II grande polverone sull’articolo 18 ha impedito – e tutt’ora impedisce – un giudizio chiaro sull’intera riforma del governo sul mercato del lavoro. Si è parlato in questi giorni, e si è per lo più gridato, solo del possibile reintegro del lavoratore licenziato, dei poteri del giudice, di atti discriminatori e disciplinari, e non si è cercato di capire se in qualche misura si sia attenuato il muro che ha sempre diviso i garantiti dai non garantiti, se la difesa di chi non ha un lavoro sia cresciuta o meno. Era questo l’esercizio da fare e la speranza è che, caduto quel polverone, si ragioni tutti sulle nuove norme che avremo in Italia dopo che il Parlamento avrà approvato il ddl sul lavoro.
L’articolo 18 non è mai stato un problema reale, è sempre stato solo una bandiera, un stendardo attorno al quale sono state combattute battaglie per lo più politiche. Solo Monti ha potuto credere che davvero gli investitori stranieri decidano se dirottare verso il nostro paese i loro capitali a seconda se nel caso di licenziamenti economici sia previsto o meno il reintegro del lavoratore. Quelle decisioni vengono dopo aver vagliato altri problemi, le infrastrutture, il peso della crimininalita’ organizzata, sempre più forte, il costo dell’energia, l’incombenza della burocrazia e della corruzione.
Nei giorni immediatamente precedenti l’accordo finale il timore più diffuso è che si finisse col creare un grande “papocchio”. Era questa la parola più gettonata, nessuno si fidava di quanto poteva scaturire dal giro vorticoso di documenti che si stava snodando tra Palazzo Chigi, il Quirinale, le sedi dei partiti, quelle dei sindacati. E forse anche dopo l’ultima decisione del Consiglio dei ministri è ancora questo il giudizio più giusto. Certo non è stata una riforma epocale, di quelle che davvero smuovono le montagne. Qualcosa sul piano dell’occupazione, però, c’è e non va sottovalutato. Vale l’enfasi data al contratto a tempo indeterminato, vale la forza consegnata all’apprendistato. Non sono cose di poco conto, considerando la politica del lavoro svolta dai governi dal 2001, fatta salva la breve parentesi prodiana. L’attenzione al lavoro e al lavoro stabile c’è e non deve essere sottovalutata.
Quello che invece va sottolineato è il passo indietro compiuto sul piano della concertazione e della partecipazione, termini che non vanno mai troppo disgiunti. Monti non è mai stato un amico della concertazione, anche nei primi anni 90, quando invece era in grande auge, lui non la capiva e la criticava, come ha messo in luce l’opinione di Raffaele Del vecchio pubblicata sul Diario. E quindi, rigidamente, ha sempre negato di voler dare una vera chance alle rappresentanze sociali, che forse non ha mai nemmeno ascoltato. Va detto che nemmeno nel decennio precedente, sempre facendo salvo il comportamento del governo Prodi, ci sia mai stata concertazione, o dialogo sociale, di cui si parlava solo, senza mai farlo. Ma adesso l’assenza dei sindacati in questa vicenda è stata palese, anche quando potevano fare qualcosa non lo hanno fatto. Non sono riuscite, le tre confederazioni, a portare avanti una tesi unitaria, nemmeno sulla revisione dell’articolo 18, sulla quale erano tutti d’accordo. Una carenza che non potrà non pesare in futuro, perché indietro non si torna, il terreno perduto non sarà riconquistato se non a costi molto elevati. Assenti i sindacati, ma assente anche la Confindustria che, forse distratta dalle tensioni interne legate all’imminente cambio di leadership, non ha portato a casa quasi nulla, al punto che è stata costretta a bocciare la riforma nel suo insieme. Importante, invece, il ruolo svolto dai partiti politici, che hanno ripreso il loro ruolo nonostante la forza reale di un governo tecnico che non ha alternative e poteva di conseguenza dettare i comportamenti e determinare i punti di arrivo. In tempi di forte antipolitica anche questo è un risultato.
Massimo Mascini
























