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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Ora tocca a Renzi portare l’Italia fuori dalla palude

Ora tocca a Renzi portare l’Italia fuori dalla palude

14 Febbraio 2014
in L'Editoriale

Come previsto, la staffetta a Palazzo Chigi si è trasformata in un duello all’ultimo sangue che ha contrapposto Matteo Renzi edEnrico Letta, concludendosi con la sconfitta di quest’ultimo. Il premier ha tentato di resistere al “fatti più in la” preteso da Renzi, presentando, a sorpresa e alla vigilia della già annunciata  resa dei conti nella direzione Pd del 13 febbraio, un ampio e ambizioso programma di rilancio del suo governo, dal titolo “Impegno Italia”(lo pubblichiamo integralmente in documentazione).  Non è bastato per ammorbidire il segretario del Pd: nella relazione di apertura alla direzione, Renzi ha definito le 50 proposte per il rilancio del paese un semplice ‘’contributo’’, di cui il prossimo esecutivo terrà conto, certo: ma intanto, accomodarsi all’uscita, grazie. Che’ l’Italia ha bisogno, più che di un piano di governo, di un governo nuovo. Ben 136 membri della direzione hanno votato a favore di Renzi e per le dimissioni di Letta, solo 15 i contrari. Mai era accaduto che il partito dimissionasse, attraverso il voto in un organismo interno, un premier facente parte del proprio gruppo dirigente. Certo, c’erano state le varie congiure contro Romano Prodi: ma seppure ormai entrate nell’immaginario collettivo, si erano svolte talmente dietro le quinte da consentire a Massimo D’Alema di scrivere nei giorni scorsi una lettera aperta al Corriere della Sera per difendersi dall’accusa di aver causato la caduta del primo governo del Professore, nel 1998. Questa volta no: Renzi si è assunto pubblicamente e apertamente la responsabilità di mandare a casa Enrico Letta, fino a pochi mesi fa vicesegretario del suo stesso partito. L’altra, enorme responsabilità che il segretario del Pd, e futuro premier (forse già tra 24 ore avrà l’incarico) si è assunto è quella di dimostrare al paese di poter fare davvero meglio del suo predecessore. Ferme restando le innegabili doti di Renzi (dinamismo, coraggio, velocità nel passare dall’enunciazione al fatto compiuto, forte consenso popolare, ecc), restano tutte intatte le condizioni negative in cui si è trovato ad agire il Governo Letta: economia ferma, disoccupazione in crescita, povertà in aumento, coesione sociale agli sgoccioli. Senza contare che al momento non si vedono alternative possibili nemmeno per quanto riguarda la maggioranza di governo: quindi, ancora larghe intese, si suppone. Riuscirà Renzi a modificare questa situazione? Molto dipenderà dalla squadra di ministri che metterà insieme. E qui c’è da dire che le indiscrezioni del classico ‘’totoministri’’ in cui si esercitano da giorni i quotidiani non rassicurano. Più che un esecutivo sembra un casting per l’Isola dei famosi: nomi di manager, banchieri, scrittori, commercianti, giovani di belle speranze, gettati alla rinfusa, senza alcun criterio che faccia immaginare un progetto di governo. Per esempio, secondo il toto ministri al delicato dicastero del Lavoro potrebbero andare, indifferentemente, un ex sindacalista Cgil comeGuglielmo Epifani o un liberista come Pietro Ichino, alla Cgil inviso da sempre; un economista di lungo corso come Tito Boeri o una debuttante come Marianna Madia. E ancora: per l’Economia, si vocifera, indifferentemente, di economisti-editorialisti comeLucrezia Reichlin, data come molto vicina a Mario Draghi, o diLorenzo Bini Smaghi, che tre anni fa fu protagonista di un contenzioso internazionale abbastanza imbarazzante, in quanto si impuntò per non lasciare il suo posto nella banca centrale europea, come era stabilito che facesse per consentire l’ingresso in Bce allo stesso Draghi. Quanto ai grandi manager di cui si parla, da Andrea Guerra di Luxottica a Vittorio Colao di Vodafone, c’è da chiedersi se davvero sarebbero disposti a rinunciare alle ricchissime stock option che li legano alle loro aziende, per assumere un incarico di governo, a 200 mila euro lordi all’anno, ma soprattutto con un orizzonte temporale che nessuno, oggi, è in grado di definire. Chiaro, si tratta probabilmente solo della fantasia scatenata dei cronisti; in ogni caso, tutti questi nodi, questi interrogativi, saranno sciolti tra breve. Oggi pomeriggio Giorgio Napoletano apre le consultazioni, già domenica, al massimo lunedì, Renzi avrà l’incarico e presenterà la squadra. Poi, si vedrà.

Intanto, il clima nel paese sta precipitando. Le principali associazioni di impresa, dalla Confindustria agli artigiani, sono ormai alla protesta di piazza contro lo stallo dell’economia. La prossima settimana a Roma, in piazza del Popolo, sono attese 70 mila persone. Una volta le piazze le riempivano i sindacati, oggi, invece, i ‘’padroni’’, per usare un termine desueto. Infine, l’ultima notizia della settimana, che non avremmo mai voluto dover riferire né commentare, è quella dell’irruzione di un gruppo di militanti della Fiom, guidati da Giorgio Cremaschi, a un’assemblea organizzata dalla Cgil a Milano, nell’ambito dei congressi. Sono volati schiaffi, spintoni, si è arrivati allo scontro fisico. La Fiom di Milano e della Lombardia hanno preso le distanze, pur rimarcando l’errore della Cgil, che non ha invitato la categoria dei metalmeccanici all’iniziativa e accusandola quindi, nuovamente, di strappo alla democrazia. Sta di fatto che se anche all’interno della principale confederazione sindacale italiana, con la sua tradizione, si arriva addirittura alle mani, il futuro di questo paese si presenta peggiore di ogni aspettativa. Renzi, insomma, avrà un bel daffare. Gli facciamo i nostri migliori auguri: di treni, l’Italia, ne ha ormai persi anche troppi, ha bruciato troppi leader e troppe speranze. Come ha detto lo stesso segretario del Pd e futuro premier, concludendo il suo intervento in direzione: “ho ambizione, si’: l’ambizione smisurata di portare l’Italia fuori dalla palude’’. Speriamo ci riesca.

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