Lo smart working si stabilizza, ma cambia forma e soprattutto si allarga la distanza tra grandi imprese e realtà più piccole. Nel 2026 sono 3,56 milioni i lavoratori che operano da remoto in Italia, un numero sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno (-0,3%). Dietro la tenuta complessiva, tuttavia, si muovono tendenze differenti: crescono gli smart worker nelle grandi imprese e nella pubblica amministrazione, mentre diminuiscono nelle Pmi e soprattutto nelle microimprese. È quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, presentata oggi al convegno «Oltre lo Smart Working: tra nuove certezze e sfide emergenti».
Nelle grandi imprese i lavoratori da remoto sono 2,01 milioni, in aumento del 3,6%, mentre nella Pa raggiungono quota 590mila (+6,3%). Di segno opposto i dati relativi alle piccole e medie aziende: nelle Pmi i lavoratori da remoto sono 455mila, il 5,2% in meno rispetto al 2025, mentre nelle microimprese la contrazione raggiunge il 15,1%.
La distanza emerge anche guardando alla diffusione delle iniziative aziendali. Pratiche di smart working sono presenti nel 94% delle grandi imprese, una percentuale stabile rispetto allo scorso anno, e nel 69% delle pubbliche amministrazioni (+2 punti). Nelle medie imprese la quota scende al 56% (-4 punti), mentre nelle piccole arriva appena al 27%, con una flessione di 16 punti percentuali. A eliminare lo smart working sono state soprattutto le realtà che lo avevano introdotto in modo informale, demandando l’organizzazione al semplice accordo tra lavoratore e responsabile, senza progetti strutturati. Anche nelle grandi organizzazioni, tuttavia, il modello è in evoluzione: il 14% ha ampliato la popolazione aziendale coinvolta o il numero di giornate da remoto, mentre l’8% ha ridotto persone e giorni.
«Dietro l’apparente stabilità nei numeri dello Smart Working c’è una pericolosa polarizzazione: nelle grandi imprese si consolida e matura, nelle Pmi tende a tornare indietro», osserva Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio. Una disparità che rischia, secondo Corso, di penalizzare le aziende più piccole nella capacità di attrarre e trattenere lavoratori, in un mercato del lavoro sempre più dinamico, fluido e globale.
Il tema riguarda direttamente anche la competitività delle imprese sul mercato dei talenti. Il 42% dei lavoratori considera infatti lo smart working un fattore importante nella scelta dell’azienda per cui lavorare, percentuale che sale al 78% tra coloro che già lavorano da remoto. Per questa ragione, la riduzione delle opportunità di lavoro agile nelle Pmi rischia di renderle meno attrattive, soprattutto per i giovani, restringendo il bacino di lavoratori a cui possono accedere.
A fare la differenza, però, non è soltanto la possibilità di lavorare fuori dall’ufficio, ma il modello organizzativo adottato. Secondo la ricerca, uno smart working maturo, fondato su autonomia, flessibilità e responsabilizzazione sui risultati, migliora il benessere, il coinvolgimento e il senso di appartenenza dei lavoratori. Quando invece si traduce soltanto in un cambio di sede, senza un’evoluzione dell’organizzazione, può produrre effetti controproducenti: chi lavora da remoto senza beneficiare di un modello realmente smart registra livelli di coinvolgimento persino inferiori a quelli di chi lavora sempre in presenza e non dispone di flessibilità.
«Lo Smart Working ha ancora un forte potenziale inespresso in termini di lavoratori coinvolti e di maturità di applicazione», sottolinea Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio. Oggi le persone alle quali viene concessa la possibilità di lavorare da remoto sono poco più della metà dei 6,5 milioni di lavoratori che dichiarano di poter svolgere le proprie attività con altrettanta efficacia anche fuori dalla sede aziendale.
Accanto al lavoro da remoto, le organizzazioni stanno sperimentando nuove formule di flessibilità. Circa un terzo delle grandi imprese permette di accorpare le giornate da remoto e lavorare a distanza per periodi prolungati, purché in Italia. Una pratica utilizzata nell’ultimo anno dal 15% delle persone che lavorano da remoto. Una grande organizzazione su dieci, inoltre, sta sperimentando forme di settimana corta, sebbene la loro introduzione richieda una riprogettazione dei processi e accordi specifici con i lavoratori.
La flessibilità rappresenta anche uno strumento per contrastare il caro vita. Secondo le stime dell’Osservatorio, lavorare da casa due giorni alla settimana può consentire un risparmio di circa 450 euro l’anno, considerando gli attuali prezzi dei carburanti. Una possibilità che si intreccia con le criticità degli spazi di lavoro tradizionali: tre lavoratori su quattro segnalano problemi negli uffici, soprattutto per la mancanza di ambienti dedicati alla socializzazione e al relax e per l’inadeguatezza degli spazi destinati al lavoro individuale e alla collaborazione. Per rispondere a queste esigenze, il 60% delle grandi imprese consente di lavorare da altre sedi aziendali e il 36% mette a disposizione spazi di coworking.
La necessità di ripensare i modelli organizzativi si lega anche all’invecchiamento della forza lavoro e alla convivenza di generazioni diverse nelle aziende. L’81% dei lavoratori vorrebbe maggiore flessibilità rispetto all’orario di lavoro, con un interesse particolare per la settimana corta. Eppure il 61% delle grandi imprese non ha ancora introdotto iniziative specifiche per rispondere alle esigenze delle diverse generazioni presenti in azienda, anche se un ulteriore 20% prevede di farlo in futuro. Nella pubblica amministrazione soltanto un ente su dieci ha già avviato attività specifiche.
La ricerca segnala infine il rapporto sempre più stretto tra smart working e intelligenza artificiale, che sta modificando tanto la collaborazione tra colleghi quanto il ruolo dei manager. Tra i lavoratori che già utilizzano l’AI, il 23% dichiara di avere meno bisogno di confronto e lavoro sincrono, mentre il 12% registra una maggiore necessità di collaborazione. L’intelligenza artificiale può infatti rendere più rapido e autonomo l’accesso alle informazioni, ma anche favorire momenti di confronto più mirati sulla qualità dei risultati ottenuti.
Sette responsabili su dieci dichiarano di aver modificato le modalità con cui assegnano le attività ai propri collaboratori, affidando loro soprattutto incarichi più ampi, complessi o nuovi. Tra i benefici segnalati figurano una maggiore efficacia del gruppo di lavoro (27%), il miglioramento del coordinamento e della collaborazione (24%) e una maggiore autonomia dei dipendenti, resa possibile dalla condivisione di conoscenze e competenze (21%).
Resta, tuttavia, il problema della capacità di valutare criticamente i risultati prodotti dall’intelligenza artificiale: soltanto un lavoratore su quattro verifica in modo approfondito i contenuti generati. Una competenza che diventa essenziale proprio in un’organizzazione del lavoro sempre più autonoma e flessibile.























