“Per noi oggi è un momento importante, perché segnala l’attenzione della politica europea e del nostro Paese verso le organizzazioni sindacali che quotidianamente si confrontano con i temi del lavoro, dell’occupazione e dell’industria”. Così il segretario generale Fim a Ferdinando Uliano – rivolgendosi parlamentari europei italiani che hanno accolto i sindacati Italiani oggi in presidio con i sindacati europei dell’industria fuori il Parlamento Europeo a Bruxelles.
“L’Italia – ha detto il leader Fim rivolgendosi ai parlamentari europei – segna il segno negativo da 36 mesi sul fronte della produzione industriale, nonostante la presenza di uno strumento straordinario come il PNRR. Dal 2026, però, questo strumento non sarà più disponibile e la situazione rischia di peggiorare ulteriormente. Il settore metalmeccanico -sottolinea – vive una fase di forte difficoltà, come confermato anche dall’indagine Sindex per conto di IndustriAll Europe: mentre il comparto aerospazio e difesa registra buoni risultati, tutti gli altri settori sono attraversati da profonde trasformazioni e da crisi rilevanti”.
“Viviamo – dice Uliano – in un sistema economico profondamente diverso dal passato recente: il libero mercato, di fatto, non esiste più. I conflitti internazionali, le politiche dei dazi e l’intervento diretto degli Stati nelle rispettive economie hanno cambiato radicalmente il contesto globale. In Europa, però, gli unici investimenti che possono superare i vincoli del Patto di Stabilità sono quelli legati alla difesa e alle spese militari. Questa situazione non è tollerabile. È indiscutibile la necessità di rafforzare l’autonomia europea in materia di difesa, ma è altrettanto prioritario – sottolinea Uliano – difendere l’industria e l’occupazione. Il Patto di Stabilità non risponde più al contesto economico attuale: Stati Uniti e Cina investono massicciamente nei settori industriali strategici, mentre l’Europa continua a seguire una linea eccessivamente rigorista, che spesso interviene in modo penalizzante nei processi industriali. Basti pensare ai limiti imposti alle aggregazioni industriali attraverso l’antitrust, che in un contesto globale potrebbero invece garantire efficienza, produttività e prospettive industriali”.
“È legittimo quindi chiedersi – dice Uliano ai Parlamentari – perché la politica europea non riapra il negoziato sul Patto di Stabilità o, quantomeno, non introduca deroghe per consentire investimenti anche nell’industria civile. Questo è un punto centrale dell’azione europea.
“A livello nazionale – sottolinea Uliano – è evidente l’incapacità di mettere in campo una vera politica di sviluppo industriale. Sul settore automotive, dopo il taglio di 4 miliardi ai 6 già insufficienti del Fondo Auto, il miliardo non utilizzato lo scorso anno viene riproposto per il 2026, mentre la produzione è tornata ai livelli di 70 anni fa. È una risposta del tutto inadeguata per un comparto strategico dell’industria elettromeccanica. Il tema dell’autonomia industriale è centrale: intere filiere, come quella della microelettronica, sono state delocalizzate circa vent’anni fa. Oggi, senza un intervento deciso dello Stato, quelle competenze professionali ed economiche non sono più recuperabili. Un intervento pubblico efficace richiede però una revisione dei vincoli europei che oggi limitano l’azione degli Stati”.
“Se salta l’industria – sottolinea- , salta l’economia, saltano i processi sociali e si mettono a rischio anche i valori democratici che l’Europa rappresenta nel contesto internazionale. È quindi indispensabile un cambio di atteggiamento. Lo ribadiamo anche al Governo: non è possibile salvare l’industria senza un ruolo forte dello Stato. Non si può celebrare l’intervento pubblico quando si parla di Fincantieri o Leonardo e invocare esclusivamente il privato in tutti gli altri settori. Le condizioni sono cambiate. Se vogliamo creare strumenti come un fondo per gli investimenti o un “debito buono” a sostegno dello sviluppo industriale, – conclude Uliano – è necessario superare il Patto di Stabilità, quantomeno attraverso deroghe agli investimenti nell’industria civile. È una strada più rapida e concreta per garantire il futuro dell’industria, del lavoro e della coesione sociale in Europa”.
























