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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Perchè occorre ascoltare anche le ragioni dei rider ”ribelli”

Perchè occorre ascoltare anche le ragioni dei rider ”ribelli”

di Massimo Mascini
14 Ottobre 2019
in L'Editoriale

Sembrerebbe una guerra tra poveri, ma non è così. È una contrapposizione dura tra un gruppo di lavoratori che vogliono guadagnare bene, anche lavorando molto, e chi vorrebbe mettere loro dei bastoni nelle ruote. Impresa pericolosa considerando che stiamo parlando dei rider, i ciclo fattorini che ci portano da mangiare a casa: e se qualcuno gli mette un bastone tra le ruote finiscono a terra e si fanno male. Ma andiamo per gradi.

Nei giorni scorsi è nato un nuovo sindacato, del tutto autonomo dalle centrali confederali. È lo Snar, il Sindacato nazionale autonomo dei rider, che all’inizio della settimana, appena nato, contava 800 iscritti e sedi di rappresentanza a Roma, Milano, Torino e Firenze. Non risulta che ci siano altri sindacati di questa categoria, ma il governo, quello gialloverde, ha trattato a lungo con diversi loro rappresentanti nell’ultimo anno, sia pure con alterne fortune. Tanto hanno trattato, sentendo anche i sindacati confederali, che alla fine è stato emesso un decreto-legge pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 4 ottobre e, in quanto appunto decreto-legge, entrato immediatamente in operatività, salvo l’essere trasformato in legge nei sessanta giorni previsti.

Un decreto che non è piaciuto ai rider, o a un gruppo di loro, che per combattere contro questo decreto hanno costituito il loro sindacato.  Non è piaciuto che il decreto fissi un minimo retributivo orario e soprattutto stabilisca che il cottimo può essere applicato, ma deve essere “non prevalente”. Una norma che secondo il legislatore servirebbe a dare garanzie a una categoria considerata “particolarmente debole”, ma che viene respinta da chi debole e oppresso non si sente proprio.

Da due interviste che Il diario del lavoro ha pubblicato in questi giorni ad altrettanti giovani che fanno parte di questo gruppo di rider ‘’ribelli’’ – così li abbiamo definiti- è facile evincere che non si sentono minimamente sfruttati: amano il loro lavoro, lavorano molto, ma guadagnano bene, e soprattutto non vogliono cambiare. Nicolò Montesi, uno di loro che svolge anche il compito di portavoce, ci ha spiegato che lavora mediamente dieci ore al giorno per sei giorni la settimana. Tanto? A lui non sembra, ritiene che se, per esempio, avesse un suo negozio, starebbe con la saracinesca alzata anche di più. E poi, alla fine del mese porta a casa 2.500 euro lordi, che diventano 2.000 pagate le tasse. Si può obiettare che non ha un futuro, che non potrà lavorare tutta la vita così? Certamente. Ma Nicolò ha 22 anni, non guarda troppo lontano, gli basta che con quei 2.000 euro adesso possa prendersi casa insieme alla sua fidanzata, che continua a studiare. Poi, chissà, magari tra qualche anno faranno il cambio, lei avrà un lavoro e lui potrà tornare a studiare. Importante è essere liberi e non vedersi tarpate le ali non si sa da chi.

I rider ‘’ribelli’’ si autodefiniscono i ‘’veri rider’’, e spiegano che gli altri, quelli che hanno trattato col governo, non sono i veri rappresentanti della categoria, perché si tratta di persone che fanno poche, pochissime corse. Non sarà vero, ma è certo che con le disposizioni del decreto-legge nessuno guadagnerebbe più le cifre che finora i rider come Nicolò hanno portato a casa; e il loro sogno, quale che sia, per Nicolò quello di mettere su casa con la sua fidanzata, finirebbe nel nulla.

Anche i ‘’ribelli’’, però, ammettono che c’è comunque tanto da migliorare. Si potrebbe migliorare l’assicurazione che ciascuno di loro già ha, si potrebbe fissare un salario minimo per le ore in cui si è a disposizione ma non si ricevono chiamate, si potrebbero organizzare corsi di sicurezza stradale, avere maggiore trasparenza sui sistemi di pagamento. Ma soprattutto, non vogliono perdere la loro libertà, non vogliono dover rinunciare a questo lavoro che apprezzano. Anche perché un altro lavoro non è facile da trovare e forse non sarebbe comunque soddisfacente. Nicolò ci racconta che prima di essere un rider era direttore di sala in un ristorante: “Mi pagavano 900 euro, di cui la metà in busta paga, l’altra metà in nero”.

I sindacati confederali non credono a queste proteste, dicono che solo il contratto nazionale può portare benefici reali, per tutti senza distinzioni. Forse la differenza è proprio questa, che questi ragazzi vogliono essere un po’ diversi, vogliono lavorare tanto e guadagnare tanto. Ma possiamo davvero fargliene una colpa? Parliamo tanto del sindacato che non riesce a stare dietro ai giovani, si dice sempre che la gig economy è una prateria difficile da percorrere e in cui orizzontarsi: beh forse sarebbe il caso di dar loro stavolta fiducia, di ascoltare le loro ragioni e di lasciar loro la libertà che vanno cercando. Altrimenti davvero sarebbero persi e a trovarsi impoverite sarebbero proprio le confederazioni.

Massimo Mascini

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Direttore responsabile de Il diario del lavoro

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