In un momento di stagnazione economica e di profonda trasformazione del mondo della produzione i giovani che si accingono a terminare la scuola dell’obbligo hanno essenzialmente bisogno di due cose: di essere efficacemente orientati nella scelta del loro percorso formativo, professionale o universitario che sia; e di essere protetti dalla trappola del precariato che troppo spesso finisce per mortificare – per troppo tempo – anche le più banali aspirazioni personali.
Il primo obiettivo si persegue affidando alle Regioni, in cooperazione con le parti sociali e con gli enti locali, il compito di effettuare una costante analisi del fabbisogno occupazionale del territorio in grado, una volta comunicata, di rendere realmente consapevoli le fondamentali decisioni dei giovani e delle loro famiglie. Ancora mi chiedo quanti dei miei studenti prima di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza abbiano una vaga idea di quanti loro colleghi degli anni passati siano diventati avvocati e quale sia stato il loro compenso medio per i primi tre anni, ecc.. Ancora più importante sarebbe poi valorizzare i dati del fabbisogno per distribuire in modo conseguente le risorse destinate al sistema formativo pubblico e privato, universitario e non. Non è un caso, del resto, che il premio nobel 2010 per l’economia sia stato assegnato a tre studiosi (Peter Diamond, Dale Mortensen, Christopher Pissarides) che hanno posto al centro delle loro ricerche il tema del lavoro constatando, tra l’altro, le difficoltà che oggi esistono nell’incrocio tra domanda ed offerta di lavoro. Difficoltà, ritengo, che nel nostro paese risultano fortemente accentuate proprio per la conclamata lentezza con la quale il sistema formativo, prevalentemente pubblico, riesce a recepire l’evoluzione del contesto socio economico in cui opera e ad interagire con esso.
Il secondo obiettivo va perseguito svincolando da subito la flessibilità dalla precarietà e, cioè, rendendo il livello di flessibilità del lavoro direttamente proporzionale all’entità del compenso che viene riconosciuto al lavoratore (welfare progressivo).
Per le professionalità più deboli, cui il mercato riserva i compensi più bassi, deve essere disponibile il solo contratto di lavoro subordinato, con il suo statuto di regole inderogabili e con limitate eccezioni che possano giustificare rapporti di lavoro a termine. Ciò in modo che in applicazione di una regola semplice, quindi facile da verificare per ispettori e magistrati, ad un basso salario corrisponda sempre un adeguato e sostanzioso livello di protezione sociale che consenta, come richiede la nostra costituzione, la realizzazione della persona umana. Coerentemente, al crescere dell’entità del compenso deve poter crescere sia la facoltà delle parti di scegliere tra una pluralità di diverse tipologie contrattuali (anche tra lavoro autonomo e subordinato) sia il grado di derogabilità dello statuto protettivo del lavoro da parte della contrattazione collettiva ed individuale senza che ciò, a ben vedere, postuli una modifica dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Con un siffatto criterio di distribuzione delle tutele non si concentrerebbero alti livelli di flessibilità su soggetti privi di un reddito in grado di sostenerla. Con ciò evitando che i lavoratori che, oggi, vivono i primi sei/dieci anni di lavoro in una condizione che percepiscono di sfruttamento, una volta assunti in modo stabile, strumentalizzino le tutele che finalmente gli vengono concesse per dare sfogo al risentimento nel frattempo maturato nei confronti del loro datore di lavoro (in una logica, perversa, che finisce per pregiudicare gli interessi degli stessi datori di lavoro che, con la stabilizzazione, si attendono la massima propensione collaborativa da parte dei dipendenti). Contemporaneamente risulterebbe tangibile la spinta al sistema produttivo, secondo la nota logica del diritto premiante, ad alzare il livello dei salari per attivare le fasce di flessibilità richieste dalla produzione.
Potrebbero entrare in crisi solo quei settori che vedono nello sfruttamento del lavoratore l’unica speranza per mantenere la concorrenzialità della loro offerta e che, proprio per questo, hanno negli ultimi anni utilizzato strumenti contrattuali inappropriati ed, in molti casi, illegali, che nel sistema sopra descritto verrebbero impediti. Ma puntare su quei settori, e non sulla loro riconversione, vuol dire accettare una sfida pericolosa in grado di aprire scenari che si collocano ben oltre la questione di Pomigliano.
E in ogni caso resta da dire che il nostro contratto di apprendistato, seppur da rivedere sotto molti profili, può rappresentare in tutti i settori ed in tutte le produzioni la porta di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro offrendo per i primi anni di lavoro una ragionevole modulazione dello statuto protettivo che nell’ambito delle garanzie essenziali del lavoro subordinato tiene conto, a ragione, della fisiologica strutturazione della carriera professionale di ciascuno di noi (l’apprendimento, la massima capacità produttiva ed aspettativa di crescita economica, e gli anni caratterizzati dalla aspirazione ad un più morbido avvicinamento alla pensione).

























