Il sindacato si prepara a festeggiare con il consueto rituale di comizi e concertone il suo primo maggio. Festa dei lavoratori, poco festa del sindacato, che non sta attraversando un periodo felice. Anche questo un eufemismo, perché il momento pare davvero poco adatto a un festeggiamento. Manca e mancherà l’occupazione, i salari scendono, quelli italiani anche nelle statistiche internazionali, le nuove regole del mercato del lavoro sono certamente peggiorative rispetto al passato e rischiano di esserlo ancora di più per l’intervento dei partiti, il governo ha cancellato ogni forma di concertazione, che è quella pratica che dà spazio, ma soprattutto ruolo al sindacato. Parliamo dei sindacati dei lavoratori, ma non è che le rappresentanze degli imprenditori stiano molto meglio. A partire dalla Confindustria, che non a caso di appresta a una ennesima riforma interna per cercare la formula che la tolga dalle difficoltà nelle quali si dibatte.
Cercare di capire di chi sono le responsabilità di questa realtà interessa poco, anche perché non c’è un Cattivo che abbia ordito tutto ciò, tutto è semplicemente il frutto di una serie di cause, che, forse questa sì è una responsabilità, nessuno è stato in grado di prevedere fino in fondo, e per le quali non sono certo state approntate le necessarie difese. Ci si è come al solito affidati allo stellone, noto protettore dell’Italia, col risultato che è sotto gli occhi di tutti. Basterebbe il dato sconvolgente emerso in questi giorni dai dati del censimento secondo il quale è più che triplicato il numero delle famiglie che vivono in baracche, roulottes, camper, praticamente senza avere una casa.
Ma la cosa più sconvolgente è che non si vede la luce della fine di questo tunnel. Quest’anno siamo in recessione con un vistoso segno meno davanti alle previsioni di crescita del pil, che è poi la ricchezza prodotta, quindi il grado di benessere, ma le proiezioni per gli anni a venire non sono certamente positive, si continua a spostare nel tempo il momento dell’inversione di marcia e non si sa né se ci si arriva, né a quel momento quale sarà il panorama di sfacelo sociale.
L’unico dato positivo per le grandi confederazioni sindacali è la crescita del numero degli iscritti, ma anche questo a ben vedere non è un dato positivo, perché è nei momenti di crisi che si sente maggiormente il bisogno di stare insieme, di rimettersi a qualcuno che si spera possa in qualche modo proteggerci.
L’interrogativo dei vertici del sindacato è, o dovrebbe essere, quindi, cosa fare in questa congiuntura per alleviare le difficoltà. Il dibattito, si deve ammettere con qualche tristezza, non è esaltante, le proposte non sono numerose. Il sindacato per lo più si difende, con qualche sciopero, per quello che ormai valgono, con qualche indicazione, qualche proposta, poche nel complesso. In questo il sindacato è anche generoso, offre il poco che può offrire, la disponibilità delle sue strutture, dei suoi rappresentati a dare molto per raggiungere qualche risultato.
La richiesta più forte, comune a quasi tutti i protagonisti sociali, è quella di una politica industriale degna di questo nome. Sono anni che in Italia non se ne parla nemmeno di politica industriale. Il riferimento non è a questi ultimi anni, quando è mancato perfino per molti mesi il titolare del dicastero dello Sviluppo. Perché anche negli anni e decenni precedenti in pratica non si è mai fatto nulla per orientare lo sviluppo. L’ultima vera stagione di politica industriale è stata quella della metà degli anni settanta, poi sono venuti alcuni provvedimenti importanti, di sostegno alla produzione, ma un piano vero e proprio non c’è mai stato. Con il risultato di perdere interi settori industriali, pure rilevantissimi come quello della chimica, sparito dal panorama industriale del nostro paese.
Se si tornasse a dare delle indicazioni, e conseguentemente degli incentivi, degli aiuti indirizzati con sapienza e soprattutto nel quadro di un’azione a largo raggio, forse il nostro paese potrebbe farcela a riprendersi-. Anche perché la crisi del 2005 una cosa ci ha mostrato con grande chiarezza, che nel nostro paese esiste uno zoccolo duro di medie aziende, qualche centinaia, che sanno muoversi con grande abilità nei mercato globalizzati, sanno come e quando investire, dove dirigersi per mantenersi in vita. E’ quel nerbo forte di vitalità industriale che porta avanti il made in Italy con forza a capacità. Il punto è che queste azienda da sole non ce la fanno. Perché sono appesantite da una burocrazia devastante, da un caro energia che le spossa, da una illegalità diffusa che le toglie forza, da una carenza di infrastrutture che impedisce loro di crescere. E’ lo Stato che deve pensare a tutto ciò, e soprattutto queste aziende devono avere gli aiuti necessari, le indicazioni indispensabili per poter indirizzare gli investimenti con qualche lume in più.
Il governo Monti ha dovuto affrontare l’emergenza costi pubblici ancora prima di cominciare a lavorare, e lo ha fatto con qualche successo, sia pure a costi sociali molto elevati. Poi si è impantanato in una riforma del mercato del lavoro che non riuscirà a dare risultati, non certo quelli che il premier si aspettava. Adesso ha avviato, purtroppo molto stentatamente, il discorso della crescita, della sviluppo. Il crocevia comunque è e sarà la politica industriale, prima di tutto. Il problema è che non basta imboccare questa via, occorre farlo subito e procedere speditamente, perché tempo ormai ne è rimasto poco. La speranza è tornare a festeggiare il primo maggio l’anno prossimo con una prospettiva di crescita reale finalmente a portata di mano. Può non essere impossibile.
Massimo Mascini


























