L’impresa è formativa per definizione. È così che Confcommercio inizia la presentazione del rapporto annuale sul mercato del lavoro. Secondo il rapporto l’apprendistato non è valorizzato: “C’è troppa burocrazia, sottolinea il responsabile dell’ufficio studi Confocommercio, Mariano Bella, e non ci sono i dovuti sgravi fiscali, le aziende sono scoraggiate a utilizzarlo”.
Eppur si muove: il rendimento dell’indice di apprendistato (conferma del lavoro – cessazione del lavoro) è crescente e ogni mese il bacino di apprendisti porta alla conferma di 3000 contratti a tempo indeterminato. Per Bella ci sono due modi per aumentare queste cifre: “O incrociamo le dita e speriamo che aumenti l’occupazione, Pil e altro, o rendiamo più flessibile questo strumento”. Esiste, funziona, e conviene a entrambe le parti: le imprese, secondo il rapporto, rientrano nei costi già prima della fine del periodo di formazione, e ottengono benefici di produttività da chi viene confermato; per i lavoratori, dopo la fine dell’apprendistato, avviene un incremento salariale (anche permanente) rispetto a chi non l’ha fatto.
“La sfida, secondo il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, è mettere al centro dell’azione di governo l’impresa e il lavoro”. I punti chiave per Sangalli sono: riduzione del costo del lavoro, flessibilità e semplificazione della burocrazia.
L’esistenza di troppa burocrazia è confermata dal presidente della commissione Lavoro, Maurizio Sacconi “Le regole fanno lavoro? Non lo so, ha detto, di sicuro lo possono distruggere. Mi devo solo pentire di non aver de-regolarizzato di più”. Il collegamento tra scuola e lavoro, per Sacconi, è ancora debole: “Il problema è l’università, non solo l’azienda, perché è come un convento di clausura, chiusi in se stessi senza aperture all’esterno”.
Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro del senato, ha sostenuto che è necessario diminuire il divario tra la scuola e il mondo del lavoro, per migliorare la formazione dei giovani. E per raggiungere dei risultati, non è necessario fare grandi rivoluzioni. Ma, soprattutto facciamo attenzione a non cannibalizzare uno strumento che già esiste”. Per Damiano, bisogna avvicinarsi al modello tedesco, riuscire ad alternare meglio scuola e lavoro, trovare un buon canale di comunicazione, come la selezione dei giovani direttamente nelle scuole. “Lo so, ammette l’ex ministro del lavoro, ragiono all’antica, ma io andavo a lavorare pure d’estate a fare anche il cameriere. Per un giovane, prosegue, è importante entrare in una bottega, come in uno studio di un commercialista o in fabbrica, per imparare cos’è un diritto, un dovere, insomma gli fa bene”.
Il rapporto di Confcommercio, per l’avvocato Gabriele Fava, è una fotografia reale della situazione attuale. “Non è più tempo per macro-riforme, afferma, perché non c’è più tempo. La Fornero non ha azzeccato quasi nulla, ha depotenziato molti strumenti e canali di lavoro”. Le riforme, per essere fatte con criterio, per Fava “devono essese contestualizzate”.
Enrico Giovannini ringrazia Confcommercio dell’iniziativa, ma, puntualizza: “Mi sarebbe piaciuto capire se gli interventi di giugno effettuati dal governo hanno cambiato qualcosa o meno, c’è scritto giusto una riga nel vostro rapporto”. Per il ministro, bisogna passare a politiche sociali attive, sfruttando gli attuali fondi “che per la prima volta abbiamo messo nella legge finanziaria. Le imprese hanno paura di fare i piani formativi, perché se sono fatti male possono essere usati contro in sede di contenzioso”. In qualche settore, ricorda, ci sono dei segni di ripresa, quindi bisogna sfruttare il momento: “Non so se riusciremo a portare la “norma bandiera” che porta al 51% i contratti di apprendistato a concludersi con un contratto definitivo. Ma, assicura, ci sono le risorse: a partire dal 2014 “il budget è aumentato del 20% (fino a un miliardo) per le politiche attive”. Quindi sarebbe un errore gravissimo, conclude Giovannini, “non sfruttare questa possibilità”.
Emanuele Ghiani



























