Raffaella Vitulano
L’ accordo raggiunto nella Conferenza della Wto, al di là del risultato sui farmaci salva-vita, non può certo essere considerato una vittoria dei paesi più poveri, ma la vittoria e la riconferma di un modello di liberalizzazione degli scambi che guarda esclusivamente alla competizione . Lo affermano, in un comunicato unitario, Cisl, Cgil e Uil.
I sindacati esprimono, quindi, la più netta contrarietà all’accordo sull’ accelerazione, senza alcun vincolo sul terreno dei diritti sociali e dell’ ambiente, dell’ eliminazione delle quote di importazione per il tessile che penalizzerà l’occupazione anche in molti Paesi in via di sviluppo e frenerà gli sforzi di adeguare verso standard minimi le condizioni di lavoro. Su questa materia si profila una sconfitta grave dell’ Unione Europea.
I sindacati mondiali oggi non fanno mistero della delusione profonda dei risultati del vertice ministeriale Wto concluso qualche ora fa a Doha, in Qatar. ‘Il testo finale non offre nulla di nuovo a proposito dei diritti fondamentali di lavoratori eo dell’ ambiente e non risponde ai bisogni dei paesi in via di sviluppo’ ha commentato da Doha Bill Jordan, segretario generale della Cisl Internazionale (Icftu), aggiungendo che il testo ‘si contenta di riaffermare la dichiarazione relativa alle norme fondamentali del lavoro discusse nella conferenza del 1996 a Singapore, e prende semplicemente nota del lavoro dell’Oil sulla dimensione sociale della globalizzazione’ . Ma il documento ignora totalmente le rivendicazioni che chiedono alla Wto di intervenire sugli effetti negativi del commercio sui diritti fondamentali di centinaia di lavoratori e di avviare una collaborazione con l’Oil . Per i sindacati mondiali, insomma, la Wto ha perso l’ultima chance di dar prova di impegno costruttivo.
Quanto all’ industria tessile, si è posticipata la retroattività dell’ aumento delle quote di esportazione dei Paesi in via di sviluppo, confermando che se ne riparlerà fra due anni e aggiungendo che le modalità del negoziato ‘saranno decise sulla base di un esplicito consenso’. Il contenzioso riguardava le quote del commercio mondiale del tessile. India e Pakistan chiedevano che venisse accelerata, a prima del 2005, la liberalizzazione del commercio del tessile consentendo ai paesi in via di sviluppo di aumentare l’export verso i paesi sviluppati. Gli Stati Uniti, contrari invece a tale processo, preoccupati dalla probabile perdita di molti posti di lavoro nell’ industria tessile nazionale, l’ hanno avuta temporaneamente vinta. La retroattività della riduzione delle quote avrà come conseguenza una netta riduzione di posti di lavoro in Italia e in Europa, ma anche nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo. L’ unico grande beneficiario sarà ora la Cina, che sta invadendo anche i mercati dei paesi poveri, e che opera senza alcun rispetto dei diritti alcun rispetto dei diritti dei lavoratori.
Il settore tessile non deve diventare ancora una volta ‘la moneta di scambio utilizzata dall’ Unione europea per difendere altri settori protetti’: è questo l’ appello della Femca-Cisl al vice ministro Adolfo Urso presente a Doha per il nuovo round di negoziati in seno al Wto. ‘Un cambiamento nella gradualità dell’ apertura del mercato europeo del tessile previsto nell’ Uruguay Round (2005) avrà conseguenze disastrose per l’ occupazione e sulla tenuta dello stesso modello sociale europeo’ , sostiene in un comunicato. E tutto ciò, aggiunge la federazione sindacale, è ancora più grave considerando che da Doha non è uscito alcun progresso sul tema degli standard sociali minimi. ‘La dichiarazione Wto rappresenta il fallimento del negoziato per il rispetto dei diritti dei lavoratori nel mondo, per la giustizia sociale, l’ equità, il rispetto dell’ ambiente’ dichiarano da Doha Cecilia Brighi (Cisl) e Cinzia Del Rio (Uil). ‘E vergognoso che ancora oggi non vi sia alcun legame tra politiche commerciali e diritti dei lavoratori. Ciò rappresenta un inaccettabile passo indietro per il sindacato. La Wto rifiuta qualsiasi assunzione di responsabilità ad esaminare la dimensione sociale, a partire dal rispetto delle norme fondamentali del lavoro. Questo risultato è anche frutto della ambigua e debole volontà negoziale su questo punto della Commissione Europea, che ha ceduto alle pressioni di un gruppo di paesi in via di sviluppo capeggiati da Pakistan India, Malesia e Egitto’ . Quanto all’approvazione del capitolo sugli investimenti senza l’introduzione delle norme sociali, ‘si dà ancora più spazio al dumping sociale e alla concorrenza sleale tra imprese e tra paesi’.


























