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Home - Primo Piano - Piu produttività, meno precarietà, salari piu alti e occupazione in crescita: dal Cruscotto Fim Cisl il ritratto dei nuovi metalmeccanici

Piu produttività, meno precarietà, salari piu alti e occupazione in crescita: dal Cruscotto Fim Cisl il ritratto dei nuovi metalmeccanici

di Fernando Liuzzi
25 Gennaio 2023
in La nota
Federmeccanica: la ripresa c’è, ma è ancora troppo lenta

C’è un nuovo nato nel mondo dell’industria metalmeccanica italiana. O, per dir meglio, c’è un nuovo nato nel mondo delle relazioni sindacali e degli studi sociali ed economici relativi al principale settore della nostra industria manifatturiera. E il suo nome, indubbiamente originale, è Il Cruscotto del lavoro della metalmeccanica.

Il nuovo strumento di indagine, e il suo primo rapporto di ricerca, sono stati presentati ieri, a Roma, nel corso di una riunione seminariale del Comitato esecutivo della Fim, il sindacato metalmeccanici della Cisl.

Cos’è dunque questo “Cruscotto”? Ce lo spiega Gabriele Olini, ovvero il ricercatore che è stato incaricato di progettarlo su input della Fim, e in collaborazione col centro studi Ref Ricerche. “Il Cruscotto”, scrive Olini nelle pagine introduttive di questo primo rapporto, si propone di essere “un pannello di controllo della situazione dei lavoratori metalmeccanici e delle imprese in cui questi operano”. Ovvero, “uno strumento” progettato “per dare conto” e, insieme, per “puntare a governare la complessità di un settore” che, certamente, al suo interno è “eterogeneo”, e quindi caratterizzato dalla presenza di “molte dimensioni da tenere sott’occhio” e in cui “operano persone e aziende con caratteristiche profondamente diverse”.

Ne segue che il Cruscotto “vuole catturare la complessità e la multidimensionalità, attraverso indicatori che misurano il progresso o meno del settore, il benessere di chi vi lavora, la solidità delle situazioni”. Inoltre, il Cruscotto “è attento a dare conto della varietà delle situazioni, non si accontenta dei valori centrali, medie o mediane, ma guarda alla distribuzione delle condizioni, di chi sta relativamente meglio o peggio”. Quando è possibile, viene dunque fatta “una specificazione per territorio, classe di età degli addetti, paese di provenienza, livello di istruzione”, nonché “per genere, vista la persistenza di non pari opportunità tra uomini e donne”.

In sostanza, “lo scopo del Cruscotto” è quello di “descrivere con accuratezza la mutabile e articolata realtà del settore metalmeccanico”. A ciò va aggiunto che “il punto di vista che si è voluto esprimere  è quello di chi lavora nel settore”. Dunque, “il processo di costruzione del Cruscotto” ha “mescolato e valorizzato la conoscenza della realtà connessa alla rappresentanza degli interessi”, assieme alle necessarie “competenze tecniche statistiche”.

Ed ecco quelle che sono, “al momento”, le cinque “aree tematiche” cui si applica il Cruscotto: 1. Attività economica; 2. Quantità, qualità e intensità del lavoro; 3. Contrattazione, relazioni industriali, retribuzioni e redditi; 4. Equità (differenze uomo – donna, giovani – anziani, territoriali);  5. Salute, prevenzione e malattie professionali.

Come si vede, il progetto è, a dir poco, ambizioso. Ma non si può certo dire che, alla sua prima prova, il nuovo strumento abbia offerto risultati deludenti. Al contrario, si può anzi dire che l’immagine complessiva del settore e delle relazioni industriali esistenti al suo interno, offerta dal rapporto, aggiorna in modo significativo la narrativa prevalentemente negativa ancora oggi veicolata da diversi mezzi di informazione.

Il rapporto comincia infatti chiedendosi perché il settore dell’industria metalmeccanica sia importante se considerato dal punto di vista del lavoro. Risposta: perché dà un’occupazione a circa 2 milioni di lavoratori e lo fa con “un andamento tendenzialmente crescente negli ultimi anni”.

Secondo punto: mentre, nel 2021, le “unità di lavoro” attive nel settore metalmeccanico costituivano il 6,2% del totale delle nostre attività produttive (servizi compresi, ovviamente), il valore aggiunto prodotto dal settore stesso era pari all’8,4% del totale nazionale. Il che significa che la famosa produttività del lavoro, tallone d’Achille del nostro sistema economico, raggiunge livelli più alti nel settore metalmeccanico che non nella media nazionale.

Terzo punto: nel settore metalmeccanico c’è una quota di lavoro irregolare inferiore a quella media del nostro Paese. Infatti, possono essere considerati come “irregolari” circa 4,6 lavoratori ogni 100, contro una media nazionale di 5,7 ogni 100.

Quarto punto: nell’industria metalmeccanica, anche l’incidenza del lavoro a tempo determinato è inferiore rispetto alla media nazionale. Infatti, mentre nel settore qui esaminato tale incidenza si aggirava, ancora nel 2021, intorno al 10%, nel totale dell’economia, alla stessa data, si superava, sia pur di poco, il 15%.

Quinto punto: sempre nel 2021, i lavoratori collocati non per loro scelta in un rapporto a part time assommavano, nell’industria metalmeccanica, a qualcosa meno del 2%, mentre superavano il 3% nell’insieme dell’industria manifatturiera e il 12% nel totale dell’economia.

E si tenga poi conto che questa minore incidenza relativa del part time involontario non vale solo per gli uomini, ma anche per le donne che, notoriamente, sono maggiormente soggette a questo tipo  di rapporto di lavoro.

Sesto punto: livelli salariali superiori alla media nazionale. Nel 2021, la retribuzione lorda media di un lavoratore metalmeccanico era pari a circa 40 mila euro, contro i 31 mila del totale dell’economia. E se a qualcuno la cifra di 40 mila euro potrà apparire poco credibile perché parecchio più alta di quel che si è abituati a pensare, basterà ricordargli che si tratta, appunto, di una cifra lorda e che la distanza che c’è fra questa cifra e quella realmente percepita dal metalmeccanico in carne e ossa è esattamente il motivo per cui, da noi, si parla tanto del famoso “cuneo fiscale”.

Ma torniamo a bomba. Ovvero ai confronti salariali. Il che ci consentirà di ricordare che anche nel settore metalmeccanico esistono dei divari retributivi di genere, ma che questi divari sono inferiori a quelli presenti nell’insieme delle attività produttive.

Ed eccoci a un altro punto, molto delicato, quello degli infortuni sul lavoro. Nel 2008 il tasso di infortuni per 100 occupati era superiore nell’industria metalmeccanica (4,5%) rispetto al totale dell’economia (circa 3,8%). A partire da allora, però, queste percentuali hanno cominciato a scendere e per 5 anni, dal 2012 al 2017, quella relativa al settore metalmeccanico è stata inferiore a quella generale. Successivamente, si sono avuti altri sorpassi reciproci tra i due dati, ma sempre con una tendenza in discesa.

Con i dati – che sono stati illustrati, nel corso del seminario, da Fedele De Novellis, altro rappresentante di Ref Ricerche – ci fermiamo qui. Per passare a qualche considerazione svolta, nella mattinata di ieri, da Roberto Benaglia. “Abbiamo fortemente voluto questa analisi sul lavoro metalmeccanico – ha detto il Segretario generale della Fim-Cisl – per renderci meglio conto di quanto sia cambiato e delle nuove sfide che porta con sé.”

“Il cambiamento del lavoro – ha proseguito Benaglia – è ancora più pervasivo e accelerato nel nostro settore e deve portare tutto il sindacato a cambiare obiettivi, strategie e modalità per rappresentare le tute blu, sempre più qualificate, capaci di esprimere produttività e competenze in crescita.”

“La produzione industriale metalmeccanica”, ha poi sottolineato Benaglia, nel 2021 è stata “trainata da 241 miliardi di esportazioni”, ovvero da una spinta superiore a quella del 2019, l’ultimo anno pre-Covid (allora si raggiunsero i 224 miliardi di export). Inoltre, “l’occupazione ha recuperato i livelli pre-Covid”, mentre “le retribuzioni reali sono rimaste stabili prima del calo” registrato nel 2022 “a causa della guerra e dello shock energetico”, nonché della conseguente inflazione.

Insomma, ci pare di poter dire che Benaglia si è mostrato soddisfatto dei risultati dell’azione sindacale nel settore metalmeccanico, anche se non si è nascosto i punti critici oggi emergenti. Tra questi, “i problemi legati alla formazione, acuiti dall’accelerazione dell’innovazione tecnologica, e alla scarsità di manodopera professionalizzata rispetto ai bisogni delle imprese”, nonché quello costituito da “l’indebolimento della presenza della metalmeccanica nel Mezzogiorno del nostro Paese”.

In conclusione, Benaglia ha esortato la sua organizzazione a non accontentarsi dei risultati raggiunti. “Il rischio che corre il sindacato italiano – ha aggiunto – è quello di agitare slogan del Novecento che sono sempre meno compresi nei luoghi di lavoro”. Al contrario, anche sulla base dell’indagine appena presentata, Benaglia si è dichiarato convinto dell’idea che ciò che oggi serve sia quella che ha definito una “‘contrattazione riformatrice’, capace di di completare il set di tutele a partire dalle competenze riconosciute, dall’innalzamento dei salari legati alla professionalità espressa e – infine – dalla capacità di accompagnare i metalmeccanici nelle tante transizioni lavorative che li caratterizzano”.

Ultimissima notazione relativa ai rapporti, molto più distesi di quelli esistenti qualche anno fa, che oggi si vivono nella categoria. Da un lato, va notato che al dibattito sull’esordio del Cruscotto ha partecipato anche Stefano Franchi, il direttore generale di Federmeccanica, l’associazione delle imprese del settore aderenti alla Confindustria. Dall’altra, va ricordato che, in conclusione della mattinata, Benaglia ha detto che questa prima edizione del Cruscotto sarà inviata anche a Fiom-Cgil e Uilm-Uil, allo scopo di farlo diventare uno strumento condiviso del lavoro sindacale.

@Fernando_Liuzzi

Fernando Liuzzi

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