di Tiziano Treu
Il dibattito avviato dal Diario del Lavoro sul sindacato di domani, propone riflessioni più meditate di quelle comuni nelle discussioni pubbliche, spesso più polemiche o autogiustificatorie che riflessive. Molti spunti critici e autocritici sono utili. Ma le indicazioni degli scritti pubblicati non sono univoche; anzi. confermano non solo la diversità di posizioni fra gli attori e gli esperti, ma anche la incertezza delle analisi e delle proposte. Questo è un segno dei tempi: delle difficoltà, non solo del sindacato, di cogliere il senso delle trasformazioni in atto per trovare risposte significative. Tali difficoltà risalgono a prima della crisi scoppiata lo scorso anno. Come a prima della crisi risalgono i problemi del sindacato, a cominciare dal rischio non solo, non tanto, di declinare sul piano organizzativo ma di diventare sempre meno rilevante nel determinare le sorti dei lavoratori.
Provo a fissare alcuni punti di riflessione che mi sembrano critici e non abbastanza considerati, perché il dibattito sindacale spesso li elude o ci gira attorno. Credo anch’io che il pragmatismo non basti al sindacato, e neppure ai partiti riformisti, se non è guidato da un idea di fondo su come riorientare le proprie politiche per adeguarle alle sfide contemporanee e per sfuggire al rischio di declino. Anzitutto occorrerebbe la consapevolezza che tali sfide non si possono affrontare con meri aggiustamenti delle politiche e delle tecniche tradizionali, ivi inclusi gli adattamenti della contrattazione collettiva e della sua struttura, così a lungo dibattuti negli ultimi mesi.
Il fatto è che la contrattazione e la legislazione del lavoro, costruite per regolare il mondo fordista popolato di lavori sostanzialmente stabili, omogenei nel tempo e concentrati nello spazio entro i confini degli stati nazionali, sono inadeguate a regolare da sole i nuovi lavori, diversificati, variabili e investiti, come le imprese, dalla globalizzazione dell’economia. Inseguire queste nuove realtà con le tecniche regolatorie rigide, proprie della legge ma anche della contrattazione nazionale, cercando di limitare le forme negoziali, o di parificarle artificialmente, è illusorio; anzi, è controproducente perché non coglie le diversità sottostanti alle forme, con la conseguenza che le regole vengono spesso eluse, non riescono a contrastare la frammentazione dei tipi e non rispondono ai bisogni effettivi delle persone che lavorano.
Sono emblematiche le normative succedutesi negli anni recenti in tema di contratti cd. flessibili, con intenti limitativi (da parte del centro sinistra) e deregolativi (da parte del centro destra). Non sono servite a sostenere la rappresentatività del sindacato fra i nuovi lavori né a estendere adeguatamente le tutele e a controllare le dinamiche del mercato del lavoro.
Sono convinto quindi che occorra un cambio di prospettiva: perseguire cioe’ in modi diversi quell’obiettivo di ‘unificazione‘ delle condizioni di lavoro una volta garantito dalla contrattazione collettiva di massa e dal diritto del lavoro generale e inderogabile. Invece di inseguire i singoli tipi di lavoro per inserirli in improbabili definizioni, si tratta di ricercare una base di regolazione comune delle principali condizioni di lavoro, uno ‘zoccolo sociale’ riguardante tutte le forme di rapporti. Ritengo più propria e più realistica questa espressione piuttosto che quella di contratto unico, perche non si tratta di unificare i contratti come tali, ma appunto di trovare basi comuni per trattamenti che vanno oltre l’ambito del contratto. Essi dovrebbero comprendere vari istituti del diritto del lavoro e del welfare: i fondamentali diritti individuali e collettivi dei lavoratori, indicati già nelle proposte di Statuto dei lavori; tutele universali del reddito in caso di inattività temporanea e di disoccupazione, accompagnate da politiche attive per sostenere la mobilità del lavoro e da una formazione professionale mirata ad aggiornare effettivamente le professionalità; un salario minimo fissato secondo parametri negoziati, ma sancito per legge, capace di tutelare i working poors, non coperti dalla contrattazione; fino al reddito sociale minimo di inserimento sostenuto da politiche di attivazione, e in prospettiva a pensioni di base comuni per tutti i cittadini, cui aggiungere ulteriori prestazioni contributive e complementari.
Un simile assetto regolativo e di welfare comune è stato costruito da tempo in altri ordinamenti, specie dei paesi nordici. Proposte in questo senso sono state avanzate di recente da noi non solo in sede teorica, ma anche politica, nel dibattito del PD e ora significativamente nell’intervento del segretario generale della Funzione Pubblica Cgil Carlo Podda in questo dibattito. Non sarà facile procedere in questa direzione, perché si tratta di affrontare questioni inedite e di ridimensionare istituti consolidati, dalle casse integrazioni settoriali alle pensioni privilegiate. Le resistenze non mancheranno; si pensi agli inutili tentativi ultradecennali, invero non inseriti fra le priorità né del sindacato né della politica , di riformare gli ammortizzatori sociali, che costituiscono solo una parte, ancorché importante, della costruzione di un welfare universalistico. Ma costruire questo zoccolo sociale comune permette una semplificazione normativa utile alla effettività delle tutele, oggi indebolite dalla congerie normativa, e capace di contrastare la proliferazione dei tipi che favorisce i dualismi e le diseguaglianze. Un punto decisivo da discutere riguarda la modulazione dei contenuti di questo statuto di base dei lavori, cosi da renderlo insieme socialmente adeguato ed economicamente sostenibile.
La definizione di questi trattamenti comuni serve anche a fornire una base di sostegno alla contrattazione collettiva: quella nazionale, che resta impegnata a stabilire condizioni adatte alle varie categorie rappresentate dal sindacato, ma anche quella decentrata, che può riempire gli spazi lasciati liberi dalla legge, nella regolazione delle flessibilità, nello stimolo della produttività e nella destinazione dei risultati di questa. Perché questo assetto produca risultati positivi è necessario che le parti sociali attivino effettivamente una negoziazione così orientata, e in particolare che il sindacato sia in grado di affrontarla. Ma è questo il terreno su cui il sindacato è chiamato a concentrare le energie, in modo unitario, invece di affaticarsi e dividersi sull’ organizzazione di un assetto contrattuale, che se resta ferma tenderà solo a restringersi. D’altra parte la diffusione delle tutele di base è una offerta concreta che il sindacato può rivolgere ai tanti lavoratori, precari e atipici che non rappresenta; una proposta più convincente che le promesse di improbabili parificazioni dei tipi contrattuali e di inefficaci divieti di innovazione tipologica.
La ridefinizione degli strumenti di tutela è solo una parte dei compiti che attendono il sindacato di domani. Se è vero, come credo, che la crisi attuale investe i fondamenti degli assetti economico sociali fin qui prevalenti, il sindacato ne è investito direttamente e non può esimersi dall’entrare nel merito di questi assetti e delle modifiche necessarie. Il sindacato italiano ha sempre allargato la sua attenzione oltre gli orizzonti strettamente contrattuali, ai temi economici e sociali. Ma anche qui occorre un salto di qualità. Non basta che si occupi in generale delle riforme come ha fatto, con alterne fortune,nei decenni passati: deve entrare più a fondo nei meccanismi dello sviluppo, della innovazione, della competitività aziendale e del paese.
Questo lo può fare con la contrattazione, ma rendendola più vicina alle aziende e ai territori, più partecipe delle loro dinamiche interne e della logica dei processi produttivi. Solo così può contribuire ad orientarli verso gli obiettivi necessari di maggiore qualità e innovazione. Ciò significa orientare la contrattazione in senso partecipativo, e accompagnare a questa contrattazione forme specifiche di partecipazione nell’impresa. Ne esistono forme diverse da tempo praticate in Europa, e suggerite in recenti disegni di legge in discussione al Senato, che si orientano per la partecipazione dei lavoratori nei consigli di sorveglianza. I tempi sembrano maturi. Lo conferma la scelta di un sindacato come quello Usa tradizionalmente distante da idee di partecipazione istituzionale. Gli attuali rivolgimenti dei sistemi economici e produttivi forniscono motivi per scelte coraggiose di coinvolgimento dei lavoratori, anche prima di casi di fallimento aziendale.
Analoghe ragioni militano a favore della partecipazione collettiva dei lavoratori alla amministrazione degli istituti del welfare e del governo del mercato del lavoro. Se questi terreni sono sempre più rilevanti per il benessere dei lavoratori e dei cittadini, il sindacato non può esimersi da un coinvolgimento effettivo. Si tratta di valutarne bene le forme. Personalmente ritengo che una partecipazione bilaterale sia opportuna per forme di welfare integrativo coinvolgente risorse delle parti; nei casi ove siano impegnate risorse pubbliche e si tratti di istituti di interesse generale, mi pare necessario adottare forme partecipative trilaterali, con la presenza delle istituzioni oltre che delle parti sociali. Anche qui le esperienze dei paesi nordici, pur non replicabili schematicamente da noi, segnalano indicazioni utili; infatti hanno saputo promuovere nel tempo un welfare universale efficiente con il contributo congiunto delle parti sociali e delle istituzioni pubbliche, specie locali. Tale partecipazione all’ orientamento e alla gestione di materie attinenti al benessere complessivo dei lavoratori ha contribuito a rafforzare l’autorevolezza di quei sindacati e la loro capacità attrattiva anche fra i nuovi lavori, come dimostrano gli alti tassi di sindacalizzazione. Né si può dire, come pensano i nostri critici di tale esperienza, che essa abbia ridotto la capacità del sindacato di rappresentare gli interessi contrattali dei lavoratori e di incidere sulle innovazioni necessarie alla qualità del lavoro.
Il percorso che ho accennato postula un cambiamento di due assi centrali della strategia sindacale: la riorganizzazione delle tutele e del welfare in senso universalistico da una parte, e l’adozione di pratiche partecipative nell’impresa e negli istituti di welfare dall’altra. Ma proprio perché la crisi non è contingente, per il sistema e per il sindacato, occorre andare oltre la visione corta, oltre gli interventi occasionali e le polemiche sterili, spesso concentrate su aspetti secondari o superabili. Forzare schemi e strumenti del passato è una necessità per il sindacato come per la politica, pena la perdita di autorevolezza per entrambi
Le modalità di azione sono diverse per i soggetti sindacali e politici, che devono essere fra loro autonomi. Ma l’urgenza di superare le strettoie della crisi richiederebbe da entrambi azioni convergenti verso obiettivi almeno in parte comuni. E un sindacato in grado di innovare sui terreni indicati avrebbe titolo e autorevolezza, più di quanto abbia oggi, per chiedere alla politica e alle istituzioni le innovazioni necessarie nei modelli economici e sociali che sono all’origine degli attuali squilibri e della crisi.


























