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Home - Approfondimenti - Analisi - Stefano Parisi, ripensare la rappresentanza o il sindacato rischia di scomparire

Stefano Parisi, ripensare la rappresentanza o il sindacato rischia di scomparire

12 Maggio 2009
in Analisi

di Stefano Parisi – amministratore delegato di Fastweb

Si, non c’è dubbio: il profondo cambiamento delle società occidentali industrializzate e la crisi in atto impongono una riflessione sul futuro del mondo della rappresentanza: del sindacato e  delle imprese.  Il fenomeno della crisi della rappresentanza non è di oggi. Vi sono chiari segnali da tempo.  Sono anni che il mondo del lavoro attivo ha un peso decrescente nella quota degli iscritti ai sindacati europei. I giovani trovano sempre meno risposte ai loro problemi nel sindacato. Sono sempre meno i giovani che si iscrivono al sindacato. Le grandi manifestazioni di massa sono sempre più grandi eventi economici organizzati, più che fenomeni di mobilitazione sociale.  Il sindacato soffre una forte ambiguità nella sua effettiva capacità di rappresentanza.  Il sindacato ha sempre più una funzione istituzionale e sempre meno una reale capacità di interpretare il mondo del lavoro.  Ha ragione Pirani quando dice che “ il sindacato deve liberarsi dalle ideologie” e invoca un’azione più pragmatica.   D’altro canto una parte della politica lo ha capito e il mondo della rappresentanza rischia di essere spiazzato dalla politica.  Pensiamo alla Confindustria del grande convegno di Vicenza del 2006, una Presidenza di Confindustria che si fa soggetto politico, autoreferenziale, immerso nei grandi (piccoli) giochi di potere, perde il contatto con la base e assiste indispettita allo spettacolo della politica che prende il sopravvento. Pensiamo al sondaggio che abbiamo letto sul Sole 24 ore pochi giorni fa. Ormai la maggioranza del mondo del lavoro, le fasce più deboli e meno professionalizzate, si riconosce più nel PDL che non nel PD.  Cosa vuol dire? La società italiana ha superato da tempo, da molto tempo, gli steccati ideologici, e, per fortuna, guarda alla politica in modo pragmatico.  Vota le forze che governano meglio (dal suo punto di vista) che risolvono al meglio i problemi, o sulla base di valutazioni più profonde, etiche, civili.  E quando queste forze deludono (come è accaduto al centro sinistra nel 2001 e al centro destra alla fine della legislatura 2001-2006), cambia fronte. Senza paura. Senza timidezze ideologiche. 
Il mondo della rappresentanza deve fare i conti con questa nuova situazione. Alcuni interventi del dibattito seguito all’intervento di Paolo Pirani, ospitato dal Diario del Lavoro, non sembrano cogliere quest’occasione.  Sembra prevalere la paura per il nuovo.   Sia i rappresentanti del sindacato che quelli già espressione delle imprese, parlano il linguaggio delle ideologie. Parlano il linguaggio dei meccanismi istituzionali autoreferenziali.  Il sindacato esiste perché esiste la sua controparte e viceversa.  Gli assetti contrattuali sono in funzione delle rappresentanze non delle effettive dinamiche economiche.  Piano con il pragmatismo, prima dobbiamo “decidere che società vogliamo”.    Anche la crisi finanziaria è un’occasione persa, anzi di nuovo vissuta in modo assolutorio per gli apparati: la crisi dimostra che il modello capitalistico è fallito, avevamo ragione noi. La crisi invece è un fenomeno molto più complesso, da quella usciremo certamente diversi, ma il nuovo equilibrio sarà assolutamente lontano dall’oggi e non sarà quello che si aspettano gli apparati sindacali. Non comprendere questo, non modificare i comportamenti e le regole stesse del gioco della rappresentanza, mette a rischio il ruolo del sindacato e delle associazioni imprenditoriali.   Andando avanti la politica si accorgerà che potrà mantenere la coesione sociale anche nelle fasi più complesse della crisi economica anche senza il supporto delle organizzazioni sindacali e allora la crisi di rappresentatività del sindacato diverrà più evidente.
E allora? Credo che il sindacato debba mettersi in gioco realmente. Smontando tutti gli schemi ideologici che fin qui hanno prevalso, distogliendo l’attenzione dal dibattito interno, tra apparati, e rivolgendo lo sguardo alla società, al vero mondo del lavoro, alle sue dinamiche: quelle che si sviluppano in azienda.
Innanzitutto il sindacato deve rientrare in azienda dalla porta principale e non più dal retrobottega dei delegati e dei permessi sindacali.  Così facendo si accorgerebbe che, nella stragrande maggioranza dei casi, la contrapposizione tra lavoratori e aziende non esiste più! Le persone che lavorano trovano la loro realizzazione, la possibilità di crescere, di migliorare professionalmente ed economicamente, con la crescita dell’azienda.  Il successo di un’azienda è il successo delle persone che vi lavorano, tutte. 
Superare finalmente una buona volta questa contrapposizione farebbe fare al sindacato un salto nella modernità, nell’oggi.   Anche la politica si è misurata con questa riflessione.  Il centrosinistra ha trovato la soluzione del “ma anche”.  “Siamo con gli operai ma anche con le imprese”. Faticosa sintesi tra vecchia ideologia e sofferto riformismo.   Il centrodestra ha parlato di complicità.  Certo:  la sana complicità, quel sentimento che si genera tra alleati, tra persone che hanno gli stessi interessi, che hanno la voglia di avere successo, insieme.  Solo certe menti accecate dall’ideologia e da anni di pratica giustizialista, prive di qualunque senso del ridicolo, hanno potuto interpretare la “complicità” in un’accezione delinquenziale. 
Del resto le organizzazioni sindacali con maggiore cultura compartecipativa,  come i sindacati tedeschi, o con una solida influenza sui processi industriali, come il sindacato dell’ auto negli USA appaiono non solo più attrezzati a fronteggiare le sfide dell’ incertezza, ma in questa crisi hanno ritrovato una funzione storica che, nel caso italiano, appare  quantomeno incerta, in particolare osservando il permanere di quel soffocante involucro ideologico che imprigiona la CGIL. 
Superare la contrapposizione tra azienda e lavoratori vuol dire capire che la vera sfida è quella della “La Vita Buona nella Società Attiva” per dirla con il Libro Bianco di Maurizio Sacconi.  Vuol dire contribuire a sanare le povertà, a generare un ambiente favorevole allo sviluppo delle attività economiche, vuol dire migliorare le dinamiche retributive in una società più efficiente dove la riduzione del cuneo fiscale e contributivo migliora le condizioni di vita per le persone e non aggrava la capacità competitiva delle imprese.
Superate le ideologie il sindacato deve poi misurarsi con il consenso. Ma non una logica del consenso ex-ante dove ogni decisione viene presa “solo dopo” che  le assemblee l’hanno approvata, solo dopo una qualche forma di referendum.  Ma il consenso vero, quello della libera adesione decisa di anno in anno dalle persone che vogliono, volontariamente e consapevolmente aderire. 
Si parla delle nuove regole della rappresentanza, con RSU elette come avviene nel pubblico impiego.  Questa soluzione non mi ha mai convinto.  Al Comune di Milano l’RSU, che rappresenta circa 16.000 dipendenti, è composta da un numero maggiore di mebri rispetto al Consiglio Comunale che rappresenta 1 milione e mezzo di milanesi.  Ma soprattutto non mi ha mai convinto perché tutto il gioco è falsato da una logica rigida della rappresentanza, sempre più “istituzione” sempre meno sana dinamica di confronto e contrattazione.  Se ci si vuole misurare, ci si misuri una volta per tutte con quel consenso, con quelle adesioni.  Si lascino le persone decidere ogni hanno se iscriversi o no al sindacato.  Si prendano le adesioni, e le quote di iscrizione, annualmente dai pensionati, non come un vitalizio al contrario, attraverso i patronati o i CAAF, ma ogni anno, per volontaria e consapevole decisione. 
Allora si che il sindacato sarà costretto a volgere lo sguardo alle persone, a metterle al centro della propria azione, a smetterla di sollevare barriere ideologiche ma a parlare il linguaggio del mondo del lavoro sano, quello delle persone che lavorano nelle imprese, quello che viene usato nelle aziende italiane.   Allora si che non sarà tanto importante avere il consenso degli apparati perché si andrà alla ricerca del consenso delle persone.
Un sindacato che si misurasse ogni anno (come fanno le associazioni dei consumatori, anche quelle di emanazione sindacale, come fanno le imprese che aderiscono a Confindustria) con il consenso dei propri iscritti, muterebbe con maggiore velocità e, forse non avrebbe bisogno di fare le elezioni delle RSU, avrebbe un consenso più vasto e una delega piena.  Potrebbe firmare Contratti ed Accordi senza passare da Assemblee e Referendum ma forte di un consenso chiaro espresso in modo inequivocabile.  Un sindacato in grado di uscire dall’ambiguità della propria capacità di rappresentanza sarebbe un sindacato più forte e rappresentativo.  Riconquisterebbe quella credibilità di cui oggi abbiamo bisogno per accompagnare i grandi mutamenti sociali che ci aspettano.
 

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