Salvate il soldato Bonaccini. Tra le polemiche dell’estate rovente quella che mi è sembrata più inutile ha riguardato l’intervento ad Albenga, a fine agosto 2026, del presidente del Partito Democratico Stefano Bonaccini, il quale ha dichiarato che il voto alla destra è prevalentemente espressione di “chi ha studiato meno, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi sta peggio economicamente”. Queste parole hanno scatenato una forte e risentita polemica politica e mediatica. Eppure, Bonaccini esprimeva considerazioni che emergono dall’analisi sociologica del voto e non solo in Italia. A destra si sono sentiti offesi ed hanno reagito esibendo lauree conseguite nelle Università telematiche, quando sarebbe stato più intelligente rinfacciare al presidente del Pd (che non è un arrogante e non proviene dalla Svizzera, ma da quell’Emilia che – a dire di Edmondo Berselli – è stata creata da Dio perché vi fosse costruita la Ferrari) un altro dato di fatto. Con una semplice domanda: ‘’scusi presidente, ma quello non era e non dovrebbe essere l’elettorato della sinistra?’’.
In particolare, sulla questione della frequentazione scolastica ci sarebbe stata la possibilità di saccheggiare il pensiero del Priore di Barbiana, quel don Milani che metteva a confronto il numero delle parole dei figli dei ricchi con quelle conosciute e usate nelle conversazioni dai ragazzi poveri. Quando Bonaccini afferma che gli elettori di destra vivono nelle periferie e stanno peggio economicamente, ammette che gli elettori della sinistra abitano nei quartieri alti e sono benestanti. Nulla di male, come nella battuta di Sordi/Innocenzi del film ‘’Tutti a casa’’: ‘’I tedeschi si sono alleati con gli americani!’’. In verità, le frasi di Stefano Bonaccini avevano un punto debole: l’accostamento dell’elettorato di destra al sottoproletariato (Lumpenproletariat), lo strato più basso e disgraziato della società che Karl Marx considerava privo di quella coscienza di classe necessaria per fare la rivoluzione. In realtà la destra ha raccolto voti all’interno delle classi lavoratrici, magari pure sindacalizzate. Secondo gli approfondimenti di SWG sul voto per il Parlamento europeo del 2024 (l’ultimo voto politico di carattere nazionale) ben 39 elettori su 100 di FdI erano operai, con un balzo di 10 punti rispetto al dato generale (29%); il Pd invece ottenne 8 punti in meno (16% contro 24%; anche AVS lasciò sul campo 4 punti (3% a fronte del 7%). Solo il M5S guadagnò tra gli operai un 3% in più del dato totale (13% a fronte del 10%). Mettendo a confronto le coalizioni, FdI da solo nel voto operaio fu in vantaggio di 7 punti sul 32% complessivo di Pd, M5S e AVS; sarebbe rimasta in vantaggio anche se si fosse aggiunto (come in Abruzzo) il 5% dei voti totali che gli operai hanno dato ai cespugli centristi. La destra nel suo insieme arrivò tra gli operai a 59 suffragi su 100, con un surplus rispetto al voto totale di 11 punti.
Da notare che anche tra gli operai FI fu quasi allo stesso livello della Lega (10% contro 11%) che in un recente passato aveva ottenuto significativi consensi tra questi elettori. Purtroppo – fu un segnale – anche le astensioni degli operai riscontrarono 5 punti in più del totale (58% contro il 53%). Riprendendo i canoni di Bonaccini, secondo SWG FdI fu il partito più votato anche da chi era in difficoltà economiche (24%) con sette punti più del Pd.
Che il voto operaio e in generale del mondo del lavoro e dei ceti più deboli, si sia spostato a destra è un fatto assodato e non solo in Italia. La sinistra non si interroga a sufficienza dei motivi che hanno determinato questa mutazione genetica. Si è sempre detto che la destra distribuisce i suoi voti all’interno della medesima coalizione, premiando – a seconda dei casi e dei momenti – uno dei tre partiti a scapito degli altri due. In questa legislatura vi è stato il turno di FdI. Ad occhio, però, si potrebbe sostenere che a fare la differenza è proprio lo spostamento del voto operaio. E qui sta il salto di qualità delle elezioni politiche del 25 settembre 2022, poi confermato dal voto europeo. Gli operai, per la prima volta dal dopoguerra, non hanno votato solo per la destra (FI o la Lega), ma per un partito affetto dallo stigma del suo peccato originale (il fascismo): un peccato da cui – secondo la polemica tuttora cara alla sinistra – FdI non si è ancora redento. Adesso è in campo un nuovo soggetto politico, Futuro Nazionale. Non tutto il male viene per nuocere. La resistibile armata del Generale potrebbe schiumare la destra (e un po’ anche la sinistra) del residuo sottoproletariato a cui darebbe quella rappresentanza che nessuna altra forza è riuscita a garantire.
Giuliano Cazzola

























