del Ministro Poletti di assumere nuovi 400 ispettori. Ma non saranno mai a sufficienza, quindi, occorre essere più bravi nel coordinamento tra tutte le istituzioni, Regioni, Comuni, Inail, Inl. E diventa importante il coinvolgimento delle parti sociali, che potrebbe essere potenziato riattivando la commissione consultiva nazionale.

Ma non c’è dubbio che dobbiamo fare un salto di qualità nella contrattazione. Dieci anni di crisi hanno spesso piegato la contrattazione ad un esercizio meramente difensivo. La capacità di intervenire sui processi organizzativi delle imprese si è oggettivamente ridotto, al tempo stesso, sono andate avanti le trasformazioni del lavoro. Vi è un cambiamento paradigmatico del mondo del lavoro, dal luogo fisico e la rappresentanza collettiva, alla crescita dei luoghi virtuali e la dimensione individuale. Ciò impone di ripensare la tradizionale rappresentanza e lo stesso esercizio della contrattazione. In questo contesto, la condizione di lavoro non è più un mero aspetto della prestazione, ma l’essenza stessa della vita lavorativa, la stabilità occupazionale, la condizione salariale, il diritto alla formazione. Salute e sicurezza debbono rappresentare la condizione che accompagna l’intero percorso lavorativo e ciò deve investire tutti i livelli di contrattazione, a partire dal secondo livelli che interviene sulle condizioni concrete, dell’orario di lavoro, dei carichi, ritmi e dell’ambiente stesso. La salute è valore aggiunto per l’impresa e indice di civiltà della società. Questo è il messaggio forte che vogliamo trasmettere il Primo Maggio.

Alessia Pontoriero 

Tags: CgilLavoroSindacatoSicurezza sul lavoroAppalti
Alessia Pontoriero

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