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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Squinzi tra il dire e il fare

Squinzi tra il dire e il fare

25 Maggio 2012
in L'Editoriale

Giorgio Squinzi non ha usato mezze misure. Ha denunciato a voce non alta, ma ferma, le carenze del nostro paese, i motivi per cui stiamo arretrando. E ha chiesto di risolvere questi problemi perché l’Italia torni un paese normale, in crescita. Li ha elencati, tutti, dal primo all’ultimo, senza fare graduatorie, che sarebbero state inutili. Perché è vero che scegliere delle priorità avrebbe avuto l’indubbio vantaggio di dirottare verso quegli obiettivi l’azione delle istituzioni, ma è altrettanto vero che la situazione è così deteriorata e tornare indietro, ai bei tempi passati, è così difficile che non possiamo permetterci di tralasciare nulla. Quello che va fatto non può, nemmeno in parte, essere messo da parte. Bisogna fare tutto e farlo subito.

Giorgio Squinzi ha fatto dunque quello che gli si chiedeva di fare. Ma non basta. Perché denunciare è importante, ma il compito di Confindustria non può finire qui. Adesso comincia la parte più difficile, perché è suo compito ineludibile pressare le istituzioni perché quelle cose da fare si facciano davvero, quelle azioni si svolgano, quegli obiettivi si raggiungano. Compito della classe dirigente è certo la denuncia, ma soprattutto prestare la collaborazione nel fare, con tutte le assunzioni di responsabilità che questa azione comporta.

Abbiamo assistito troppe volte al rito stanco della denuncia dei mali dell’Italia per commuoverci se un neoeletto presidente di Confindustria celebra, con maggiore o minore verve a seconda delle situazioni, la giornata della sua incoronazione con un bel discorso sull’agenda pressante del governo. In altri tempi forse potevamo accontentarci di prendere atto che il nuovo vertice di Confindustria aveva le idee chiare. Adesso questo non basta più, assolutamente. Sappiamo che la situazione è grave e per questo ci attendiamo che alle esortazioni al governo perché faccia questo e quest’altro segua un’azione continua di pressioni su chi quelle cose le deve fare davvero.

Solo in questo modo Confindustria potrà giustificare la sua esistenza come parte sociale con un ruolo politico e non solo economico. Altrimenti si limiterà a rappresentare gli interessi di una parte limitata del paese, importante certamente, ma sempre una parte che ha qualcosa da chiedere, ma senza poter alzare la voce. Confindustria non ha mai rinunciato a credersi classe dirigente, ha lottato in altri anni per esserlo, assumendosi responsabilità che a volte non erano nemmeno sue, adesso che l’impegno deve essere ancora più forte perché le difficoltà della realtà italiana sono più alte, deve lottare senza arretrare mai.

Il problema è se ha le forse per farlo. Molti parlano di Confindustria stanca, pletorica, appesantita. Dando l’immagine di un carrozzone, forse non in grado di svolgere questo compito difficile. Sta a Giorgio Squinzi mostrare il contrario. Gli uomini ci sono, le capacità anche, si tratta di usarli, senza timori, senza paure. Per la parte che gi compete direttamente, quella delle relazioni industriali, lo ha già fatto. Giorgio Squinzi ha confermato, sottolineandone così la validità, la linea adottata negli ultimi mesi. Soprattutto ha ribadito la validità dei principi dell’accordo raggiunto con il sindacato a fine giugno lo scorso anno e, cosa ancora più importante, ha mostrato di volere andare avanti, applicando quelle regole decise allora, soprattutto per la parte della rappresentanza. Una decisione importante, perché proprio l’inazione degli ultimi mesi, appunto sul piano della rappresentanza e della rappresentatività, rischiava di mandare tutto l’accordo all’aria. L’approssimarsi dei rinnovi contrattuali per tutte le grandi federazioni dell’industria esigono che il nodo della rappresentanza sia sciolto e avere dichiarato di volerlo fare è già un notevole passo avanti.

Ha stupito invece il passo indietro compiuto dal neo presidente per la partecipazione. Giorgio Squinzi ha detto con fermezza che gli industriali non accetteranno mai che forme di partecipazione o di cogestione siano imposte per legge. E ha fatto bene, perché materie così difficili non possono essere decise da un atto d’imperio del Parlamento, nonostante questo sia nelle sue prerogative. Ma sarebbe stato certamente importante e utile se parallelamente Squinzi avesse annunciato di voler quanto meno confrontarsi con le altre parti sociali su questo tema, come del resto aveva annunciato già più volte Emma Marcegaglia. Un passo indietro, quindi, difficile da comprendere, perché in questa fase difficile dell’economia e delle relazioni industriali il dialogo, alla ricerca della reciproca comprensione, dovrebbe essere la regola. Tutti sanno che la gran parte degli imprenditori non vogliano sentir parlare di partecipazione, che vedono come un peso o, peggio, una diminutio della loro sovranità, ma la scelta compiuta da Giorgio Squinzi nel mettere a punto la sua relazione è stata quella di parlare alla testa e non alla pancia dei suoi associati. Se su questo tema specifico non lo ha fatto forse l’unica spiegazione è che nemmeno lui vuole sentir parlare di un vero coinvolgimento della controparte, lavoratori o sindacati che siano, nelle scelte di fondo delle imprese. E questo è un peccato perché elimina uno strumento che in altri contesti si è dimostrato di grande utilità.

Massimo Mascini

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