di Nicoletta Rocchi – Segretaria confederale Cgil
Meno ideologia, più pragmatismo è la tesi del mio amico Paolo Pirani nella sua intervista al diario del lavoro. Sono d’accordo, ma fino a un certo punto. Basta stabilire cosa si intende per ideologia in un mondo in cui quella dominante l’ultimo ventennio è stata portata fino alle estreme conseguenze.
Conseguenze drammatiche per tutti e in primo luogo per le persone che vivono del loro lavoro. Mentre crescevano in modo esponenziale le disuguaglianze, i ricchi diventavano più ricchi e la maggioranza si impoveriva, continuava imperterrito a soffiare ovunque il vento del liberismo senza regole, della finanziarizzazione,dei soldi che producevano l’illusione di altri soldi.
Fino al drammatico epilogo dei giorni che stiamo vivendo: la più gigantesca distruzione di ricchezza che la storia economica ricorda dai tempi della grande depressione, i salvataggi a catena delle grandi banche, quelle che dettavano legge sulle istituzioni finanziarie internazionali e nazionali, a partire dalla Federal Riserve statunitense, sui governi nazionali, sull’Unione europea che, dopo la fase aurea di avvio, sotto l’egida di Jaques Delors, è stata vissuta dai cittadini europei più come una costrizione che come un’opportunità.
Dunque un’ideologia è stata in campo, almeno fino a quando è implosa, collassando su se stessa. Ora tornano temi che sembravano tabù: l’intervento pubblico, la politica economica, la regolazione e i controlli dei mercati finanziari e del commercio internazionale, il valore e la centralità del lavoro.
Ma siamo poi così sicuri che, passata la nottata, questa ideologia dell’autosufficienza del mercato e del provvidenzialismo della mano invisibile non tornerà più forte che mai? Il sindacato, ovunque nel mondo, ne ha subito gli effetti, vedendo indebolita la sua forza e la sua capacità di rappresentanza, sempre sulla difensiva senza riuscire a contrapporre una visione alternativa dei processi economici, dei parametri anche etici che debbono informarli.
Dunque anche il sindacato ha bisogno di una sua visione strategica. Senza ideologie, intese come strutture culturali, ideali e valoriali è difficile vivere, tanto più in un mondo globalizzato e, per questo, interdipendente. I processi identitari altrimenti possono prendere strade pericolose per la stessa convivenza pacifica e per la coesione sociale necessaria al progresso umano e all’efficienza economica. Poiché non può esistere alcun equilibrio in un sistema economico che punti all’efficienza rinviando la giustizia sociale a una fase successiva che premierà in futuro i sacrificati dell’oggi.
Quale lezione il sindacato, non solo quello italiano, deve trarre dalla storia di questa crisi causata, è ormai evidente, dalla compressione dei redditi e dalle sperequazioni distributive tra i diversi paesi e all’interno degli stessi, dalla droga dell’ indebitamento che ne è seguito, oltre ogni logica possibilità di rimborso? Può vivere tale sindacato se non continua ad operare nell’orizzonte della speranza che (per dirla con le parole di Federico Caffè) “la povertà e l’ignoranza possono essere gradualmente eliminate”? Se non combatte a viso aperto la crescita selvaggia senza il rispetto di alcuna regola? Se non denuncia esplicitamente la relazione causale tra ingiustizia sociale e inefficienza economica? Quale nuovo patto sociale può essere scritto se prima non si definisce bene per quale società? Una società in cui la molla prima è l’interesse egoistico del ritorno a brevissimo termine oppure una società in cui il benessere è misurato in termini di pari opportunità, di sostenibilità ambientale, di equilibrio tra le generazioni, di qualità diffusa delle condizioni di vita, in cui l’economia è al servizio degli uomini e non viceversa?
Ciò detto, non intendo esimermi di fronte ad alcuna delle provocazioni contenute nell’intervista di Paolo. Paradossalmente, in un momento in cui servirebbe la massima unità, il sindacato italiano è diviso. Situazione che giudico atroce, dal momento che ho sempre creduto nell’importanza dell’unità. Del resto, tutta la storia sindacale italiana dimostra che i punti più alti nella rappresentanza, anche in termini di risultati ottenuti, sono stati quelli in cui è riuscita la sintesi tra sensibilità diverse, quando cioè la diversità non ha prodotto rottura ma mediazione. Quindi penso anch’io che occorra una riflessione approfondita che, per essere tale, non può eludere questioni di fondo.
Se un addebito va fatto al sindacato italiano, pur in presenza di conquiste che non sono mancate, è un eccesso di continuismo, è la difficoltà di leggere con la lucidità e la lungimiranza necessaria i cambiamenti che stavano avvenendo nei sistemi di produzione. Al netto dell’ideologia dominante (che premiava gli share holders a scapito degli stake holders e della diffusa tendenza alle riorganizzazioni aziendali fatte per ridurre i costi piuttosto che centrate sull’innovazione), non ci si può tuttavia nascondere che si è progressivamente appannata la nostra attenzione all’organizzazione delle produzioni.
La specializzazione produttiva, il proliferare dalle attività esternalizzate e poi acquistate da soggetti terzi, il dilagare degli appalti, le aziende sommatoria, la presenza all’interno degli stessi luoghi di produzione (sia di beni che di servizi), di lavoratori dipendenti e di parasubordinati che gomito a gomito svolgevano le stesse attività ma con retribuzioni, tutele e diritti fortemente differenziati: tutto questo ha minato la capacità del sindacato di rappresentare collettivamente il lavoro. Ha indebolito l’effettiva area di applicazione dei contratti, sia quelli nazionali che quelli aziendali dove esistono. Ha contribuito ad appannare nel sentire dei singoli la percezione di condividere problemi e soluzioni. Ed è avvenuto così che, più che altrove, in Italia è cresciuta la disuguaglianza e, nel contempo, si è quasi bloccata ogni dinamica sociale. E’ avvenuto che si è chiusa la porta in faccia soprattutto ai più giovani, imprigionati in condizioni di indigenza e di dipendenza dalle famiglie d’origine per periodi incommensurabilmente più lunghi dei loro coetanei degli altri paesi europei più virtuosi. E’ avvenuto che le professionalità non sono più riconosciute e adeguatamente remunerate e che la condizione precaria attanaglia i detentori di livelli di scolarità e di competenza elevati al pari di quelli meno scolarizzati, più fungibili e più esposti alle oscillazioni della domanda di lavoro.
A tutto questo risponde l’accordo sul nuovo modello contrattuale? Penso di no, non fosse perché, ingabbiandole in un reticolato a maglie strettissime di regole, vincoli e laccioli al cui controllo è preposto un organismo bilaterale di livello addirittura interconfederale, accentra in modo insostenibile il sistema di relazioni sindacali vigente nel paese. Si accentra e si semplifica con l’obiettivo di contenere ciò che nel mondo del lavoro si è divaricato e si è disarticolato.
E’ una risposta adeguata ? Non sarebbe forse meglio avere il coraggio di innovare per davvero e in profondità? Innovare, passando a contratti collettivi nazionali più ampi e meno profondi e onnicomprensivi, attraverso una significativa riduzione del loro numero e un alleggerimento dei loro contenuti, in modo da lasciare spazio reale alla contrattazione di secondo livello. Innovare nel rapporto tra contrattazione e legislazione, per realizzare condizioni salariali minime con efficacia erga omnes, come si sta cercando di fare in ogni parte d’Europa, contro il dumping contrattuale. Innovare per riunificare i tanti segmenti in cui si è disarticolato il mercato del lavoro, attraverso la semplificazione e la riduzione del numero dei canali di accesso al lavoro, sia pure con un graduazione di tutele nella prima fase dell’impiego. Innovare per definire forme avanzate di democrazia industriale. Innovare per affermare uno spazio negoziale vero a livello europeo, a partire -come minimo- da un coordinamento reale delle politiche contrattuali a livello europeo, anche al fine di promuovere e assecondare uno spazio politico e sociale comunemente condiviso tra tutti i cittadini del nostro continente e di contrastare le tentazioni di chiusura protezionistica da parte delle singole nazioni. Innovare per garantire i livelli di welfare che contraddistinguono in positivo il modello europeo, pur senza escludere una riflessione su un rapporto corretto tra pubblico e privato. Innovare infine per dare certezze al sistema della rappresentanza sindacale, attraverso la certificazione della effettiva rappresentatività di ciascuno dei sindacati, l’estensione del sistema elettivo per la formazione delle rappresentanze sindacali aziendali, la partecipazione dei lavoratori alle scelte che riguardano la loro vita lavorativa a partire dalla validazione degli accordi fatti in loro rappresentanza.
Troppo azzardato tutto ciò? Se non ora quando, è la mia risposta. Proprio perché la posta in gioco è alta, credo sia nel nostro interesse di sindacalisti cogliere le opportunità di cambiamento del paradigma economico dominante che la crisi globale offre. Perché rinunciarci a priori? Perché non scommettere davvero su elementi di qualità puntando su una competizione non stracciona, che premi il merito e non la furbizia, che sostenga la parte migliore delle nostre imprese, ne promuova tutte le potenzialità e non le metta in competizione con quelle che sopravvivono evadendo il fisco e le regole della concorrenza leale? Questa sì sarebbe una partita interessante da giocare tutti insieme, il vero patto per l’innovazione e lo sviluppo in cui mettersi coraggiosamente e generosamente in gioco. Se dovessi dire cosa penso servirebbe di più oggi, sceglierei proprio il coraggio e la generosità, ingredienti di cui, tuttavia non vedo abbondanza sotto i nostri cieli. Ma voglio essere ottimista e penso che nel sindacato ci sono le risorse intellettuali e morali per riprendere un percorso comune, sulla base in primo luogo degli interessi che comunemente le grandi confederazioni rappresentano.


























