Ormai la questione della introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi, e in generale nelle relazioni della nostra società, sta assumendo una dimensione centrale che non è più possibile ignorare.
Come è stato ricordato, da più parti, la recente enciclica papale “Magnifica humanitas” (titolo bellissimo!) ha contribuito a dare a questo dibattitto una dimensione finalmente non più costretta tra “apocalittici e integrati”, ma piena di nuove entusiasmanti sfide, degne del salto antropologico che ormai s’impone.
La richiesta di adeguati e, nuovi, paradigmi etici, nonché la necessità di ricordare, ancora una volta, che non esiste la neutralità della scienza, ha posto nuove basi per una ricerca che, senza pessimismo, né nuovo luddismo, dovrà dispiegare le sue potenzialità ed evidenziare tutti le necessarie implicazioni di questo profondo mutamento non solo tecnologico.
Nessuno può negare i rischi, ma nessuno deve però rifiutare aprioristicamente le enormi potenzialità che si aprono, a condizione che l’umanità non rinunci a rimanere, appunto, “Magnifica”.
Tanto per stare un po’ piu sul concreto, lo stesso Governatore della Banca D’Italia ha evidenziato come l’introduzione dell’A.I. nei processi produttivi in Italia, se effettuata in modo non episodico, potrebbe contribuire ad incrementare la produttività del sistema di oltre l’1%.
Nello stesso tempo, Panetta ha evidenziando come tutt’ora, tale impiego, nelle imprese italiane, sia ancora abbastanza marginale.
Molte paure rischiano di rallentare o peggio inibire, una feconda ricerca di nuovi paradigmi sociali, nell’ambito dei quali, le Relazioni Industriali tra imprese e sindacati potrebbero trovare nuova linfa di modernità.
Provo a citare solo due questioni, a titolo di esempio.
La prima riguarda la tutela del lavoro. Si sono citati i casi di aziende, per lo più statunitensi, che hanno implementato l’introduzione di nuovi modelli di A.I con il ricorso a massicci licenziamenti.
Un po’ frettolosamente si è determinata una correlazione meccanica, quasi inevitabile, tra l’introduzione della A.I. e appunto la perdita del lavoro per una parte consistente di qualifiche professionali di livello medio alto.
Ma il caso statunitense andrebbe letto con più cautela, magari facendo riferimento allo specifico modello capitalista affermatosi in quel paese, più che alla conseguenza meccanica data dall’introduzione del nuovo paradigma tecnologico.
In altri contesti questa non sembra l’unica strada percorribile, mi riferisco ad alcuni casi in Europa dove l’introduzione della A.I. avviene senza il ricorso ai licenziamenti, non per “buonismo” ma semplicemente perché meno conveniente, dato l’elevato costo sociale dei provvedimenti.
Ma ciò sta avvenendo non solo in Europa. In Cina pare esserci una precisa direttiva che vieta i licenziamenti nelle aziende che decidono di introdurre massicciamente l’A.I. nei processi produttivi.
Si tratta di un vincolo, da rifiutare, al dispiegarsi della geometrica potenza del nuovo approccio tecnologico o si tratta invece di una diversa opportunità da cogliere?
La domanda non è cosi peregrina, perché se è vero che tale approccio è in grado di incrementare in modo rilevante la produttività del sistema, perché sprecare risorse umane che invece dovrebbero poter essere riassegnate a nuove attività, derivanti dallo stesso sviluppo produttivo?
Può darsi che questo dilemma, lo specifico modello capitalista statunitense voglia non porselo, ma altri modelli invece perché dovrebbero rifiutarlo?
In fondo, come da piu parti si dice, non saranno i “lavori manuali” ad essere impattati in modo più rilevante, lo saranno invece le qualifiche medio alte di lavoratori che, in passato (è necessario ormai usare questo tempo), costituivano l’ossatura del sistema cognitivo aziendale (quadri e dirigenti).
Sono competenze e professionalità che devono essere solo distrutte? (in senso shumpeteriano ovviamente) oppure sono competenze che possono trovare nuove opportunità, a patto di saper dialogare con il nuovo paradigma in essere.
Qui mi pongo la seconda questione: quale formazione?
Io credo che si apra un terreno fecondo di ricerca, a condizione di non cadere nelle solite trappole determinate dalla ricerca di soluzioni semplici a problemi complessi.
Quale dovrà essere la formazione ai tempi dell’intelligenza artificiale? Non parlo solo della formazione prima dell’inserimento nel mondo del lavoro ma, soprattutto di quella durante il lavoro, perché di formazione continua si tratta.
Lo stesso paradigma del tempo di lavoro va reinterpretato alla luce di questa nuova sfida. Meno tempo di lavoro e più tempo alla formazione continua. Per dirla con uno slogan a me caro dalle “150 ore alle 1500 ore di formazione”.
Penso che questi due aspetti la tutela del lavoro, non quello che c’è ma quello in divenire, e la formazione necessaria per accompagnare questo nuovo processo, meritino davvero di essere un nuovo terreno di sfida per gli attori collettivi delle nostre Relazioni industriali.


























