di Aldo Amoretti – Consigliere Cnel
Non c’è occasione di discussione sullo Stato sociale nella quale non si suoni la fanfara al protocollo del 23 luglio 2007. La mia opinione è che l’occasione del 2007 sia stata sprecata e che da questa considerazione bisogna partire per i ragionamenti da fare adesso. Il grosso della discussione e del negoziato hanno ruotato intorno alla questione scalone. Peraltro con un grande abbaglio: il vero grande scalone non era quello riguardante le pensioni di anzianità con 35 anni di contributi che passavano con la legge di Maroni da 57 a 60 anni, ma quello dei maschi del regime contributivo che passavano da 57 a 65 anni (le donne a 60). Il risultato è stato modesto per gli interessati alle pensioni di anzianità (poche centinaia di migliaia e per un periodo di tempo limitato) e pagato a caro prezzo dagli altri con la elevazione dell’età pensionabile per tutti, mascherata dietro l’istituzione delle finestre di uscita per chi va in pensione di vecchiaia (milioni di persone e per l’eternità). Ma davvero era così impellente ed ineludibile la smania di andare in pensione prima del tempo? Penso che ciò non sia vero se non per chi fa un lavoro sgradevole, gravoso, usurante; ma non immagino schiere di 57enni desiderosi di passare il tempo ai giardinetti. La verità è che il diritto alla pensione di anzianità è una polizza assicurativa contro il pericolo di rimanere senza lavoro prima di avere maturato il diritto alla pensione. Oppure è considerato una buona opportunità per chi progetta di svolgere comunque un lavoro, magari in nero. Se sono fondate queste considerazioni ci si poteva limitare a ripristinare il pensionamento di anzianità a 57 anni limitatamente a chi perde involontariamente il lavoro. E magari affrontare con approccio più selettivo e serio il tema dei lavori usuranti anche, per esempio, tornando alla regola semplicemente ragionevole secondo la quale solo in parte il costo va pagato dalla solidarietà generale, ma che il grosso della spesa debba essere a carico delle stesse aziende usuratrici, che secondo le regole di adesso non pagano niente.
Anche nello sbandierare certi risultati occorrerebbe più misura. Certo apprezzabile che dopo tre anni di contratti a termine per il lavoratore ci sia un diritto di passare a tempo indeterminato. Ma vogliamo ammettere che se questo non è abbinato ad un esigibile diritto di precedenza nella reiterazione dei contratti a termine, per l’azienda è perfino facile non farti mai maturare il diritto? E il vincolo che poniamo alle aziende di mettere in qualifica e assumere a tempo indeterminato l’80% degli apprendisti vogliamo ammettere che non libera nessun apprendista dal timore di essere in quel 20% che può essere mandato a casa magari dicendo (anche dopo 4-5 anni di apprendistato) che non sei “tagliato” per qual lavoro lì?
Si poteva operare diversamente? Sì che si poteva. Romano Prodi fino dal dicembre 2005 aveva in mano un progetto. Non erano idee completamente nuove, ma erano messe in bell’ordine e corredate di conti e ragionamenti sulla fattibilità.L’idea era quella di passare dai due ai tre pilastri:
– una pensione di base uguale per tutti da finanziare tramite il fisco;
– la pensione contributiva Inps da sommare a quella base, ma ridotta nel suo peso in modo da portare l’aliquota contributiva intorno al 24-25% rendendola uguale per tutti;
– la pensione complementare secondo le regole vigenti.
Un tale impianto avrebbe risolto il problema di tornare ad avere un trattamento minimo di pensione che la legge Dini aveva abolito e avrebbe ripristinato la flessibilità. Queste due questioni sono affrontate con dichiarazioni di principio prive di qualunque efficacia nel Protocollo. Efficacia che rimane zero anche se trascritta nella legge. E avrebbe ripristinato la flessibilità della età di pensionamento. Questione, questa, che torna all’ordine del giorno innescata dalla sentenza europea a proposito del presunto carattere discriminatorio dei 60 anni per le donne rispetto ai 65 degli uomini. Renato Brunetta ha suscitato un vespaio con le sue dichiarazioni del 13 dicembre, ma se ha anche detto “Si torni alla flessibilità prevista dalla riforma Dini” (Corriere della sera del 14 dicembre) e se questa è la sua reale proposta a me pare da prendere sul serio e al volo.
Se si adeguano i coefficienti, come previsto dalla legge, si può tornare ai 57 anni e magari allungare il range fino a 70 anni. Se stiamo in regime contributivo non disturba nessuno il fatto che una persona prenda la pensione a 57 anni perché, appunto, prende il maturato con i suoi contributi e in ragione della sua attesa di vita. Non come adesso che pesca solidarietà dagli altri, compresi quei silenti che una pensione non l’avranno mai. E non disturba che continui a lavorare a part time o a tempo pieno e con una retribuzione che non sarà la migliore della sua carriera. Verserà altri contributi che gli serviranno a rimpinguare la pensione quando si ritirerà del tutto. La pensione base la prenderà all’età standard di tutti gli altri e si tratta di combinare ovviamente questo regime con quello degli ammortizzatori sociali, pur essi da riformare come tutti dichiarano di voler fare. Con un tale regime è giusto ripristinare il diritto di opzione al contributivo per quelli del regime retributivo che avevano 18 anni di contributi nel 1995. Questo diritto era previsto dalla legge 335, ma poi si è scoperto che una platea si soggetti con redditi alti ci avrebbe guadagnato (avere redditi alti è sempre meglio). Si è abolita la possibilità per tutti. E’ stata una ingiustizia. Bastava porre il limite secondo il quale il calcolo contributivo non poteva comunque superare quello retributivo. Una tale misura risolverebbe il problema di persone che si trovano disoccupate a 57 anni magari con 25-30-35 anni di contributi versati e che sono comunque obbligate ad aspettare, con le regole attuali, i 65 anni se uomini o 60 se donne. Certo avrebbero una pensione bassa, ma sarebbe una possibilità, una opzione nelle loro mani senza oneri per la collettività. Questo potrebbe essere in combinazione con una riformata indennità di disoccupazione.
Come si finanzierebbe la pensione base? In gran parte ridestinando e razionalizzando ciò che lo Stato già paga per prestazioni sociali (a cominciare dalle integrazioni al minimo) e sconti contributivi alle imprese e lotta alla evasione fiscale e contributiva.
Romano Prodi aveva in mano una carta per cominciare il processo di riforma: la sua promessa di ridurre il cuneo fiscale-contributivo del 5%. Ridurre gli oneri all’Inps e rimpiazzarli con versamenti dello Stato comportava ridurre l’aliquota dal 33 al 28%. Era un passo nella direzione descritta prima. Si è fatto condizionare oltre il giusto dalle organizzazioni sindacali, che hanno preferito annacquare tutta l’operazione spalmandola, per la parte dei lavoratori, sull’Irpef, con il bel risultato che Cipputi non ha potuto apprezzare un bel nulla di risultato in busta paga.
Il progetto iniziale di Prodi sulle pensioni sembra tornare all’ordine del giorno, seppure per altre vie. Talune linee del genere le ha enunciato recentemente Giuliano Cazzola e poi pure Tiziano Treu le ha riprese dichiarando di condividerle. Sono ragionamenti che stanno in piedi anche perché ripropongono la questione di regole uguali per tutti. E stanno insieme a quello di dare luogo al diritto alla totalizzazione gratuita dei contributi versati in qualsiasi istituto o cassa. Oggi siamo al punto che all’interno dello stesso Inps non si possono mettere insieme i contributi versati come dipendente e come co.co.co se non avendo raggiunto in ambedue i fondi uno standard minimo.
Torna di attualità il dibattito sulla riforma degli ammortizzatori sociali. Si vuole davvero una regola uguale per tutti? Questo implica abbassare il trattamento di cassa integrazione e indennità di mobilità e portare tutti gli altri (compresi collaboratori e partite Iva) al nuovo livello definito? Io penso che non sia né giusto, né praticabile un abbassamento dei trattamenti in vigore, specialmente alla luce degli strappi fatti anche alle norme di legge per assicurare i sette anni senza tetti a ai dipendenti Alitalia. Tanto più che si manifesta ovviamente una spinta ad alzare i tetti oggi in vigore. La mia opinione e che la si smetta di agitare la parola riforma e si affronti il tema miglioramenti della indennità di disoccupazione e sua estensione a quelle tipologie di collaboratori e partite Iva che si confondono con il lavoro dipendente. Un gruppo di volonterosi sta mettendo a punto proposte. Andrebbero prese sul serio.
Recentemente Michele Tiraboschi (Il Sole 24 Ore del 25 novembre) ha riproposto una vecchia litania: “rendere davvero effettiva quella elementare regola prevista dalla legge Biagi, che vuole sanzionato con la decadenza dal beneficio quel lavoratore che, pur percependo una indennità di disoccupazione o di mobilità, rifiuti una occasione congrua di lavoro o un percorso formativo di riqualificazione professionale”. Non è una idea di Biagi; è da oltre 25 anni che sta scritta in accordi recanti anche la mia firma.
Chi intenda fare sul serio ha per le mani un caso concreto che si chiama Alitalia. Alitalia è in crisi; non è in crisi il settore del trasporto aereo. Alitalia lascerà libero un mercato che sarà occupato da imprese concorrenti; basta vedere la pubblicità Lufthansa su Milano. Quelle imprese che occuperanno il mercato lasciato da Alitalia possono assumere le migliaia di persone messe a casa da Alitalia medesima. Non lo faranno spontaneamente e allora bisogna dir loro: “se vuoi le concessioni per operare sul mercato lasciato libero da Alitalia assumi questi disoccupati.” Conosco già l’obiezione secondo la quale sarebbe una forzatura della legge imporre questa condizione alle aziende. Non è una obiezione proponibile da parte di chi ha dato luogo ad una violazione di legge clamorosa organizzando sette anni di cassa integrazione perfino con l’abolizione del tetto. Se questa strada non verrà neppure tentata le aziende assumeranno gente nuova a minor costo e i cassintegrati Alitalia cercheranno qualsiasi lavoro nero anche per non passare il tempo ai giardinetti.
Non si avrà diritto di criticare lavoratori di altri settori che rivendichino lo stesso trattamento.
























